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L'editoriale

Il Ticino che fa splash

di

Francesco Bonsaver

4.600 domande d’assunzione per 60 posti disponibili in un nuovo acquaparco. Succede allo Splash di Rivera, nel nuovo comune Monteceneri, la cui apertura è prevista a metà giugno. Ne ha riferito il portale Ticinonline lo scorso venerdì nel quotidiano flusso tritatutto di notizie. Nell’articolo si precisa che l’80 per cento delle candidature proviene da residenti in Ticino. Un numero pari alla metà dei 7.300 disoccupati censiti nel cantone.

 

Delle due, l’una: o le condizioni salariali e d’impiego all’acquaparco sono favolose, o in Ticino c’è fame di lavoro. Dubitando fortemente della prima ipotesi, nella seconda si può riconoscere un segnale inquietante sulla condizione del mondo del lavoro nel cantone. Nulla di paragonabile a quanto accade sul medesimo fronte nella vicina Italia. O, in condizioni ancor più drammatiche, sull’altra sponda dello Ionio, in Grecia. Non è però il caso di consolarsi con le disgrazie altrui, perché anche nell’isola elvetica il futuro per i lavoratori non promette nulla di buono, e il presente è già allarmante.


Il numero esorbitante delle candidature nell’acquaparco ha il pregio di raccontare meglio dei rapporti redatti negli uffici del Seco la reale tensione nel mercato del lavoro ticinese. Una tensione ad alta corrente.
Le ragioni sono complesse, globali e intrecciate tra loro. Più semplice, e comodo, additare quali colpevoli coloro che hanno l’unico torto di voler semplicemente vivere di lavoro onesto come i frontalieri, aizzando consapevolmente un clima pesante nel paese, fino a dipingerli vergognosamente come ratti.


Tra i fattori del regresso sociale ed economico di questa nostra epoca, indubbiamente occupa un ruolo di primo piano nel cantone la spietata messa in concorrenza dei lavoratori, che permette di introdurre salari discount.
Stipendi al ribasso produttori a loro volta di consumatori discount, clienti alla continua ricerca del prezzo scontato per rimanere agganciati alla società del consumo frenetico. Sovente si tratta di una ricerca legittima, quasi materialmente obbligata dai pochi soldi a disposizione, da quello che rimane di un potere d’acquisto in costante erosione. A volte però la si maschera nell’illusione di essere furbi nel risparmiare, mentre in realtà siamo solo prigionieri di un circolo vizioso.


La logica secondo cui i prezzi bassi di un prodotto siano possibili solo con miserevoli stipendi è falsa e funzionale agli interessi di pochi. Secondo la rivista Forbes, la famiglia Albrecht, proprietaria della catena discount Aldi, ha accumulato un patrimonio di 45 miliardi di dollari. La verità è che la ricchezza si produce collettivamente, ma si concentra in poche avide mani.


E poi ci si domanda se il Primo Maggio abbia ancora un senso.

Pubblicato

Giovedì 2 Maggio 2013

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