Sedici autori, partendo da angolature diverse, si occupano dei problemi del Ticino di oggi e dei suoi rapporti con la Confederazione. E lo fanno ne “Il Ticino nella Svizzera” (*), un corposo volume che è al contempo occasione per una stimolante lettura. Per farci capire questo cantone, gli autori si sono tuffati nel passato cercando le radici dei nodi attuali da sciogliere. Fra i contributi, sono diversi quelli che concordano nel rilevare che oggi ci troviamo in una nuova epoca che richiede scelte coraggiose. Il libro si collega al volume “Un paese che cambia” del 1985 di cui una parte (ridotta) è stata stilata dagli stessi autori. Con la differenza che l’opera attuale non è più impregnata della fiducia di poter cambiare in meglio il cantone. È cambiato il paese, come suggeriva il libro citato, ma è cambiato soprattutto il mondo dopo il crollo del muro di Berlino, in seguito all’invadente globalizzazione e al crescente peso dell’Unione Europea. Il Ticino deve quindi riposizionarsi: non basta più trovare un proficuo equilibrio con la Confederazione poiché Berna ha perso una parte della sua autonomia, mentre anche Bruxelles, Roma e la Lombardia diventano punti di riferimento, come rileva il giornalista Orazio Martinetti parlando dei trasporti, dell’inquinamento, dell’immigrazione. Ticino più coraggioso I rapporti tra Ticino e Confederazione sono da sempre difficili, spesso i ticinesi si sentono trascurati da Berna ma non hanno mai messo in dubbio la loro appartanenza alla Svizzera. Lo storico Marco Marcacci evidenzia tuttavia come una certa distanza o indifferenza tra ticinesi e confederati si fosse già manifestata nel 1833, in occasione della riunione della Società svizzera di scienze naturali a Lugano. Le ultime crisi economiche, i problemi connessi al traffico di transito nonché la mancata assegnazione dell’Expo al Ticino hanno ridestato la diffidenza verso Berna e la «sindrome landfogtesca» come scrive lo storico. Egli rileva però come il governo ticinese, negli ultimi tempi, abbia cambiato strategia nell’affermare le sue rivendicazioni: nella battaglia per portare il tribunale penale federale a Bellinzona, il Ticino era unito e aveva costruito alleanze con altri cantoni. Marcacci conclude: «L’era delle battaglie solitarie, anche sacrosante, in nome dell’eccezione ticinese appartiene forse alla storia.» Del federalismo si occupano diversi autori. Carlo Malaguerra, già direttore dell’Ufficio federale di statistica, ne rileva la debolezza e deplora che le regioni linguistiche siano sempre più ripiegate su se stesse, che il Ticino si allontani dalla Confederazione e, in caso di problemi irrisolti, protesti contro Berna. Un discorso, quello del federalismo, presente anche a livello europeo, per esempio nei rapporti transfrontalieri. Secondo lo storico Roy Garré il Ticino rappresenta un prezioso laboratorio per valutare il concetto di collaborazione partendo da diverse esperienze di federalismo. Un giudizio positivo sul nostro federalismo lo dà il politologo Oscar Mazzoleni quando spiega che il federalismo elvetico, rispetto ad altre democrazie, si è mostrato particolarmente attento alle minoranze e agli interessi delle periferie. All’autore pare eccessivo parlare di crescente frattura tra i ticinesi e le istituzioni federali, in quanto in realtà le insoddisfazioni popolari di questi anni non si riversano direttamente sulle istituzioni federali, ma piuttosto sui partiti ticinesi. Il giovane studioso, responsabile dell’Osservatorio della vita politica del Canton Ticino, fa notare come la politica sia tuttora un fatto cantonale e come le elezioni federali siano per certi versi un insieme di elezioni cantonali appaiate. Controverso il giudizio sulla Lega Il Ticino faceva parte dei cantoni “aperturisti”, ma dalla votazione sullo Spazio economico europeo in poi si trova in sintonia con i cantoni della Svizzera tedesca più rurali. Da quel momento, nelle scelte di politica estera, i partiti storici non vengono più seguiti dai loro elettori. Tuttavia, secondo Mazzoleni, le scelte dei ticinesi sono connesse solo in parte alla Lega visto che i no provengono anche dalle valli dove la Lega è quasi assente. Un’argomentazione quest’ultima a mio parere riduttiva se si pensa che il giornale della Lega lo si legge in tutto il cantone e che inoltre la Lega è molto presente nei media elettronici. Più severo è il giudizio di Malaguerra per il quale il successo della Lega è indice di una grave carenza di senso democratico e civico. Il Ticino da sempre non guarda solo a nord, ma anche a sud, alla madrepatria culturale, per lungo tempo il naturale sbocco per chi cercava lavoro. I rapporti con l’Italia non vengono approfonditi. Ne parla comunque il giornalista Silvano Toppi, rammentando che molti hanno puntato sulle rendite di posizione: per decenni nel Sottoceneri fioriva la vendita di benzina e di altre merci agli italiani, ma quando la Lombardia ha introdotto delle riduzioni sul carburante nella zona di frontiera, i benzinai ticinesi hanno protestato perché Berna non li aiutava. Si vogliono fare affari con gli italiani, ma nello stesso tempo si ha paura della loro concorrenza, come risulta dal rifiuto ticinese degli accordi bilaterali. E Toppi conclude: «Ma dalla paura si può morire». Il libro contiene molti altri contributi istruttivi come la travagliata storia del bosco di Ivo Ceschi, già capo forestale cantonale. E non manca un denso capitolo sulla scuola del pedagogo Gianni Ghisla, in cui emerge l’avvertimento di non dimenticare la scuola dell’obbligo visto che negli ultimi anni le migliori energie e parecchi soldi sono stati investiti nell’Università della Svizzera Italiana. Infine, da segnalare una lacuna: nel testo non c’è alcun intervento scritto da una donna. Unico contributo femminile sono le foto, molto espressive, di Stefania Beretta. * “Il Ticino nella Svizzera”, a cura di Andrea Ghiringhelli, Editore Armando Dadò, 457 pagine, 30 franchi.

Pubblicato il 

10.10.03..

Edizione cartacea

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