Esteri

Il Rojava si prepara alle elezioni nonostante la repressione turca

Prevista per oggi, la consultazione dovrebbe tenersi l’8 agosto in un clima di continue violazioni dei diritti umani da parte di Ankara

Secondo la Commissione elettorale dell’Amministrazione autonoma del Nord Est della Siria (Rojava) sono oltre 200mila i cittadini chiamati a votare in 42 città di cui sei di grandi dimensioni alle elezioni politiche che avrebbero dovuto svolgersi l’11 giugno. La richiesta di posticipare il voto all’8 agosto è stata avanzata dagli stessi partiti politici che hanno avviato la loro campagna elettorale per avere più tempo soprattutto per organizzare il monitoraggio internazionale del voto. A pesare sul voto sono arrivate, ancora una volta, le durissime prese di posizione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Lo scorso 30 maggio, Erdogan aveva denunciato che il voto minaccia “la sicurezza nazionale turca. La Turchia non permetterà mai che l'organizzazione separatista del Nord della Siria e dell’Iraq stabilisca uno stato terrorista al di là del nostro confine meridionale”, ha tuonato il presidente turco. 

 

L’ennesimo rinvio

Il voto doveva tenersi lo scorso 30 maggio ma è stato spostato a giugno, prima del nuovo rinvio, per poter approvare alcune riforme legislative e amministrative, dopo l’entrata in vigore del Contratto sociale, lo scorso dicembre 2023, che, oltre a stabilire l’assetto istituzionale regionale, regola i diritti dei lavoratori puntando sulla giustizia sociale nella regione curda. Nel settembre e nel dicembre 2017 si era andati a votare nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane per le elezioni amministrative. Le elezioni federali che inizialmente avrebbero dovuto avere luogo nel 2018 erano invece state spostate a data da destinarsi. Dopo altri rinvii nel 2022 e nel 2023, la primavera del 2024 era stata fissata come nuova scadenza elettorale, a dieci anni dalla liberazione di Kobane, in mano allo Stato islamico, da parte dei combattenti delle Unità di protezione maschile e femminile (Ypg-Ypj).

 

Proteste nel Kurdistan turco

D’altra parte, nel Kurdistan turco non si ferma l’attacco ai risultati elettorali, sfavorevoli per il partito di Erdogan, delle elezioni amministrative del 31 marzo scorso che hanno visto trionfare la coalizione DEM della sinistra filo-curda. Dopo i festeggiamenti per la conferma dei risultati della municipalità di Hilvan, guidata da Serhan Paydas, è arrivato l’arresto del co-sindaco di Hakkari, Memet Siddik Akis. Akis è stato condannato a 19 anni per appartenenza a un’organizzazione terroristica, in riferimento ai suoi legami con il partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), accusato di terrorismo in Turchia.

Numerosi sostenitori di Akis sono scesi per le strade di Hakkari per manifestare a sostegno del sindaco DEM eletto. Lo stesso tipo di accanimento giudiziario si verificò dopo il voto del 2019 contro il partito democratico dei popoli (HDP) e il suo affiliato locale (BDP). Il tentativo delle autorità turche è di prevenire i sindaci DEM dall’operare nelle municipalità a maggioranza curda dove hanno ottenuto il loro successo elettorale. 

 

Le condanne di Demirtas e Yuksekdag

A conferma che non si fermano le violazioni dei diritti umani contro i curdi, lo scorso 16 maggio, il co-leader di HDP, Selahattin Demirtas, è stato condannato a 42 anni di reclusione per il suo presunto ruolo nelle proteste pro-curde del 2014, innescate dall’attacco dell’Isis contro Kobane in Rojava. Una simile condanna è stata decisa contro la co-leader di HPD, Figen Yuksekdag. Anche lei, già in prigione, dovrà scontare una pena di 30 anni di reclusione.

La stessa sorte riguarda molti altri politici e parlamentari di HDP (108) condannati per attacco all’unità dello stato. Demirtas continua ad essere continuativamente in prigione dal novembre 2016. Durante la sua testimonianza nel processo nel 2023, Demirtas ha parlato di accuse ispirate dalla “vendetta”. “Non ci sono prove contro di me. È un caso politico di vendetta, non siamo stati arrestati legalmente, siamo ostaggi politici”, aveva dichiarato il leader curdo. 

Nel dicembre 2020, la Corte europea dei diritti umani (CEDU) aveva chiesto alle autorità turche di liberare Demirtas perché la sua pluriennale detenzione viola il diritto alla libertà di espressione. Erdogan aveva duramente criticato le decisioni della CEDU.

 

Non si ferma intanto la repressione della minoranza curda in Turchia, mentre Erdogan punta tutto sulla stigmatizzazione di Israele a causa del conflitto a Gaza per motivare il suo elettorato. Il presidente turco ha definito Israele come “una minaccia per la pace globale”, chiedendo anche all’Italia il riconoscimento dello stato palestinese, dopo la decisione presa in questo senso da Norvegia, Spagna e Irlanda. Infine, continua a essere in salita la strada per la costruzione delle istituzioni del Rojava, messa a dura prova dai raid turchi e dai continui rinvii del processo elettorale.

Pubblicato il

11.06.2024 10:22
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