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Il Nicaragua rimosso

di

Sergio Ferrari
Militante sindacale da più di vent’anni, Mario Malespín è stato alla testa della tenace resistenza contro la privatizzazione dell’impresa statale di telecomunicazioni (Telcor) dopo la sconfitta elettorale del Fronte sandinista (Fsln). Il suo impegno gli è costato il posto di lavoro: lasciato a casa, poi reincorporato, Mario Malespín è stato nuovamente licenziato nel 2002. Lotta ancor oggi per la sua reintegrazione. Sandinista storico, lucido osservatore, voce critica, la sua analisi sul Nicaragua attuale e sull’Fsln aiuta a capire una delle dinamiche più complesse della regione centroamericana. Il 19 luglio si compiono i 25 anni della vittoria insurrezionale contro la dittatura somozista. Cos’è oggi l’Fsln? L’Fsln ha rinunciato alla conquista del potere attraverso la lotta armata. Segue la via elettorale ed ha perciò una struttura partitica elettoralistica, che si attiva nell’imminenza delle elezioni per poi passare a uno stato di riposo quasi assoluto, senza nessun lavoro di base. Con una capacità economica limitata – se paragonata a quella che deteneva quando era al potere – le strutture del partito sono assai deboli. Vengono privilegiati i quadri politici che dimostrano lealtà nei confronti della dirigenza del partito. In Nicaragua c’è molta gente che si considera sandinista senza però far parte della struttura del partito. Come si può spiegare oggi il sandinismo? Il sandinismo è sommamente ampio, rappresenta una posizione anti-imperialista per gli uni, nazionalista per gli altri, di vera sinistra per altri ancora, rivoluzionaria per tanti. Si può parlare di due sandinismi. Quello che sopravvive nel tempo, che esige dall’Fsln una posizione in accordo con i postulati della Rivoluzione, di principi coerenti e classisti. E un sandinismo fedele alla dirigenza del partito, poco riflessivo e di sostegno totale a qualsiasi decisione prenda la sua cupola. Quest’ultimo settore, sempre più minoritario, è conosciuto come “danielista” [dal nome del segretario generale dell’Fsln Daniel Ortega, ndr]. Spesso oggi in Nicaragua che si definisce sandinista precisa subito: “però non danielista”. Qual è la relazione fra Fsln e movimento sociale? Il movimento sociale si è indebolito e si è distanziato dall’Fsln per due ragioni. Se i dirigenti del movimento sono “danielisti”, le basi si allontanano. Se invece i leader sono indipendenti e dimostrano una certa forza, molte volte è la dirigenza del partito che tarpa loro le ali. Ciò ha portato in alcuni casi alla divisione interna del movimento. In altri le sue lotte sono state praticamente ignorate dal partito. Per questo il movimento sociale cerca con sempre maggior decisione di formare alleanze con la cosiddetta “società civile”, che nel caso del Nicaragua non è altro che un insieme di organizzazioni non governative (Ong) e alcuni personaggi che influiscono sull’opinione pubblica. Negli ultimi anni il Nicaragua ha vissuto un’altalena di mobilitazioni (studenti, lavoratori del caffè, lotte contro le privatizzazioni, ecc.) e cadute di intensità. È corretta quest’interpretazione? A partire dal governo di Violeta Chamorro il potere di turno ha promosso una strategia per indebolire le lotte sociali e dividere i movimenti che le animano. Le vere rivendicazioni sociali sono state snaturate, a causa sia del loro recupero da parte dei partiti, sia della manipolazione interna alle stesse. I governi ne hanno approfittato per portare avanti negoziati parziali, impedendo così l’unità di tutti i conflitti. D’altro canto non esiste una dirigenza organica di queste lotte e nemmeno una vera alleanza fra i vari settori. Molti conflitti sociali negli ultimi 14 anni sono stati risolti a metà, lasciando il resto senza risposte. L’Fsln appoggia i settori utili in termini di voti, però facendo sempre attenzione di non compromettere i suoi obiettivi elettorali. A volte sembra che all’Fsln non interessi un movimento sociale forte, unito e organizzato. Si presenta come l’unica opzione per risolvere i problemi sociali, ma lo fa a suo modo: negoziando allo stesso tempo la soluzione di questi problemi e la sua quota di potere nelle diverse istanze dello Stato. Così da un lato impedisce la nascita di una reale alternativa di sinistra che potrebbe entrare in competizione, dall’altro rivendicando tali lotte sociali mantiene il suo statuto di principale interlocutore del governo e delle altre forze politiche ed economiche del paese. Ci sono segnali indicativi di un rafforzamento del movimento sociale? Esiste un’esperienza recente nell’ambito della lotta anti-globalizzazione, e in particolar modo anti-Alca [l’Accordo di libero commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush, ndr]. Lo scorso mese di novembre ha avuto luogo un’enorme mobilitazione spontaneamente organizzata dal Movimento sociale del Nicaragua composto di sindacati, studenti universitari, gruppi di donne, Ong, ecc. È stata la