Molto si è parlato, durante l’appena conclusa edizione del Festival internazionale del film di Locarno, della crescita della rassegna cinematografica ticinese. Da un lato per il budget, esploso in un solo anno da 7 a 9,3 milioni di franchi. Dall’altro per l’offerta complessiva, notevolmente cresciuta rispetto al passato e secondo non pochi critici debordante ed eccessiva. Spinti dall’entusiasmo, diversi commentatori e politici nostrani hanno vaneggiato di un Festival di Locarno ormai alla pari con la tremenda troika Cannes-Venezia-Berlino, quindi di un posto ormai sicuro nella “Serie A” dei festival. La miopia provinciale cantonticinese ha impedito una volta di più di guardare in faccia la realtà con sufficiente chiarezza: questa edizione del Festival, più che la grandezza, ne ha messo in mostra i limiti, certamente superabili ma con un lavoro di anni. E se si vuole rimanere nella metafora calcistica, ci si rassegni: più che con un posto sicuro in Serie A, Locarno sembra una di quelle squadre di provincia le cui ambizioni si devono limitare (almeno per il momento) alla disputa del girone di promozione-retrocessione. Non c’è dubbio che quest’anno il Festival sia cresciuto. È probabile che sia cresciuto troppo, e troppo in fretta. Non tanto per le limitate capacità di fruizione degli spettatori: forse è vero che il programma di un festival non deve essere necessariamente percorribile da chiunque in ogni sua sezione. Il problema si sta ponendo però per il Festival stesso, che non ha assecondato questa esplosione dei programmi e delle ambizioni con una proporzionale crescita qualitativa di tutto il suo apparato. Per fare un esempio: in un festival di queste dimensioni non dovrebbe succedere (come invece è successo a Locarno) che sia la stessa direttrice Irene Bignardi a dover rincorrere con il cellulare gli ospiti in ritardo ad una tavola rotonda e a dover coordinare i conseguenti aggiustamenti di programma. Per questo è logico il suo sfogo quando vincola l’eventuale rinnovo del suo contratto dopo l’edizione 2003 alla nomina di «una persona che condivida con Teresa Cavina e me la quantità spaventosa di ore che noi due lavoriamo per concepire e gestire la programmazione». Ma ancora non basterebbe: è infatti tutto l’impianto amministrativo e operativo del Festival a dover essere rivisto, perché non è più pensabile gestirlo oggi facendo affidamento sull’entusiasmo e sul volontariato dei collaboratori, che sono stati la benzina dei successi di quasi vent’anni fa. Altrimenti in futuro il critico Gianni Rondi non sarà il solo a riconsegnare in anticipo le chiavi della sua casella stampa perché non ci trovava dentro nessuna informazione. In realtà, proprio nel momento in cui ha voluto crescere, il Festival di Locarno s’è rivelato più fragile del previsto: un pardo che, anziché ruggire, miagola. Sintomatica del divario fra ambizioni e realtà è stata la latitanza di ospiti importanti, soprattutto americani e soprattutto sui film della Piazza. Un festival con le ambizioni di Locarno deve avere dei personaggi che accompagnino i film, perché è questa l’unica chiave per interessare gli inviati dei grossi media internazionali. Altrimenti, se è solo per vedere qualche anteprima, se ne stanno comodamente a casa. Ma a parte Rupert Everett e Sydney Pollack (allettato dall’assegno che accompagna il Pardo d’onore), dopo i primi giorni la vita s’è ben presto fatta dura. Così che all’ultimo giorno di Concorso nessuno ha accompagnato il film americano “One Hour Photo” di Mark Romanek, protagonista Robin Williams: evidentemente quel film (un po’ fuori luogo nel contesto della competizione locarnese) interessava al Festival per mettere piede a Hollywood più di quanto il Festival interessasse al film. Non solo: per i giornalisti italiani è diventato personaggio addirittura Mario Monicelli. E quando un giorno si sono trovati a corto di notizie, hanno deciso in blocco di violare l’embargo sul film di Franco Piavoli in Concorso pur di avere un pezzo da pubblicare, uscendo così con la recensione di “Al primo soffio di vento” prima ancora che la Giuria e il pubblico vedessero il film. Che il Festival su questo punto abbia ceduto nei confronti degli inviati italiani la dice lunga sulla sua debolezza. E allora, viste le difficoltà a confrontarsi con gli altri grossi festival sul campo del cinema, viene il dubbio che gli incontri con gli scrittori siano stati (anche) un buon escamotage per avere a Locarno dei bei personaggi capaci da soli di fare notizia (da Antonio Tabucchi ad Arundhati Roy, da Abraham Yehoshua a Ralf Dahrendorf), molto più facili da invitare che non l’intera troupe di un film, quando oltretutto si deve fare i conti con le astruse strategie dei distributori e la feroce concorrenza degli altri festival estivi. Locarno deve dunque seriamente chiedersi se è (già) all’altezza delle sue ambizioni. O se non sia il caso di pilotare meglio la sua crescita. Nella seconda ipotesi, un giudizioso ridimensionamento del programma sarebbe utile. Locarno ad esempio, stretto fra Cannes, Venezia, Toronto e San Sebastian, non è in grado di avere, almeno per ora, 60 lungometraggi nuovi tanto solidi da poter reggere con forza la Piazza, il Concorso ufficiale e il Concorso video: forse qualche film in competizione potrebbe tornare in Piazza, e si potrebbe ridefinire il ruolo della produzione video. Per non parlare di due retrospettive complete, che, per quanto prestigiose come quelle di quest’anno, rischiano di offuscarsi a vicenda. Insomma, il Festival è cresciuto, la sua proposta culturale è sempre stimolante, le sue finanze stanno bene e il pubblico lo ama. Sarebbe però sbagliato non vedere dietro questa facciata i suoi molti problemi. Che sono di scelta di contenuti non meno che di strutture, i primi da calibrare alle seconde. E che non si risolvono vantando la grandeur del Festival, ma soltanto con un vero dibattito sui suoi mezzi e sui suoi fini.

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23.08.02

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