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L'11 settembre cileno

Il Ticino che fu campione di solidarietà

di

Claudio Carrer

Nell’ambito del movimento internazionale in favore dei profughi in fuga dalle atrocità della dittatura cilena, la Svizzera italiana ha scritto una delle pagine di solidarietà più belle della sua storia. Tanto bella che a leggerla oggi può apparire quasi incredibile: c’erano le famiglie che aprivano le porte delle loro case e che si autotassavano per finanziare gli aiuti, donne e uomini che aiutavano i rifugiati giunti a Milano a varcare clandestinamente il confine, medici e avvocati che gratuitamente si mettevano a disposizione, un parlamento e un governo che con forza, di fronte alle autorità federali, facevano valere la vocazione all’accoglienza di un’intera comunità, una magistratura che non cedeva alle pressioni di Berna e che aveva il coraggio di dichiarare «non punibili» talune «illegalità», ma soprattutto c’era il pastore Guido Rivoir, la figura centrale di questo grande movimento che consentì di dare protezione a centinaia di cileni.

Il suo impegno ottenne grande riconoscimento internazionale: gli valse la medaglia dell’Ordine di Bernardo O’Higgins (la massima onorificenza che il Cile riserva agli stranieri) e l’invito alla cerimonia d’insediamento del primo presidente eletto democraticamente dopo la dittatura. «Andava molto fiero di questo», ricorda lo storico Danilo Baratti, curatore con Patrizia Candolfi di un libro edito dalla Fondazione Pellegrini Canevascini che raccoglie le memorie e racconta la vita «avventurosa e appassionata» di Guido Rivoir.
L’iniziativa in favore dei profughi cileni, denominata “Azione posti liberi” (Apl), è però «solo un capitolo del suo impegno per tutte le cose che riteneva giuste», annota Baratti.


Azione posti liberi prende avvio  tra il 1973 e il 1974 su iniziativa dell’allora parroco di Vogorno Cornelius Koch ma raggiunge il suo apice sotto la guida di Rivoir a cui poco dopo il sacerdote cattolico (in partenza dalla Valle Verzasca) cederà il testimone. L’Apl s’impone subito a livello nazionale come il motore delle azioni di solidarietà: mentre attraverso la stampa si lanciano appelli per offrire ospitalità ai cileni e per raccogliere i necessari finanziamenti, il pastore Rivoir si reca in Argentina per organizzare le partenze dei profughi. I primi cinque arrivano all’aeroporto di Ginevra il 23 febbraio 1974: «L’aereo giunse alle cinque, ma fino a mezzanotte vi fu una tragica lotta per farli rimanere in Svizzera. La polizia li voleva rimandare», ricorda Rivoir nelle sue memorie. Alla fine il Consiglio federale concede loro l’asilo ma nel contempo stabilisce l’obbligo del visto per i cileni, da richiedere ai consolati in Cile.


Una decisione grave, che suscita «la profonda indignazione» del Comitato ticinese di soccorso ai profughi cileni: insieme con altri gruppi presenti in Svizzera si appronta così un sistema per fare entrare clandestinamente i richiedenti l’asilo. La via dagli aeroporti lombardi al Ticino si rivela subito la più praticabile e il cantone sudalpino diventa il cuore dell’Azione posti liberi. Questo «grazie ad alcuni dati oggettivi», spiega Danilo Baratti: «Da un lato c’è Rivoir, che riesce a riattivare delle relazioni che aveva già: con la Resistenza piemontese (in particolare con il suo nipote, ex partigiano, Robertone Malan che ha l’agenzia di viaggi e gli fa avere i biglietti aerei, una porta d’ingresso eccezionale), con i valdesi (molto presenti nel comune milanese di Cinisello Balsamo, che diventa il punto di raccolta e poi di smistamento dei profughi) e con l’Argentina da dove si organizzano le partenze. C’è poi una certa permeabilità dei confini che permette, una volta partita la parte clandestina dell’azione, di far entrare in Svizzera facilmente le persone: a piedi dal mercato di Ponte Tresa, in barca, con il treno. Magari anche grazie alla complicità di poliziotti e guardie di confine, come era del resto già successo tra il 43 e il 45».


E poi c’è la solidarietà di molti ticinesi: dei passatori che vanno a Milano ad accogliere i profughi (riconoscibili da una busta gialla che portano in mano) e discretamente li accompagnano in Ticino, di decine di famiglie ospitanti, delle parrocchie, dei medici, degli avvocati eccetera. L’immagine che ne esce è quella di un paese profondamente diverso da quello di oggi: «L’azione – spiega Baratti – s’inserisce nel contesto di una realtà storica di apertura nei confronti dei perseguitati politici che risale all’Ottocento: prima nei confronti dei liberali e poi parzialmente anche di figure del movimento operaio e anarchici e infine degli antifascisti. C’era una solidarietà diffusa molto maggiore di quella odierna e forse anche una certa propensione alla giusta illegalità, che fa parte del clima politico dell’epoca. Non è un caso che i primi passi dell’Azione posti liberi sono avviati da comitati nati a livello svizzero che affondano radici in un movimento più o meno anarchico legato al ’68. Probabilmente la risposta non sarebbe stata la stessa già una decina d’anni più tardi, quando la bilancia solidarietà-individualismo aveva già subito uno spostamento molto forte».


Colpiscono in particolare alcune decisioni del Gran Consiglio, che a larga maggioranza invita i Comuni a sostenere l’Azione posti liberi e, rinunciando alle diarie per i deputati, stanzia un finanziamento 10 mila franchi: «Questa è la cosa più sorprendente: se per quanto riguarda la popolazione sarebbe ancora immaginabile mettere in piedi una rete di quel genere, a livello istituzionale oggi la risposta sarebbe di chiusura totale».


L’atteggiamento aperto delle istituzioni politiche ticinesi, «favorito dalla dimensione piccola del territorio, dalla facilità di comunicazione tra volontari e rappresentanti politici», contrasta con la posizione ferma del Consiglio federale, fisicamente lontano, più attento a salvaguardare gli interessi commerciali della Svizzera (Berna non ha mai rotto le relazioni diplomatiche ed economiche con Santiago) e poco propenso, nella logica della “guerra fredda”, ad aprire le frontiere a profughi di sinistra in fuga dalle dittature sudamericane di estrema destra (diverso è per esempio l’atteggiamento nei confronti di ungheresi e cecoslovacchi).  


L’Azione posti liberi deve così fare i conti con l’ostruzionismo del governo centrale, in particolare del consigliere federale Kurt Furgler: in una serie di incontri per lo più burrascosi (raccontati in un capitolo, tutto da leggere, delle sue memorie, vedi il sito www.areaonline.ch), Rivoir riesce anche a strappare concessioni, a imporre decisioni sul numero di profughi da accogliere, ma non riesce a evitare le ritorsioni di Berna tese a frenare le domande d’asilo e ad aumentare i costi a carico dell’organizzazione. Organizzazione che alla fine si trova di fatto senza ossigeno e si vede costretta, dopo due anni e mezzo, a sospendere quasi ogni attività. Ma con l’orgoglio di aver aiutato 438 cileni a trovare rifugio in un altro paese (in Svizzera ne vengono accolti 393).

Guido Rivoir Le memorie di un valdese

Pubblicato

Mercoledì 11 Settembre 2013

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