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Crisi & Società

Il Ticino avaro di aiuti

Molto scarse le misure cantonali a sostegno delle fasce escluse dai provvedimenti federali. Coi casi di rigore, si vedrà se ci sarà un cambiamento di rotta

di

Francesco Bonsaver

Il Ticino, pesantemente colpito dalla pandemia sia per contagi che economicamente, non ha finora adottato misure economiche a sostegno della popolazione, restando in attesa di veder quel che faceva Berna. Altri cantoni si son già mossi rapidamente. Con l'ordinanza federale sui "casi di rigore, la situazione potrebbe cambiare. «Che nessuno sia lasciato indietro» auspica Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia

 

Nella prima ondata, la popolazione ticinese è stata indubbiamente la più colpita a livello nazionale dalla pandemia, sia per contagi sia per ripercussioni economiche. Ad attenuare l’impatto, due misure emanate del governo federale: il lavoro ridotto semplificato e la disponibilità alla liquidità necessaria per le imprese attraverso la possibilità d’indebitarsi rapidamente con crediti coperti da garanzia statale. Una terza misura importante, sempre d’ordine federale, è stata l’estensione agli indipendenti del diritto alla indennità perdita di guadagno (Ipg).  

Le due misure sopportate da casse federali, disoccupazione e Ipg (finanziate entrambe da salariati e imprese) sono state importanti, ma limitate a determinate categorie. A subire dei pesanti contraccolpi senza paracadute una moltitudine di lavoratori precari quali interinali, su chiamata, a percentuali basse, free-lance, il personale domestico a ore, titolari e familiari coadiuvanti di microimprese, mondo artistico o degli eventi e molti altri soggetti.

 

Quali misure ha messo in campo il Canton Ticino per sostenerli finanziariamente?


A inizio novembre, il governo ha informato di aver iniettato 550 milioni di franchi complessivi di misure temporanee con effetto sulla liquidità e circa 120 milioni di franchi sotto forma di sostegni puntuali o rinunce di incasso. Viste superficialmente, le cifre appaiono importanti. Considerate nel dettaglio, no. (Potete visionarle qui)

 

Gran parte dell’altisonante cifra di oltre mezzo miliardo (550 milioni), sono in realtà delle “dilazioni” di pagamenti o degli “anticipi” di versamenti già previsti. Misure che hanno aiutato le aziende ad aver maggiore liquidità, ma non c’è stata un’uscita contabile a sostegno della popolazione più sfavorita.

 

Anche dei 117 milioni di sostegni puntuali, solo la ventina di milioni aggiunti alla manutenzione già programmata dei prossimi sette anni degli immobili cantonali può essere considerata un investimento vero e proprio di cui beneficeranno imprese edili e artigianali.

 

Oltre la metà, 72 milioni, sono la rinuncia retroattiva e dell’anno in corso della tassa di collegamento, destinata ad aziende o commerci con più di cinquanta posteggi. Una tassa ambientale che avrebbe dovuto disincentivare il traffico privato e il cui ricavato era destinato a potenziare il trasporto pubblico. La crisi ambientale esce perdente, nuovamente rinviata.

 

Altra cifra di peso nella lista, i sei milioni di buoni sconto della campagna estiva “Vivi il tuo Ticino” da utilizzare nei ristoranti o alberghi cantonali. Una nota a piè di pagina spiega che quei sei milioni se li è assunti Banca Stato, precisando che «una parte in deduzione distribuzione utili 2020».

 

Le tre misure ci portano a 98 milioni su 117. Nelle restanti misure, non vi è traccia di aiuti diretti ai cittadini confrontati con gravi problemi economici a causa della pandemia. Per dirla con le parole dell’economista Christian Marazzi, nessun sostegno alla domanda dei lavoratori e cittadini consumatori. 

 

L’esempio viene da altri


I cantoni romandi, pure loro duramente colpiti dalla pandemia, hanno intrapreso strade diverse da quelle ticinesi. Essendo vasta la lista delle misure adottate a sostegno del reddito della popolazione e non solo delle aziende, ne indichiamo le principali con una breve panoramica. Nel Canton Vaud sono stati stanziati 15 milioni di franchi per coprire il 10% dei salariati a lavoro ridotto nel mese di novembre, 8 milioni per la presa a carico statale degli oneri sociali dei dipendenti nei settori degli eventi e ristorazione e 20 milioni a disposizione per la riduzione degli affitti commerciali.

