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Il 14 giugno delle operaie

di

Veronica Galster
«Il popolo svizzero in data 14 giugno 1981 accettava l'articolo 4 della Costituzione: parità dei diritti tra uomo e donna. Oggi, 14 giugno 1991, noi frontaliere italiane ci stringiamo solidali a tutte le donne svizzere, manifestando insieme per dare viva voce a questo lungo silenzio».

Esordiva così il discorso dell'operaia Mariolina, impiegata in una ditta del mendrisiotto, quel 14 giugno di vent'anni fa.
Oggi Mariolina lavora ancora in quella stessa ditta, da 30 anni fa la frontaliera e, militante di Unia, si batte attivamente per difendere i diritti suoi e delle sue colleghe. Vent'anni fa, in occasione dello sciopero delle donne, le operaie avevano organizzato una manifestazione simbolica di un'ora durante un cambio turno: «nel 1991 tutta la ditta ha partecipato allo sciopero delle donne, anche gli uomini. Eravamo gasatissime: tutte con la maglietta con la donna a braccia incrociate, abbiamo fatto la nostra oretta di sciopero nel parcheggio, abbiamo cantato e lanciato i palloncini. È stata una giornata molto sentita e piena di speranza, colorata e allegra», ricorda Mariolina, non senza un velo di nostalgia.
Nel 1991 tutta la ditta dove lavora ancora oggi aveva partecipato allo sciopero, quest'anno invece le cose non saranno così semplici: le operaie sono sotto pressione per la grande mole di lavoro, sono spesso chiamate a fare straordinari e hanno paura a lasciare il posto di lavoro. I motivi per protestare, però, non mancano nemmeno oggi: «dal '91 a oggi non è cambiato nulla – prosegue Mariolina – siamo qui nel 2011 a dover ricominciare da capo con la rivendicazione di questa legge sulla parità, che esiste da 30 anni, ma nessuno fa niente per applicarla. Le differenze di salario tra uomini e donne continuano a esserci e fare la mamma e lavorare diventa sempre più difficile: 14 settimane obbligatorie di congedo sono pochissime e negli asili nido mancano i posti, non tutte hanno la fortuna di avere i nonni a disposizione. Sarebbe bello avere un asilo nido aziendale, risolverebbe molti problemi e preoccupazioni». Inoltre, con i salari bassi che caratterizzano queste ditte di frontiera, diventa impensabile lavorare a tempo parziale e il salario già basso, non permetterebbe nemmeno di pagare la retta per l'asilo nido o la babysitter.
Anche Mariolina è mamma. Sua figlia adesso è grande, ha 18 anni, ma quand'era piccola è cresciuta praticamente con i nonni e il papà: «io lavoravo e la vedevo solo alla sera, ma avevo sempre mille cose da fare: il bucato, stirare, la spesa, non avevo molto tempo per stare con lei. Cercare di conciliare tutto richiede molte energie, e a volte ti butta proprio a zero. Per molti anni mi sono chiesta che madre fossi. Le dicevo che doveva stare con i nonni perché io dovevo lavorare, per comperarle il pane, il latte e le scarpe. Adesso che è grande stiamo recuperando il nostro rapporto, lei non mi fa sentire colpevole e dice che va bene così, ha capito che era una necessità anche per darle un futuro migliore». Mentre racconta, però, gli occhi sono lucidi e la voce meno decisa.
«Quando vedo le mie colleghe che hanno bambini piccoli e che si disperano per le stesse cose, dico loro che ce la faranno, che tutto andrà bene, perché io ci sono passata e ce l'ho fatta. D'altronde, una caratteristica della donna è qualla di saper superare le problematiche, senza piangersi addosso più di tanto, trovando sempre una soluzione».
Rispetto agli anni '90, secondo Mariolina oggi c'è meno speranza e più rassegnazione, non si osa più lottare come un tempo per difendere i propri diritti. La paura di perdere il posto di lavoro, soprattutto tra i frontalieri, è altissima. Quasi nessuno osa dire in ditta che è iscritto al sindacato, come conferma la reazione di Elena*, operaia frontaliera nell'orologeria: «non posso mettere la maglietta dello sciopero se c'è scritto Unia, altrimenti in ditta capiscono che sono iscritta al sindacato».
Elena è giovane, lavora praticamente da sempre nella stessa ditta a Mendrisio. Il suo fisico comincia a risentire degli effetti negativi dovuti ai movimenti meccanici e ripetitivi del suo mestiere e dello stress sempre maggiore al quale lei e le sue colleghe sono sottoposte. Spiega che in molte ditte dell'orologeria, mentre si lavora non si può parlare, per non compromettere la produttività e il ritmo di lavoro. «Dipende dalla capo reparto, la nostra ci lascia chiacchierare, basta che lavoriamo e non diminuiamo la produzione, ma in altri casi è proprio proibito parlare».
Far passare il messaggio dell'importanza del sindacato tra le operaie delle ditte nella fascia di confine, dove ci lavorano quasi solo donne frontaliere per salari che difficilmente arrivano ai 2'800 franchi lordi, è importante, ma tutt'altro che facile. Ivana Ghioldi, sindacalista di Unia per l'industria, spiega le difficoltà incontrate dal sindacato per entrare in contatto con le lavoratrici delle fabbriche dell'orologeria a Mendrisio: «all'inizio del nostro lavoro sindacale, nei primi anni 2000, il personale aveva paura ad esporsi, addirittura a prendere in mano i volantini che distribuivamo».
Lo sa bene anche Mariolina quanto sia difficile coinvolgere le colleghe nella lotta sindacale e quanto la paura possa giocare a sfavore. «Il rischio di perdere il lavoro sembra sempre imminente - dice - si fa tutto il possibile per avere una buona pagella a fine anno: si cerca di lavorare tutti i sabati che vengono chiesti e di mancare il meno possibile, sperando che in questo modo la direzione non abbia nessun motivo per poterti lasciare a casa. Oramai non siamo più uomini o donne, siamo dei numeri che devono produrre».
Lei però, nonostante la paura per il posto di lavoro, si è sempre battuta per difendere i diritti dei lavoratori: «penso che se fai bene il tuo lavoro, con professionalità e correttezza, non devi temere il licenziamento e puoi dire quello che pensi». A dimostrazione di ciò, nonostante il suo impegno sindacale, Mariolina lavora nella stessa ditta da trent'anni: «ogni volta che ci sono dei tagli in vista mi dico che è arrivato il momento e lasceranno a casa anche me, ma fin'ora mi è sempre andata bene».
Secondo Elena «negli ultimi anni il clima di lavoro è migliorato in ditta. Prima era molto peggio, adesso penso che la presenza di Unia ci faccia sentire più tutelate, e metta un po' di pressione anche alla direzione».