dimostrazione che non è solo l’Fsln ad avere capacità di mobilitazione. Questa esperienza – anche se debole in quanto frutto di un’articolazione “orizzontale” fra settori diversi –, senza leadership e senza tensioni interne di potere, può essere il segnale della nascita di un’alternativa popolare a medio, lungo termine, all’interno oppure al di fuori dell’Fsln. una speranza. Qual è il ruolo attuale dei sindacati? Il movimento sindacale ha preso coscienza della sua debolezza: se non ci sono lavoratori formali non c’è forza sindacale. Gli impieghi informali, i contratti temporanei, la flessibilità, la distruzione della capacità produttiva nazionale risultato dell’invasione di prodotti a basso costo sussidiati da altri paesi oppure assemblati nelle zone franche, lasciano presagire un futuro poco promettente per il movimento sindacale che un tempo era l’avanguardia del movimento sociale. L’unica via d’uscita è l’unità fra i diversi settori sociali, e già esiste una buona esperienza nei settori della salute e dell’educazione. Qualcosa si sta muovendo, il tempo dirà fino a dove sarà possibile arrivare. Mario Malespín, come legge la situazione politica attuale in Nicaragua? L’attuale governo di Enrique Bolaños è a mio avviso il più “pro-yankee” della storia del Nicaragua. Accetta l’ingerenza nordamericana nella vita interna del paese. È un precedente pericoloso, perché in futuro qualsiasi governo che cercherà di ribaltare questa pratica sarà visto come un nemico dell’Impero e pertanto sarà colpito con sanzioni politiche ed economiche. D’altro lato, penso che l’Fsln sta toccando il fondo con la sua riserva di militanti incondizionati. Il partito è obbligato ad aprirsi in maniera democratica, altrimenti è condannato a sparire come alternativa di potere. Un’apertura darebbe spazio a settori che si fanno ancora portavoci di un progetto di sinistra, sensibili ai bisogni dei poveri che costituiscono un’immensa maggioranza in Nicaragua. Ciò rafforzerebbe le possibilità di presa del potere da parte di settori dell’Fsln non legati alla corruzione né all’arricchimento smisurato dei suoi leader, non compromessi come gli attuali leader scesi a patti con la destra. Il terzo attore, il Partito liberale costituzionalista (Plc) dell’ex presidente Arnoldo Alemán, è debilitato dalla corruzione. Questa situazione apre grandi possibilità all’Fsln in vista delle elezioni municipali del prossimo mese di novembre, tanto più che molti candidati sandinisti sono compagne e compagni non legati alla cupola del partito e pertanto suscettibili di creare una tendenza positiva in seno all’Fsln. *** Com'è cambiata la solidarietà di Sergio Ferrari Nel 1979, in Svizzera come in altri paesi, si scatenò un’esplosione di comitati e organizzazioni di solidarietà. L’originalità della Rivoluzione sandinista attirò in tutto il mondo l’attenzione di migliaia di persone che vedevano nel Nicaragua un’alternativa per i popoli del sud. Venticinque anni dopo, di tutto ciò resta ben poco. Non solo per l’involuzione politica in America centrale, ma anche a causa di una nuova dinamica planetaria nella quale – in molti casi – la solidarietà tradizionale ha lasciato spazio all’altermondialismo. Le manifestazioni a favore della fine della guerra di aggressione al Vietnam suscitarono nel mondo intero un’intensa dinamica di solidarietà che raggiunse l’apice quando Saigon venne liberata alla fine di aprile del 1975. Quasi parallelamente, l’America latina attirava l’attenzione internazionale a causa dei violenti colpi di stato militari che si succedevano senza tregua. La caduta del governo di Salvador Allende in Cile (settembre 1973), il “golpe” in Uruguay che la precedette il 27 giugno dello stesso anno, e quello in Argentina nel marzo del 1976, provocarono come reazione un’ondata di solidarietà internazionale. Un movimento rafforzato dal flusso di migliaia di esiliati politici latinoamericani che si sparsero per l’Europa, contribuendo così a dare nome e cognome al dramma risultato dell’applicazione della cosiddetta Dottrina della sicurezza nazionale (la lotta al “nemico interno” comunista a cui Washington costringeva i paesi dell’emisfero occidentale) in questo continente particolarmente martirizzato. Questa disponibilità solidale, che non fu estranea ai corollari del Maggio francese e delle proteste giovanili in diversi paesi del vecchio continente, fu segnata da due concetti: la denuncia e la resistenza. La solidarietà di un movimento “alla difensiva” si strutturò così partendo dall’opposizione alle dittature. I diritti umani furono un elemento di fondamentale importanza in questa logica solidale della metà degli anni Settanta. Il trionfo sandinista del 1979, che culminò in luglio una rapida insurrezione popolare che durò appena qualche mese, catapultò al potere una forza guerrigliera. Il nome quasi sconosciuto fino ad allora di Sandino e del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) – in un paese quasi sconosciuto come la piccola Nicaragua – mise