 

Anche Friborgo assumerà una parte degli affitti commerciali (7 milioni) così come Ginevra. Quest’ultimo ha pure stanziato 15 milioni di franchi per i lavoratori precari, sans papiers compresi (misura sospesa da un referendum lanciato dall’Udc), mentre il Vallese metterà 25 milioni per gli indipendenti non coperti dagli aiuti federali e 12 milioni per elevare la copertura federale ai salariati che occupano posizioni assimilabili a quelle dei titolari nelle loro imprese

 

"Nessuno sia lasciato indietro"

 

C’era molta attesa e tanta speranza sul provvedimento federale sui cosiddetti “casi di rigore”, a favore delle attività duramente colpite ma finora escluse dai sostegni finanziari. Un’attesa conclusasi il 25 novembre con l’emanazione dell’ordinanza del Consiglio federale.

 

Speranze andate parzialmente deluse, ma l’ordinanza ha il pregio di aver chiarito le cose. «Finora si è assistito a un gioco di melina tra Confederazione e Cantone su chi pagava il conto» spiega Giangiorgio Gargantini, segretario di Unia Ticino. «Il Cantone premeva affinché se le assumesse Berna, mentre quest’ultima continuava a tergiversare. La recente ordinanza federale sui casi di rigore ha finalmente chiarito quanti fondi verserà Berna e fissato i paletti per averne accesso». Ai 43 milioni di franchi di fondi federali, il Ticino ne aggiungerà altrettanti. «Importi probabilmente insufficienti per far fronte alle difficoltà attuali. Se vediamo i paesi confinanti come la Germania, l’impegno finanziario elvetico è nettamente insufficiente, a fronte delle difficoltà e delle potenzialità economiche del Paese. Nei fatti, le autorità spingono su prestiti e fideiussioni pur di non mettere in campo dei sostegni a fondo perso».

 

I casi di rigore riguardano le sole aziende. E i lavoratori?, domandiamo al segretario sindacale. «Molti lavoratori sono stati esclusi dalle misure attuali e non sanno se saranno integrati nel futuro. Penso alle salariate in ambito domestico, le badanti o chi fa le pulizie, agli stagionali, ai salariati titolari delle microimprese e altre figure precarie rimaste scoperte integralmente o in parte, come gli interinali e i lavoratori su chiamata. Sono tutti lavoratori salariati e andrebbero sostenuti come gli altri. Ma anche la misura faro, il lavoro ridotto, giusta ed efficace, ha dimostrato comunque dei limiti evidenti. A livello nazionale, come sindacato abbiamo chiesto la copertura integrale, almeno a chi percepisce dei bassi stipendi. In Ticino la situazione è ancor più grave, data dalla realtà strutturale di stipendi di gran lunga inferiori al resto del Paese. Percepire l’80% di uno stipendio con cui già ieri si faceva fatica a vivere, diventa oggi insostenibile. Oggi il Canton Ticino ha la responsabilità di coprire quelle fasce escluse dall’ordinanza federale, agendo rapidamente. Alcuni cantoni l’hanno fatta propria e sono intervenuti, assumendo ad esempio a loro carico il 10% dei salari più bassi».

 

Cosa chiede il sindacato al Cantone? «Che nessuno sia lasciato indietro. Ci vuole un intervento a 360 gradi, che copra tutte quelle lavoratrici e lavoratori tagliati fuori dai sostegni finora implementati. Non vi è nessuna ragione perché un salariato sia considerato meno degno degli altri davanti ai gravi problemi posti dalla pandemia. E ci vuole rapidità. Per le fasce più deboli della popolazione ticinese da mesi in gravi difficoltà, a inizio ottobre era stato annunciato l’arrivo delle prestazioni ponte Covid per arrivare alla fine del mese con un fondo di 8 milioni. A quasi due mesi dall’annuncio del messaggio, il Gran Consiglio non lo ha ancora dibattuto».

Pubblicato

Giovedì 3 Dicembre 2020

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