Il Congresso nazionale di Unia che si terrà a Lugano dal 9 all'11 ottobre è un momento particolare anche per la regione Ticino del sindacato. Essa è una delle più dinamiche a livello svizzero e fra le poche a registrare un costante aumento degli iscritti. Come è possibile? E come si guarda da sud al sindacato nazionale? Lo abbiamo chiesto al segretario regionale Saverio Lurati.

Saverio Lurati, il primo congresso nazionale ordinario di Unia si svolge a Lugano. C'è un motivo particolare?
Perché Unia Ticino l'ha fortemente voluto. Ad un anno dalla nascita del nuovo sindacato, benché si fosse pensato che la nostra regione avrebbe avuto grosse difficoltà a consolidarsi per le forti contrapposizioni passate, avevamo constatato che il processo d'integrazione in Ticino stava andando molto bene. Ci siamo quindi detti che per rimarcare la riuscita della fusione anche in Ticino sarebbe stato importante che il primo congresso nazionale ordinario di Unia si tenesse a Lugano. La nostra candidatura è poi stata accolta dal Comitato centrale.
In effetti quattro anni fa pochi avrebbero scommesso sulla riuscita dell'integrazione fra Sei e Flmo in Ticino. Oggi Unia Ticino è certamente una delle regioni più dinamiche, fra le poche a registrare un costante e sensibile aumento di iscritti. In quattro anni Unia Ticino è passata da regione monello a regione modello?
Mi piace questo gioco di parole. Anche perché per molti versi siamo ancora una regione monello, e speriamo di continuare ad esserlo, nonostante i successi ottenuti.
Monello verso chi?
Rispetto ai canoni a cui spesso ci si immagina che un'organizzazione sindacale debba corrispondere: ci consideriamo non per forza ligi all'apparato, e disposti anche a rischiare qualcosa in più di quel che normalmente un'organizzazione sindacale tende a fare. Poi c'è la barriera delle Alpi, che a volte ci permette anche di essere al riparo di qualche rimbrotto che arriva dalla centrale… Come ticinesi possiamo permetterci di giocare un po' di più da battitori liberi.
È questo che vi ha fatto diventare una sezione modello?
La possibilità di fare del lavoro sindacale con delle iniziative il cui risultato positivo non è garantito in partenza è solo un elemento, per quanto importante. L'altro è che, accanto a questa latinità nell'interpretare il ruolo del sindacato, c'è anche un modo abbastanza "tedesco" di gestire la quotidianità: dietro le quinte c'è sempre qualcuno che controlla che non si superino i limiti. Possiamo così dare spazio alla creatività e a tutte le forze all'interno dell'apparato perché abbiamo un occhio sempre attento alla gestione dei contratti, degli associati, delle finanze.
È un modello esportabile?
Credo di sì. Non dipende dalla mentalità ticinese, ma da come si interpreta il ruolo e il funzionamento del sindacato. Noi l'abbiamo sempre visto in ottica di gestione collettiva, di condivisione delle scelte e delle responsabilità: con una gestione verticistica il nostro modello di sindacato non è pensabile. Il prezzo da pagare è una fatica maggiore rispetto ad un gestione ben incanalata nel suo alveo.
Il Congresso di Lugano è anche un'occasione per attirare l'attenzione su qualche problema specifico del Ticino?
Il congresso a Lugano dev'essere letto come un'occasione per trarre un bilancio minimo di quanto fatto finora da Unia, per permetterci di non perseverare in alcuni degli errori fatti fin qui. Ma il Congresso dev'essere soprattutto un momento in cui si guarda avanti e si cerca di capire cosa sta succedendo in questa società e come noi possiamo farci interpreti delle sue necessità. Per far questo dobbiamo rivalutare l'importanza della dimensione emozionale del lavoro sindacale. Non possiamo essere solo dei burocrati. Dobbiamo essere delle persone che sanno mostrare dei sentimenti, che sanno indignarsi ma anche gioire, dobbiamo saper cogliere le angosce piccole e grandi delle persone. È essenziale saper trasmettere con il cuore e non solo con la mente.
Rischiando anche di scivolare nel populismo, e ricorrendo a volte in Ticino ad un linguaggio di stampo leghista?
Credo sia un rischio da correre per essere in sintonia con la gente di questo cantone. Ma è necessario anche per essere coerenti con sé stessi. Perché se crediamo in certi valori e vogliamo difendere determinate conquiste, allora dobbiamo anche ingaggiarci in battaglie che a prima vista possono sembrare corporativistiche o di difesa territoriale. Non si tratta di ridursi a difesa di piccoli interessi, ma se si vuole capire il vero senso della solidarietà credo che bisogna cominciare a guardare alle sofferenze di chi vive vicino a casa nostra. Dopo si può anche pensare ai massimi sistemi.
Quattro anni fa Unia Ticino si distinse al Congresso costitutivo del nuovo sindacato per la sua posizione contraria agli accordi bilaterali. A questo Congresso l'argomento è di nuovo sul tappeto per l'allargamento degli accordi a Romania e Bulgaria. Che posizione avrà Unia Ticino?