radici negli angoli più remoti del pianeta, contribuendo a forgiare un nuovo concetto di internazionalismo che avrebbe marcato un intero decennio e che avrebbe contagiato il resto della regione centroamericana, regione dove altri due movimenti guerriglieri – il Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln) in Salvador e l’Unità rivoluzionaria nazionale guatemalteca (Urng) in Guatemala – conducevano lotte simili a quella dell’Fsln. Le cause dell’esplosione solidale Questa esplosione della solidarietà fu il risultato, in un momento storico propizio, della natura del sandinismo, della sua ampia proposta programmatica e della retorica “umanista” e umanizzante dei suoi principali dirigenti. Il motto “La solidarietà internazionale è la tenerezza fra i popoli” si convertì nella consegna e nel paradigma di un fenomeno diffuso e massiccio mai visto fino ad allora. Ampissimi settori sociali e generazionali del pianeta condivisero la visione creativa che proponeva il sandinismo: economia mista, pluralismo politico, non allineamento sulla scena internazionale e ampia partecipazione popolare (nella quale i cristiani giocavano un ruolo significativo). Un modello tanto attraente quanto originale, che catalizzò l’interesse di numerosi attori di un movimento solidale costruttivo e propositivo, forza viva di una solidarietà radicalmente diversa che faceva un passo avanti rispetto a quella del decennio precedente, incentrata sulla denuncia delle dittature e sulla protesta per le violazioni dei diritti umani. La prepotente aggressione statunitense promossa da Ronald Reagan a partire dal 1983-1984 stimolò ancor di più il flusso di cooperazione che giungeva da ogni parte del mondo, incluso da importanti organizzazioni della stessa società nordamericana. A partire dal 1979 in Svizzera si formarono decine di comitati – quasi uno per ogni città importante del paese – e di gemellaggi fra città elvetiche e municipi nicaraguensi. Centinaia di gruppi e brigate di ricostruzione visitarono e lavorarono in Nicaragua. Numerose organizzazioni non governative e parecchi volontari (1) fecero di questo paese centroamericano un luogo privilegiato di attività. Nata nel 1979, la Coordinazione nazionale svizzera dei comitati di solidarietà – trasformatasi poco dopo nel Zentralamerika Sekretariat – si convertì in un motore che stimolò e coordinò le molteplici iniziative che sorgevano nel paese. La sconfitta smobilitatrice L’inatteso sconfitta elettorale dell’Fsln nel 1990, la perdita dell’apparato statale e il conseguente allontanamento del sandinismo dai suoi alleati esterni, decretarono la crisi della solidarietà. Una crisi che si verificava sullo sfondo sia di un paesaggio politico-ideologico assai complesso in un paese appena uscito da una guerra, sia della sconfitta del socialismo reale e della preponderanza della “fine della storia” quale apparente verità definitiva in un nuovo sistema planetario unico ed egemonico. Benché in altri termini e con altri concetti, il movimento di solidarietà verso il Nicaragua e l’America centrale riuscì poi a recuperare un certo vigore grazie all’irruzione sulla scena degli zapatisti nel gennaio del 1994, con le loro proposte di creazione di reti solidali a partire dalle quali costruire una resistenza planetaria. L’altermondialismo come nuova espressione di solidarietà Anche se alcuni comitati, organizzazioni non governative (per un esempio, si veda il box qui sotto), gruppi religiosi e strutture di gemellaggio hanno mantenuto fedelmente il loro impegno con il Nicaragua, la nuova logica dell’“internazionalizzazione delle resistenze” mette in scacco il concetto di solidarietà con un paese, una regione o con un processo in particolare. Il globale come categoria di riflessione e di azione politica – tanto al nord come al sud del mondo, in Europa come in America latina – si consolida velocemente. E molti degli attori della solidarietà degli anni Settanta e Ottanta hanno cominciato a promuovere e a rafforzare il nuovo movimento altermondialista in gestazione. Si tratta di un salto qualitativo di grande significato simbolico e concettuale. Che interroga la solidarietà come esercizio unidirezionale – dall’attore solidale al “gestore” rivoluzionario – e che preconizza le iniziative comuni, orizzontali e condivise quali strumento di resistenza nei confronti di un sistema unico di mercato, globalizzante ed egemonico. E che obbliga a ricreare una nuova nozione di solidarietà, nella quale la dolce utopia di un processo rivoluzionario – come quello sandinista negli anni Ottanta – può materializzarsi solo in un “altro mondo possibile”, comune e necessario. (1) Alcuni di loro persero la vita nel conflitto che oppose la “contra” al governo sandinista. Si veda il libro collettivo Nicaragua 1986: l’aventure internationaliste de Maurice, Yvan, Joël et Berndt, Cetim, luglio 1996.

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Venerdì 9 Luglio 2004

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