Il Governo non sa spendere

«Non affronta il problema, non garantisce la finanziabilità a lungo termine di servizi e prestazioni pubbliche, non contribuisce quindi a creare le premesse per un’evoluzione finanziaria sostenibile, ma rischia al contrario di incentivare aumenti di spesa non commisurati alle effettive possibilità economiche del Paese». Risultato? «Una rincorsa interminabile tra spese e ricavi correnti, in particolare imposte». Questo il punto saliente del messaggio che porta la firma del Consiglio di Stato del Canton Ticino – tranne quella della socialista Patrizia Pesenti – e con il quale dice chiaramente “no” alla proposta di aumentare il carico fiscale per le imprese. “I soldi non ci sono” e l’iniziativa popolare del Movimento per il socialismo (Mps) va quindi respinta secondo l’esecutivo ticinese. Il Partito socialista (Ps) ha immediatamente reagito stigmatizzando la scelta del Governo di non proporre un controprogetto e ha dichiarato che ne ha uno in cantiere (vedi intervista a Manuele Bertoli a p.8). Ma non è “l’occhio del politico” che vogliamo adottare, non questa volta. Soffermiamoci semplicemente sulle parole del Governo: hanno molto da dire. «Incentivare aumenti della spesa»? Sì proprio così. Maggiori entrate, quelle auspicate dall’Mps, uguale a maggiori uscite. Equazione facile facile per i firmatari del messaggio. Il cittadino comune, quello che fa fatica a riempire i moduli della tassazione annuale, deve però sforzarsi per capire perché un Governo con maggiori risorse a disposizione sarebbe immancabilmente votato a spendere di più. Non si potrebbe usare quel denaro per risanare le finanze pubbliche del cantone Ticino che, come si continua a dire, sono disastrate? Sono domande quasi ingenue, ma importanti. «Incentivare la spesa» equivarrebbe dunque a dire che le nuove entrate sono immancabilmente predestinate allo sperpero? Quale buco nero le assorbirebbe? Si fa fatica a capire il filo logico ma non ad arrabbiarsi di fronte ad una classe politica che ammette malamente le proprie incapacità o che rinuncia ad assumersi le sue responsabilità. Ma le sorprese non sono finite qui. Questa stessa classe politica che ci ha assicurato per anni che la migrazione delle imprese non esiste, che sono poche quelle che se ne vanno in Asia, ora invece brandisce quest’arma per respingere un’iniziativa che gli fa paura: «lo strumento più efficace per scongiurare i rischi di delocalizzazione è una fiscalità ordinaria concorrenziale». Ragionamenti che di primo acchito non sembrano fare una piega ma che celano, e subdolamente, una profonda e crescente insensibilità per il concetto stesso di bene pubblico.

Pubblicato il

21.01.2005 00:30
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