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Il Natale svizzero degli italiani

di

Silvano De Pietro
Il Natale è una festa religiosa. Ma è innegabile che rappresenti anche di una consuetudine sociale, inserita nella bimillenaria tradizione cristiana. È consuetudine sociale, per esempio, che si trascorra questo giorno di festa in famiglia; che le famiglie si ricompongano per l'occasione; che tutti si ritrovino davanti alla stessa tavola riccamente imbandita. Una festa, quindi, anche di consumi e di regali. Insomma, il religioso e il profano si mescolano e diventano indistinguibili.

Ora, volendo rivolgere un minimo di attenzione a come si comportano, per esempio, gli emigrati italiani in occasione del Natale, non si può prescindere da due elementi: la tradizione e la famiglia. Era in nome della tradizione e della famiglia che per tre decenni, praticamente dai primi anni Cinquanta fino alla fine degli anni Settanta, i lavoratori italiani, specialmente gli stagionali che non potevano portare in Svizzera la moglie e i figli, rientravano regolarmente al paese in occasione del Natale. I cantieri dell'edilizia, che occupavano in gran parte proprio i lavoratori stagionali, in generale osservavano la pausa invernale di un paio di mesi; e molte fabbriche che non avevan o bisogno di funzionare in continuazione, chiudevano per un paio di settimane.
E così a scaglioni, prenotando i posti sui treni straordinari predisposti dalle Ferrovie, a migliaia partivano carichi di valigie, di pacchi e… di allegria. Il viaggio d'andata era sempre più chiassoso di quello del ritorno e si giocava a carte. Ma oggi non ci sono più i treni straordinari (da anni le Ffs non li organizzano più), gli emigrati non sono più quelli, la famiglia ce l'hanno qui, magari sono i nonni che dal paese devono venire in Svizzera per passare le feste insieme. E se proprio qualcuno qui è solo e deve andare al sud, oggi prende l'aereo. Persino le agenzie di viaggio specializzate per gli italiani sono pressoché scomparse: adesso offrono pacchetti-vacanze (anche in Italia, ma quasi mai in italiano) e vanno a caccia di clientela "svizzera", cioè anche di italiani, ma integrati.
È tutto proprio così? Questo è quello che molti "esperti" dell'emigrazione dicono, basandosi su numeri e statistiche: meno treni, meno spostamenti di massa, più viaggi individuali, più anziani che vivono qui, più famiglie perfettamente integrate, eccetera. Non è che magari, con tutte queste cifre, si finisce per costruire dei "clichés", degli schemi dentro i quali però la realtà non ci sta proprio tutta? Per avere una risposta, ne abbiamo parlato con un prete. Chi, infatti, ne saprebbe più di un prete, di chi dirige una delle missioni cattoliche italiane (le parrocchie degli emigrati), di uno che ha passato la vita a contatto con le famiglie dei lavoratori italiani in Svizzera?
«Noto che le feste natalizie che organizziamo prima del Natale con i bambini, sono affollatissime. Poi a Natale la gente sparisce dalla circolazione: penso che tanti rientrino ancora ai loro paesi. E poi, religiosamente parlando, mi sembra che resista ancora la tradizione». A parlare è don Egidio Todeschini, un sacerdote bergamasco che ha sempre lavorato nelle missioni per gli emigrati in Svizzera, tra l'altro dirigendone per anni il settimanale "Corriere degli Italiani". Adesso la sua missione ha sede nel Liechtenstein, ma almeno tre quarti dei suoi "parrocchiani" vivono in Svizzera, nella parte più orientale del cantone di San Gallo.
Il suo accenno alla tradizione può sorprendere. Ma non si diceva che le famiglie giovani, quelle degli italiani di seconda o terza generazione, sono quelle che maggiormente si allontanano dalle tradizioni italiane? «Naturalmente parlo delle persone che fanno ancora riferimento alle nostre missioni, cioè delle famiglie con ragazzi che noi organizziamo poi attraverso la scuola. I ragazzi più grandi, cioè i giovani di terza generazione che hanno almeno 18-20 anni, non fanno più neanche riferimento alle nostre missioni e non li vediamo né a Natale né durante l'anno».
Allora, l'integrazione delle famiglie, che pure c'è ed è innegabile, non comporta necessariamente l'abbandono di certi comportamenti tradizionali. È così? «Se si parla delle famiglie con bambini, la tradizione resiste. Se si parla dei giovani, penso che se ne vadano a far vacanza sulla neve  o alle Maldive», risponde don Todeschini. Ma quanto tradizionale è il Natale degli italiani all'estero? Possibile che l'influenza culturale germanica, o protestante, o laica, non influisca affatto? Todeschini conferma: «Non si fa più il presepio, per esempio. Lo fanno pochissimi. Vai nelle case e trovi l'albero natalizio».
«C'è però un fenomeno nuovo», continua Todeschini. «Come in Italia, dove nelle scuole si verifica che alcuni insegnanti accampano difficoltà a fare il presepio, perché magari c'è il testimone di Geova o ci sono i musulmani, ora questo fenomeno attecchisce anche qui. Io, per esempio, ho avuto difficoltà ad organizzare delle feste natalizie, perché alcuni insegnanti pensavano di fare una cosa "culturale", con l'albero, la befana e le tradizioni del nord… Si va insomma insinuando l'assorbimento di altre tradizioni e la perdita delle proprie radici».
Questo Natale più laico e consumistico, diverso da quello tradizionale italiano, vuol dire anche che gli emigrati non tornano più al paese come facevano una volta? Qui Todeschini fa una rivelazione: «Io ho qui tantissimi italiani di alcuni paesi, tipo Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, o Taurisano, in provincia di Lecce, che mi hanno annunciato di partire per passare le feste al paese. So che tantissimi rientrano. E sono proprio le famiglie intere, genitori 40-50enni con i figli, che prendono e partono tutti. Vanno a trovare i nonni, i parenti, certo; ma vanno soprattutto per farsi una vacanza, per fare acquisti».
Altro che stagionali che tornano in treno, con le scatolone di cartone, a passare le feste in famiglia. Qui sono famiglie intere che partono col fuoristrada, avendo in mente sì e no un paio di giorni coi partenti, e poi via a fare lunghi giri di shopping prima di rientrare per il cenone di Capodanno prenotato in località di montagna o di lago. E non mancano le gite organizzate in pullman e dirette proprio in Italia, per fare acquisti e festeggiare l'anno nuovo: un fenomeno relativamente recente, questo, ma in costante crescita, come testimoniano le sempre più frequenti inserzioni pubblicitarie. Una prova ulteriore che l'Italia, da luogo degli affetti, dei legami familiari, sta diventando sempre di più per gli italiani in Svizzera il paese ideale per brevi vacanze e per fare acquisti.
Don Todeschini lo sa. Sa che le tradizioni cristiane stanno assumendo un valore sempre meno religioso e sempre più materiale e persino utilitaristico. Lo può constatare direttamente nella sua missione: «Se alla festa natalizia per i bambini vengono cinquecento persone, a Natale in chiesa ne avrò cento. Magari poi sono in tanti il giorno delle Palme perché vengono a prendere l'ulivo, o alla festa del santo patrono del paese, o quando ci sono le messe per ricordare i morti. È bellissimo questo ricordo dei defunti, però è più forte delle tradizioni del Natale o della Pasqua».

Pubblicato

Venerdì 22 Dicembre 2006

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