La libera circolazione è un problema. Perché al di là di ciò che avevamo sostenuto quattro anni fa, è dalla fine degli anni '90 che i delegati ticinesi all'Uss hanno fatto presente i rischi della libera circolazione. Purtroppo siamo stati buoni profeti. Comunque non è battendoci contro gli accordi bilaterali adesso come adesso che potremo migliorare la situazione, ma cercando di accrescere le misure di accompagnamento e facendo in modo che siano rigorosamente applicate, cosa che ancora non succede.
Un gruppo importante di segretari e funzionari di Unia Ticino si riconosce nelle posizioni del Movimento per il socialismo (Mps), che recentemente si è espresso contro l'allargamento a Romania e Bulgaria della libera circolazione. Questo non pone problemi a Unia Ticino?
Non pone problemi nella misura in cui di queste questioni ne discutiamo. E discutendone facciamo in modo che le differenze di opinione diventino un arricchimento per tutta l'organizzazione. D'altra parte, quella a cui si riferisce lei è la parte di sindacato che ci rende attenti ai facili entusiasmi su certi argomenti, che ci fa dire che le battaglie si conducono sul campo, che se si vuol fare del sindacato serio lo si deve fare vicino ai lavoratori, nelle aziende, sui cantieri ecc… Ma anche questo gruppo è perfettamente consapevole che è impensabile una battaglia tout court contro gli accordi bilaterali, perché sanno perfettamente che rumeni e bulgari possono benissimo entrare in Svizzera a lavorare come frontalieri, basta che risiedano da sei mesi sul territorio di una qualsiasi delle nazioni dell'Ue.
Prima accennava agli errori da non più ripetere. Può fare un esempio?
Paradossalmente il più grosso errore di Unia è di essere un sindacato particolarmente attrattivo per i lavoratori. È il suo peccato originale: tutti si aspettano tutto da Unia. Ma Unia è comunque ancora un sindacato di una parte dei lavoratori: molte professioni non vi sono rappresentate, e le forze presenti sul terreno non bastano per dare delle risposte a tutti coloro che si aspettavano da Unia delle risposte.
Ma Unia fin dalla sua nascita s'era posta come sindacato interprofessionale, di tutti i lavoratori del settore privato. Si era posta degli obiettivi troppo ambiziosi?
Probabilmente si è sottovalutata la reazione padronale. Migros, che ha disdetto il contratto che aveva con noi attraverso la Fcta, ne è un esempio chiaro. Aver sottovalutato quanto grave sarebbe stato l'impegno in quei settori in cui non eravamo presenti ci ha fatto perdere di vista gli obiettivi prioritari, a cominciare dal consolidamento dei nostri settori tradizionali. D'altra parte ci siamo accorti che entrare in un deserto sindacale richiede dieci volte più energie di quelle che servono in un settore dove la tradizione sindacale c'è già. Perché ci si deve costruire da zero una credibilità, dando quasi subito quelle risposte magari elementari che la gente però si aspetta subito. È una critica che faccio a ragion veduta: perché prima della fusione più volte avevo invitato a costruire la nostra presenza nel terziario a partire da quei settori in cui già siamo forti.
Unia dovrebbe tornare al suo "core business"?
Sì, sia per recuperare iscritti e rappresentanza nei settori tradizionali, sia per cercare di utilizzare la nostra capacità in questi settori per poi esportarla verso altri settori. Bisogna fare in modo che la battaglia di uno diventi la battaglia di tutti. Questo significa ad esempio che i lavoratori del privato devono capire che i loro interessi coincidono con quelli dei lavoratori del pubblico e viceversa.
In questo senso lo sciopero alle Officine Ffs di Bellinzona è stato un banco di prova?
Non solo. Ha anche permesso di catalizzare l'insoddisfazione più diffusa della gente. È stato un momento storico che spero sia ripetibile, ma che va contestualizzato: non è detto che in un'altra situazione si riesca a ricrearlo.
Unia approfitta del Congresso di Lugano per rinnovare in parte i vertici e promuoverci più donne. In Ticino il rinnovamento è in corso, però non si vedono all'orizzonte donne che possano assumere posizioni di responsabilità ai vertici della regione. Come mai?
È vero, è il nostro tallone d'Achille. Ci stiamo provando ma non abbiamo ancora saputo esprimere dei quadri femminili. Non per cattiva volontà, ma perché il nostro impegno come sindacalisti va oltre un normale impegno professionale e diventa molto simile a quello di chi ha una vocazione. Questo è un limite abbastanza difficile da superare per le donne, che spesso pongono legittimamente al centro delle loro scelte la famiglia e i figli. Abbiamo però delle donne che stanno crescendo. Per questo mi prendo l'impegno che entro il Congresso del 2012 anche noi avremo adempiuto a tutte le quote femminili. Stiamo puntando con convinzione sulle donne, occorre tempo.
Che nota dà a Unia al termine dei suoi primi quattro anni di vita?
Direi più che una sufficienza, un 4 e mezzo abbondante. Perché a dispetto delle critiche, senza Unia molte cose sarebbero andate diversamente in questo paese. E non bisogna dimenticare che Unia è stata oggetto di pesantissimi attacchi da parte padronale. In questo contesto Unia ha comunque fatto un buon lavoro.

Pubblicato il 

03.10.08

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