Dopo un secolo e mezzo dall’inizio dei grandi flussi migratori dall’Italia, dopo cinquanta anni di lotte dell’emigrazione italiana per ottenere il diritto di voto all’estero, dopo un anno e mezzo dall’approvazione, da parte del parlamento italiano, della legge 459/2001 sulle “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”, ecco che finalmente gli emigrati, e con loro tutti i cittadini italiani all’estero, potranno esercitare in loco e per corrispondenza il diritto di voto (sempre che non abbiano fatto valere il diritto di opzione per continuare ad andare a votare in Italia, come nel passato). L’occasione saranno i due referendum che si terranno in Italia il prossimo 15 giugno, rispettivamente sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (estensione del divieto di licenziamento, senza giusta causa, anche nelle aziende che occupano fino a 15 dipendenti) e sull’abrogazione dell’obbligo di concedere il passaggio degli elettrodotti. Il prossimo 15 giugno sarà, pertanto, una data veramente storica per tutti i cittadini italiani residenti all’estero. Ciò detto, va però assolutamente evitato che questo referendum, essendo la prima volta che gli italiani all’estero voteranno per corrispondenza, venga ritenuto un test per misurare, sulla base del numero dei votanti, l’interesse degli emigrati per il voto all’estero e nei confronti della politica italiana come, invece, qualcuno già tenta di fare. Infatti non è certamente il caso di dare una tale valenza a questa votazione, perché non si tratta di un voto politico, che è quello che ha sempre interessato gli emigrati, bensì di un referendum e, oltretutto, con due quesiti che difficilmente possono appassionare chi non vive in Italia. Senza, poi, dimenticare che nei referendum anche il rifiuto di andare a votare è pure una legittima espressione di voto poiché se un referendum non raggiunge il quorum (50 per cento più uno del corpo elettorale) è ritenuto nullo e quindi, nella pratica, è come se fosse stato respinto. Il referendum del 15 giugno sarà, invece, questo sì, un vero e proprio banco di prova per l’Amministrazione dello Stato, e più precisamente per il Ministero degli Affari Esteri che dovrà gestire tutti gli adempimenti diplomatico-amministrativi indispensabili per il voto per corrispondenza e che sembra incontrare qualche difficoltà. Infatti sul fronte diplomatico il Ministero degli Esteri italiano sta ancora cercando di concludere delle intese con i Governi di alcune nazioni dove risiedono le nostre comunità per garantire che l’esercizio del voto si possa svolgere in condizioni di eguaglianza, libertà e segretezza e senza che alcun pregiudizio possa derivare agli emigrati italiani per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori e degli altri cittadini in conseguenza della loro partecipazione a tutte le attività previste dalla legge elettorale. Tuttavia sembra che in alcune nazioni ciò sia difficile, se non impossibile, da ottenere, con probabili ripercussioni negative sulla partecipazione al voto di tanti elettori. Mentre sul fronte amministrativo il Ministero da tempo è impegnato, ma incontrando notevoli difficoltà, sia nel completamento delle anagrafi consolari che, insieme al Ministero degli Interni, nella formazione dell’elenco degli elettori. Un problema che, stando alle non tranquillizzanti informazioni fornite dal Governo al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, difficilmente sarà risolto in tempo utile per consentire una corretta gestione del prossimo voto referendario e che, quindi, potrà essere motivo di forti polemiche nel mondo politico ed associativo delle comunità italiane all’estero ed ancor di più nei “Palazzi romani”. Infatti si correrà il rischio di spedire le schede di voto a defunti e cittadini stranieri e magari di dimenticarsi di tanti cittadini italiani vivi e vegeti!

Pubblicato il 

16.05.03

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato