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Il Sud Africa cerca il perdono

di

Gianfranco Helbling
È dedicata al cinema del Sud Africa a dieci anni dalla fine dell’apartheid l’intrigante retrospettiva del festival del cinema giovane Castellinaria di Bellinzona, che prende avvio domani (cfr. riquadrato). E su uno dei nodi centrali del dopo apartheid, il problema del perdono, ha posto la sua attenzione uno dei film più belli ed intensi visti in Concorso al Festival di Locarno 2004, quel “Forgiveness” di Ian Gabriel ingiustamente ignorato dalla Giuria ufficiale. “Forgiveness” coniuga in maniera mirabile ricerca visiva, rigore formale e profondità di contenuti per raccontare di come un poliziotto bianco cerchi il perdono di una famiglia nera per averne ucciso durante il regime dell’apartheid uno dei figli. Il regista, Ian Gabriel, diventato famoso nel campo della pubblicità e dei video musicali, è anche titolare con la moglie di una casa di produzione. “Forgiveness” è il suo primo lungometraggio di fiction. L’incontro a Locarno è stata l’occasione per parlare di cinema non meno che dei problemi del Sud Africa del dopo apartheid. Ian Gabriel, realizzare “Forgiveness” è stato per lei anche un modo per fare i suoi conti personali con il periodo dell’apartheid? Per certi versi sì. La mia è una famiglia meticcia, e io durante l’apartheid non mi sono mai sentito svantaggiato, anzi: potermi esprimere attraverso il cinema e gli audiovisivi è un privilegio notevole. Questo in qualche modo mi ha confrontato con una mia, reale o presunta, colpevolezza. Occuparmi così intensamente di questi problemi per realizzare “Forgiveness” mi ha certamente aiutato: per me era la storia giusta da raccontare. Ma più ancora mi sembrava interessante perché potevo porre la storia recente sudafricana in un contesto più universale. Specialmente dopo l’11 settembre 2001 si è tornati molto a discutere di perdono e redenzione, e di recupero di quanto si è perso. Per questo credo di aver fatto un film che tratta un soggetto universale, non sudafricano. Che importanza ha il tema del perdono, che dà il titolo al suo film, nel Sud Africa del dopo apartheid? Risolvere la questione fra perdono e vendetta rappresenta una sorta di rivoluzione per tutto il continente africano. La cosa più importante da fare è perdonare perché ci si ama: se si ama sé stessi non si può che perdonare, perché ci si libera di tutti i pesi e delle sofferenze del passato e si torna ad essere uno spirito libero. Questa filosofia morale è tipicamente africana. Molti europei infatti non capiscono esattamente il vero significato del lavoro della Commissione per la verità e la riconciliazione. In Sud Africa abbiamo avuto l’eccezionale opportunità di risolvere da soli i nostri problemi. Ci possono essere diverse risposte possibili alla questione del perdono. Non abbiamo avuto tutti lo stesso approccio. Il fatto che in una certa misura abbiamo risolto questo problema non è un miracolo, perché sarebbe stato troppo facile. Non è una giustizia facile quella che ha cercato il Sud Africa, c’è voluto molto lavoro e tanta fatica per arrivare dove siamo oggi. È un lavoro che dobbiamo ancora continuare, passo dopo passo. In questo senso anche il mio film è un piccolo passo in questo processo sociale. Mi piacerebbe vedere un americano raccontare questa storia in un contesto americano: penso che avrebbe molte più difficoltà di quante non ne abbia incontrate io. Nel suo film c’è un’attitudine molto diversa in relazione alla questione del perdono a dipendenza delle generazioni: molto più disponibili gli anziani, molto più chiusi i giovani. È quanto si riscontra oggi anche nella società sudafricana? Sì, in maniera molto marcata. Uno dei maggiori problemi nella società sudafricana contemporanea è l’impazienza dei giovani: perché si aspettavano molto, ma gli ultimi dieci anni sono stati passati a negoziare, negoziare, negoziare senza che nulla sembrasse accadere. Oggi sempre più si ritiene superata la saggezza della generazione di Nelson Mandela: i giovani hanno un approccio molto più radicale alle soluzioni politiche dei problemi del Sud Africa. Il suo film si basa su una storia realmente accaduta? Su varie storie diverse l’una dall’altra realmente accadute. Abbiamo lavorato combinando diverse esperienze. Per me è stato molto interessante scoprire ad esempio attraverso la Commissione per la verità e la riconciliazione che non soltanto le vittime di violenze durante il regime dell’apartheid, ma anche gli autori di quelle violenze avevano bisogno di una terapia: spesso i torturatori soffrono oggi di patologie uguali a quelle delle loro vittime, e questo perché entrambe le parti, seppure con modalità diverse, hanno vissuto un approccio innaturale alla comunicazione umana. Direbbe che anche i torturatori sono vittime? Direi che sono vittime