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Il Ticino si mobilita, ora tutti sanno dov'è

di

Bruno Clément
Nella testa di molti Svizzeri della “Svizzera interna” – romandi o tedeschi – il Ticino è una collezione di clichés. Innanzitutto, e senza dubbio, è l’immagine soleggiata del Sud, un Sud di casa nostra. Ci sono le palme e i grotti, si mangia il brasato e si beve il merlot. Ma i Ticinesi – quando non parlano l’italiano o il dialetto – parlano anche molto bene lo “schwitzerdütsch” e il francese. E inoltre, siccome ci sono pure la Migros e la Coop, siamo al sicuro. Insomma, siamo allo stesso tempo fuori da casa nostra e a casa nostra. Niente di meglio per soddisfare sia il gusto del viaggio sia quello dell’assicurazione contro tutti i rischi che è l’appannaggio di una cultura nazionale. Il problema con gli stereotipi è che oscurano la realtà e non contribuiscono a una vera conoscenza reciproca degli abitanti dell’Elvezia, conoscenza che è fondamento della comprensione e di un affetto sincero. Oh, certo, abbiamo anche sentito parlare, nella regione di Zurigo e in Romandia, del cosiddetto “scandalo di Chiasso” – che, per un superbo gioco semantico, non è mai diventato lo “scandalo del Crédit Suisse” – degli agitatori della Lega, di alcuni politici e di un giudice corrotti, o dell’incendio che ha divorato parte del Monte Brè. Ma queste informazioni sparse e non contestualizzate hanno rafforzato i clichés piuttosto che fatto conoscere la realtà umana, sociale, politica ed economica del Ticino. Per l’autore di queste righe – innamorato da tempo del Ticino e dei suoi abitanti – non si tratta evidentemente di denigrare il cantone più meridionale della Svizzera. Ma per amare, bisogna veramente amare, cioè continuare ad amare dopo la prima delusione. E anche dopo l’ennesima… Così, non è fare un torto ai Ticinesi – e alle Ticinesi, certamente – affermare che Lugano è un perfetto esempio di ciò che possono provocare trent’anni di potere liberale-radicale su una città. In effetti, Lugano è una città distrutta nella sua anima e nella sua storia, diventata una specie di Manhattan, regno del cemento e delle banche, con qualche edificio vistoso o “falso-vecchio” e un centro storico ridotto a scenografia teatrale. Da oltre vent’anni il Ticino, sotto la spinta dei partiti di destra, cinghie di trasmissione dei global leaders, come si chiamano adesso i borghesi, è diventato un laboratorio del neoliberalismo dove regna il trionfo della merce, del denaro e dell’ognuno per sé. Si taglia nelle spese pubbliche – e in particolare quelle dedicate alla salute, all’azione sociale e all’educazione – si tengono al guinzaglio i salariati e i giovani, si dimenticano i pensionati – dato che non nuotano nell’oro – si lascia sviluppare il populismo come diversivo alle ingiustizie e alle disuguaglianze. Allo stesso tempo, il Ticino è un passo avanti nella resistenza al liberismo. Non è straordinario che 4 mila persone abbiano manifestato una domenica a Bellinzona contro il colpo di stato con cui si voleva privare Patrizia Pesenti di buona parte delle sue responsabilità? Non è incredibile vedere le scuole ticinesi paralizzate dallo sciopero di docenti e studenti, con la benedizione dei genitori, lo scorso 12 novembre? Il problema è che queste notizie non hanno superato – o l’hanno fatto solo in maniera parziale – il Gottardo e la Novena. C’è da sperare che il formidabile movimento sociale che si è costituito nelle strade di Bellinzona il 3 dicembre abbia un tale clamore che, stavolta, si senta anche a Ginevra e a San Gallo. Allora, ai quattro punti cardinali dell’Elvezia, impareremo di nuovo a cantare “Addio Lugano bella” – l’inno di Pietro Gori, vero pezzo del patrimonio del movimento operaio internazionale – e sapremo perché!

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2003

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