* Nome di fantasia, il vero nome è noto alla redazione.

Bassi salari e impieghi femminili
L'introduzione di un minimo legale di 4 mila franchi sarebbe uno strumento importante nella lotta per la parità

Nel 1991 l'idea dello sciopero delle donne era partita proprio dalle operaie dell'industria orologiera, che sottostavano a condizioni di lavoro e salariali particolarmente precarie. Ancora oggi, quello orologiero è uno dei settori con i salari più bassi in Svizzera, soprattutto in Ticino, dove si può usufruire di una manodopera a basso costo grazie al frontalierato.
Nelle ditte orologiere del mendrisiotto lavorano quasi esclusivamente donne (fatta eccezione per i dirigenti e il personale addetto alla manutenzione), che fino al 2007 percepivano salari di appena 2 mila franchi lordi. Oggi, grazie ad un accordo quadro (che scadrà alla fine di quest'anno), il salario minimo garantito per un'operaia non qualificata al primo impiego è di 2'600 franchi. Ancora troppo pochi per vivere in Svizzera, per questo la manodopera è essenzialmente composta di frontalieri.
«Io lavoro nella stessa ditta da 16 anni, come frontaliera e vivendo ancora con i miei riesco a vivere bene con i 2'600 franchi che guadagno», spiega Elena* (vedi articolo sopra), che prosegue: «2'600 franchi è il salario minimo garantito per 40 ore a settimana, ma alla fine è quello che ti danno anche se lavori lì da parecchi anni. Io prendo 50 franchi in più delle ragazze che hanno appena iniziato».
Il settore dell'orologeria non è però l'unico ad avere un problema di salari troppo bassi. La zona di confine è particolarmente colpita dal fenomeno, che si estende però a tutto il paese e a molti settori. I settori meno pagati sono solitamente quelli che impiegano prevalentemente manodopera femminile e che non sottostanno ad un Contratto collettivo di lavoro (Ccl).
In questo senso, come spiega Ivana Ghioldi, sindacalista di Unia per l'industria, l'introduzione di un salario minimo generalizzato a tutta la Svizzera sarebbe un ottimo strumento, oltre che per lottare contro il dumping salariale, per permettere anche a quelle donne che oggi percepiscono salari troppo bassi, di poter vivere dignitosamente. «L'introduzione di un salario minimo di 4mila franchi, come prevede l'iniziativa lanciata dall'Uss, evita la "concorrenza" al ribasso dei salari tra le ditte e tutela chi non ha un Ccl. Siccome i settori meno tutelati da Ccl e con i salari più bassi sono quelli che impiegano sopprattutto donne, l'iniziativa è particolarmente importante per loro».
Infatti, se i settori che prevedono salari troppo bassi sono tanti, il 70 per cento delle persone interessate dal problema sono donne (circa 300 mila donne su un totale di 400 mila persone secondo stime dell'Uss). L'introduzione di un salario minimo garantito sarebbe quindi un passo importante verso la parità salariale. Lo conferma Corinne Schärer, segretaria sindacale di Unia, responsabile della politica d'uguaglianza: «molte donne non riescono a sbarcare il lunario con il loro salario, pur lavorando a tempo pieno. Spesso lavorano in settori poco retribuiti, come la ristorazione, le pulizie, il commercio al dettaglio, l'industria alimentare o quella orologiera. L'introduzione di un salario minimo legale permetterebbe di aumenare considerevolmente questi salari femminili troppo bassi».
Un salario troppo basso, inoltre, implica una rendita Avs e di cassa pensione bassa, aumentando il rischio di povertà durante la vecchiaia. Senza dimenticare che chi percepisce dei salari già bassi, quando ne riceve solo una parte a causa di malattia, disoccupazione o maternità, può trovarsi in seria difficoltà economica. Dal punto di vista sociale quindi, un salario minimo garantito sarebbe uno strumento efficace di lotta contro la povertà.                   

Pubblicato

Venerdì 10 Giugno 2011

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