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Il Pss riscopre la lotta di classe, i suoi rappresentanti no

di

Franco Cavalli

All’indomani della vittoria a sorpresa di Trump alle elezioni presidenziali americane, il presidente del Pss aveva suscitato un putiferio mediatico dicendo che di fronte all’avanzata del populismo di destra l’unica ricetta valida era la lotta di classe. Con questa affermazione intendeva che per battere la destra bisogna rimettere il lavoro al centro del discorso politico della sinistra, accodandosi così ai molti commentatori, che avevano sottolineato come la vittoria di Trump era soprattutto dovuta a quell’importante parte della classe operaia che si era sentita tradita dai Clinton, benvoluti da Wall Street e portabandiera di quella globalizzazione che tante vittime ha fatto negli strati sociali più deboli nei paesi occidentali. L’affermazione di Levrat era soprattutto provocatoria: non è la prima volta che il presidente del Pss sfodera una grinta molto aggressiva nelle sue interviste ai domenicali, per poi regolarmente ritornare ad un atteggiamento molto più morbido nelle trattative che seguono. Basti pensare a quante volte ha solennemente affermato “affosseremo gli accordi bilaterali se non avremo misure di accompagnamento efficaci”, per poi tornarsene a casa con la coda tra le gambe, con le conseguenze che ben conosciamo….

 

Stavolta la sparata di Levrat ha aumentato di molto l’interesse dei media per il congresso Pss di inizio dicembre, dedicato al programma economico. Il testo sottoposto ai congressisti proponeva una “democratizzazione dell’economia”, e riprendeva in buona parte il discorso sulla cogestione, che era di moda qualche anno fa. Il testo rimaneva parecchio teorico: di nazionalizzazioni non si parlava, di ristrutturare l’economia su modelli cooperativi appena appena, mentre si insisteva molto sull’ampliamento del servizio pubblico. Niente quindi di molto rivoluzionario. Al congresso lo stesso Levrat ha sottolineato che in fondo si trattava per lui soprattutto di combattere “la lotta di classe portata avanti da ricchi contro i meno abbienti”. Che questo tipo di lotta di classe esista, viene riconosciuto oggi anche dai borghesi illuminati. È stranoto per esempio il bon mot del miliardario Warren Buffett che ebbe a dire: “Certo che la lotta di classe c’è, e noi la stiamo vincendo”. Ma il documento congressuale e soprattutto l’interesse mediatico sono stati sufficienti per suscitare le bordate della destra socialliberale: i vari Jositsch e Bruderer (e dietro le quinte i due consiglieri federali Sommaruga e Berset) si sono scagliati contro questa ricaduta nel marxismo. Anche se al congresso i due sono stati sonoramente sconfitti, elettoralmente hanno raggiunto il loro scopo: rendersi popolari come modernisti e quindi eleggibili dalle fasce borghesi.


Il congresso Pss ha confermato che la base del partito rimane fortemente ancorata a sinistra, base che continua a credere nell’assunto statutario secondo cui scopo del Pss è il superamento del capitalismo. Purtroppo la realtà quotidiana parla poi ben altra lingua, anche perché a gestirla sono i consiglieri federali ed i vari consiglieri di Stato, ai quali ben poco importano le decisioni di fondo dei vari congressi socialisti. Anzi: molto spesso sono i primi a fare esattamente il contrario. Per rendersi veramente credibile, il Pss dovrebbe statutariamente darsi la possibilità di obbligare i propri rappresentanti nei vari consessi esecutivi a non essere… antisocialisti! Finché ciò non capiterà, potremo continuare a pensare che c’è troppo poco di nuovo sotto il sole, al di là delle sparate domenicali di Levrat.

Pubblicato

Mercoledì 21 Dicembre 2016

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