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Reportage dalle cave ticinesi

Il 16 giugno scalpellini in sciopero per il CCL

I padroni minacciano rappresaglie

di

Francesco Bonsaver

Reportage dalle cave ticinesi in vista del 16 giugno. Quel lunedì ci sarà una mobilitazione degli scalpellini per rivendicare un contratto di collettivo di lavoro, cancellato due anni or sono dall’associazione padronale del granito. «Lunedì fate quello che volete. Martedì lo farò io» parole di un padrone di cava. «Chi andrà allo sciopero, non lo licenzio. Lo farò penare per mesi, finché non se ne andrà lui dal posto di lavoro», altre parole di un altro proprietario di cava. Le abbiamo sentite accompagnando il sindacalista Igor Cima nei suoi giri informativi ai lavoratori in vista della giornata di mobilitazione del 16 giugno.

 

«Nel nostro lavoro si sopravvive se cambi spesso attività. Se ti mettono a fare la stessa identica cosa per settimane, non ce la fai» ci spiega un operaio, aiutandoci a meglio capire cosa volesse dire «farlo penare». Chi dice che il conflitto di classe è morto, dovrebbe farsi un giro tra le cave. La violenza, finora psicologica, nelle minacciose ritorsioni, è una realtà.


Non sono poche le cave dove, oltre alla polvere dei massi frantumati, in questi giorni si respira la minaccia di rappresaglie contro chi vorrebbe esercitare un suo diritto costituzionale. Ossia partecipare a una mobilitazione approvata in una consultazione da 143 operai su 182 votanti (su 294 lavoratori attivi).


Che cosa chiedono questi operai? Il contratto collettivo di lavoro, cancellato due anni or sono da parte dell’associazione padronale. Una di quelle associazioni che nella campagna contro il salario minimo indicavano nei contratti collettivi la via vincente del sistema elvetico. Salvo poi nei fatti cancellare il pri-mo contratto collettivo in assoluto sul territorio cantonale, quello degli scalpellini, vecchio di oltre cento anni. Un diritto conquistato dagli operai al termine di un lungo e aspro conflitto con la controparte padronale all’inizio del secolo scorso. Un partenariato sociale conquistato con caparbietà e pagato al prezzo di fame e repressione, non certamente ottenuto per benevolenza padronale.


I vertici dell’associazione padronale del granito ticinese (Aigt) sognano di portare le lancette dell’orologio a cento anni fa, quando i rapporti di lavoro erano dettati in maniera unilaterale dalle loro condizioni. Ma non tutta la categoria imprenditoriale condivide l’impostazione dei vertici dell’Aigt.


Flavio Gianini, ad esempio, è titolare di una delle imprese storiche del settore, la Gianini Graniti di Lodrino. Con la sua cinquantina di operai è una delle più importanti. Ma non fa parte dell’associazione padronale. «Il contratto collettivo è importante. E urgente per dare tranquillità e garanzie al settore. Non credo sia complicato trovare una soluzione in tempi rapidi. Basterebbe ripristinare il ccl precedente con piccoli accorgimenti. Sarebbe sufficiente smussare gli angoli da entrambe le parti e la soluzione sarebbe a portata di mano», spiega l’impresario, concludendo: «Nessuna guerra fa dei vincitori. Ci sono solo morti e poi si raccolgono i cocci. Bisognerebbe forse mettere da parte i personalismi nel nome dell’interesse generale del settore». Altri impresari contattati da area, seppur chiedendo l’anonimato per non farsi dei nemici, condividono la necessità e la facilità di ripristinare il vecchio ccl.


La motivazione per cui i vertici dell’Aigt avevano disdetto il contratto due anni or sono, le aveva spiegate ad area il suo presidente, Mauro Bettazza (area numero 14, 2012). «Sono i soldi, come sempre, il problema. Si finisce sempre lì», dichiarava Bettazza, specificando: «Il nostro contratto prevede un aumento minimo di 50 franchi se il rincaro annuale è inferiore a questa quota, come è stato il caso nel 2011. In ragione della realtà economica e congiunturale attuale, abbiamo deciso di non concedere l'aumento automatico.Per questo non abbiamo firmato il contratto collettivo di lavoro». Il presidente precisava che lo scopo principale dell’operazione, oltre la questione venale, «era di non essere sottoposti alla Convenzione nazionale mantello dell'edilizia».
E proprio a quella Convenzione nazionale mantello (Cnm) il settore del granito ticinese è assoggettato d’ufficio, in assenza di un ccl specifico del granito. Lo ha deciso il Seco, giudicando tardivo il ricorso inoltrato dall’Aigt. Il campo d’applicazione della Cnm infatti lo prevede. E proprio per questo, stando a fonti sindacali, l’Aigt s’incontrerà il 7 luglio con la Società impresari nazionale per studiare un’uscita dal campo d’applicazione del loro settore nel prossimo rinnovo. Il vuoto contrattuale intanto prosegue, anche perché i tempi burocratici e legali della mancata applicazione alla convenzione edile sono molto lunghi. E il diritto si sa, è sempre interpretativo. Basta avere i soldi per pagarsi dei buoni avvocati e ricorsi fioccano, trascinandosi stancamente. L’uscita dal campo d’applicazione del Cnm è giudicata molto pericolosa per i dipendenti, in particolare per la conquista più preziosa: il prepensionamento a 60 anni. Dei precedenti in altri ambiti non sono per nulla rassicuranti. «Il settore ghiaia e sabbia è stato stralciato qualche anno fa dal campo d’applicazione dalla Convenzione edile per volontà padronale – spiega Igor Cima di Unia –. Il risultato è che oggi i lavoratori di quel settore hanno perso il diritto al prepensionamento a 60 anni».


I cavisti ticinesi giurano di non voler toccare il prepensionamento. Affermano convinti di voler garantire le stesse condizioni contrattuali anche in assenza di ccl. «È quanto scrivono le imprese nelle lettere che ci hanno consegnato» racconta un operaio. «Ma queste sono promesse. A me interessa vedere nero su bianco le condizioni di lavoro, ben dettagliate in ogni aspetto. Una lettera di buone intenzioni non mi basta» conclude.
Anche perché già oggi, in assenza di regole obbligatorie, alcune imprese non rispettano tutte le norme contrattuali. «Per ora sono poche. Ma è chiaro che in assenza di un ccl, le imprese saranno spinte a non rispettare quanto promesso per restare concorrenziali con chi non rispetta i patti» aggiunge Cima.
Un contratto collettivo servirebbe a tutelare l’intero settore, non solo i lavoratori ma pure le imprese locali. Di questo sono coscienti anche buona parte delle imprese. Solo pochi imprenditori pensano di far concorrenza ai prezzi cinesi ottenuti con il lavoro minorile. Eppure, secondo i sindacati, è la corrente dei falchi a predominare all’interno dell’associazione padronale.


Il 16 giugno sarà dunque una giornata di lotta, dove non mancheranno momenti di tensione. E la vittoria per gli operai non sarà una passeggiata. Ma due anni di vuoto contrattuale sono passati e stanno lentamente scivolando nell’oblio i diritti di operai di un lavoro particolarmente logorante, dalla cui paga tirano fuori giusto la pagnotta. Come riassume Cima «Non possiamo non far nulla. È imperativo mettersi in gioco, seppur non sarà facile. È meglio perdere in battaglia che essere sconfitti stando seduti alla scrivania.

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Giovedì 5 Giugno 2014

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