della loro epoca e del loro scarso senso morale. Allo stesso modo dico che oggi la società occidentale è vittima di una mancanza di discernimento in Iraq. È qualcosa di cui soffre l’intera società. La speranza è che la società sappia correggere questa sua visione distorta, altrimenti ci sarà sempre chi ne soffrirà, anche dalla parte di chi il torto materialmente lo commette. È stato difficile per i suoi attori lavorare sui loro personaggi? Penso che sia stato difficile ma anche utile. Tutti i sudafricani hanno un passato in relazione con l’apartheid, in un modo o nell’altro. Per questo mi è parso subito chiaro che tutti gli attori, e non qualcuno più di altri, avrebbero dovuto portare il peso del film. È un modo di costruire un film antihollywoodiano, non c’è un vero e proprio eroe, ma ognuno a turno diventa eroe. Questo ha potuto funzionare perché gli attori hanno saputo lavorare assieme molto strettamente, hanno capito che ognuno di loro poteva esprimersi soltanto attraverso gli altri, e questo perché tutti siamo così legati uno all’altro dall’esperienza dell’apartheid. Come è stato accolto il film in Sud Africa? Abbastanza bene. Per ora è uscito soltanto nel circuito arthouse, le cui sale sono situate soprattutto in quartieri in cui vivono bianchi. Vorrei che uscisse anche nel circuito commerciale, le cui sale sono spesso situate in periferia o nei quartieri popolari, perché sia visto anche dai neri. Molti ci chiedono perché abbiamo fatto un film politico. Rispondo loro che lo sfondo del film è politico, ma che questo non è un film politico. È semmai un film sulla famiglia. Credo che una società deve raccontare le storie che essa stessa esprime: una storia è come un fiore delicato, cresce soltanto se trova il terreno giusto e se viene adeguatamente curata. Credo di essere stato fortunato ad aver trovato questa storia e ad averla potuta raccontare. Che ruolo ha giocato il cinema negli ultimi dieci anni per guarire le ferite dell’apartheid? Il cinema, il teatro, la letteratura, e tutte le forme d’espressione artistica e culturale in Sud Africa (compreso lo sport, che è inteso come fatto culturale) sono stati molto importanti per superare una visione strettamente politica del problema. Hanno permesso di capire che una società aperta è normale, mentre non lo è una società chiusa, segregazionista. L’industria cinematografica sudafricana è oggi interrazziale? Comincia ad esserlo. Ma non lo è ancora come mi piacerebbe che fosse. Nella nostra casa di produzione abbiamo una decina di apprendisti e studenti nelle diverse funzioni che provengono tutti da comunità che ancora oggi sono sfavorite nell’accesso alla formazione e al lavoro. Alcuni di loro erano dei senza tetto quando li abbiamo assunti. C’è un programma di formazione specifico per permettere l’accesso dei neri ai mestieri del cinema, ma l’industria cinematografica sudafricana è ancora oggi prevalentemente bianca. Anche i registi neri sono una netta minoranza. Come sta il Sud Africa dieci anni dopo la fine dell’apartheid? Credo che sia effettivamente una fase difficile, perché ognuno oggi deve assumersi le sue responsabilità e deve realizzare qualcosa se vogliamo crescere come nazione. Ma se confronto il clima sociale e l’umore generale della gente oggi rispetto al periodo dell’apartheid, è come se fossero due nazioni diverse. Si tratta anche di cose banali: come si esce di casa, come ci si rivolge ad un poliziotto, come si usufruisce dei servizi della propria ambasciata… Ora siamo una famiglia, e come tutte le famiglie abbiamo dei problemi. Sono 12 i film che costituiscono la retrospettiva 2004 del festival Castellinaria di Bellinzona dedicata al decimo anniversario dalla fine dell’apartheid in Sud Africa. Intitolata “La verità ferisce, il silenzio uccide” (una frase di Desmond Tutu), la retrospettiva ha quale fulcro il film “Fools” di Ramadan Suleman, prima fiction diretta da un nero nel suo paese d’origine, Pardo d’argento a Locarno nel ’97 (proiezione giovedì 18 alle 18). Per decenni però i registi sudafricani di colore dovevano girare in esilio: è il caso di Lionel Ngakane, di cui domani, sabato 13 alle 19 circa, si vedrà “Jemina & Johnny” realizzato a Londra nel ’66. Oppure il cinema sudafricano di denuncia doveva avvalersi di registi stranieri, come l’americano Lionel Rogosin, di cui sempre domani alle 17.30 si vedrà “Come back Africa”. Fra gli altri film della retrospettiva da segnalare “Fruits of Defiance” di Brian Tilley e Oliver Schmitz (lunedì alle 18) sulla campagna di lotta del 1989, “Mapantsula” dello stesso Schmitz girato nell’88 nei ghetti di Soweto (martedì alle 18) e “Waati” del malese Suleymane Cissé (sabato 20 alle 16.30). Tutte le proiezioni all’Espocentro, per info: www.castellinaria.ch.

Pubblicato

Venerdì 12 Novembre 2004

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