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L'intervista

«Ignazio Cassis è il consigliere federale uscito peggio»

L’emergenza Covid-19 in Svizzera e in Ticino vista dall'oncologo e ricercatore Franco Cavalli

di

Claudio Carrer

 Dopo due mesi di parziale lockdown, la Svizzera è ripartita quasi completamente. In attesa di conoscere gli effetti sull’evoluzione della pandemia delle riaperture scattate lo scorso 11 maggio (che si inizieranno a vedere verso fine mese), area ha stilato una sorta di bilancio di questo periodo molto speciale con il dottor Franco Cavalli, oncologo, ricercatore e attento osservatore della società.

 

Dottor Cavalli, domanda d’obbligo: come sta? 

Mi mancano i contatti, ma tutto sommato, sto molto bene. Ho la fortuna di avere una casa comoda e il rallentamento del ritmo della vita mi ha permesso di leggere molto. E anche di praticare più attività fisica del solito e quindi fisicamente mi sento anche meglio di prima. 

 

Come sta seguendo questa epidemia?

Seguo molto da vicino le pubblicazioni scientifiche e le discussioni nei media a livello internazionale. Anche perché, al di là della tragicità della storia, dal punto di vista scientifico e intellettuale è stimolante. Solo l’idea che il futuro non sarà più come il passato, stimola a pensare.

 

In che misura ha patito la limitazione dei diritti di libertà, per i quali lei si batte da una vita?

Per nulla, perché, pur riconoscendo che la libertà di tutti passa anche dalla possibilità di sviluppare la libertà del singolo, non sono un libertario individualista. Già il movimento del Sessantotto, che poneva la libertà dell’individuo al centro delle rivendicazioni, io l’avevo vissuto come una lotta per la libertà collettiva, anti-imperialista e anti-colonialista. Se devo scegliere, in certe situazioni storiche, tra una riduzione della libertà individuale o quella collettiva scelgo la prima. Con questa epidemia la libertà individuale di comportarsi male avrebbe costituito un pericolo per la società e dunque le limitazioni le trovo giustificate. Come a suo tempo è stato giustificato proibire il fumo nei locali pubblici per proteggere la salute della popolazione.

 

L’introduzione del divieto di fumo ha cambiato radicalmente e repentinamente il comportamento delle persone e oggi fa parte del senso comune. Le regole d’igiene e di distanziamento sociale che il Covid-19 ci ha imposto cambieranno definitivamente le nostre abitudini? 

Mi pare che oggi la stragrande maggioranza della gente, nonostante il nostro costume “latino” di baciarci e abbracciarci (che in parte spiega la maggiore incidenza dei contagi in Ticino), stia seguendo con disciplina le indicazioni. Ma probabilmente il giorno in cui saremo in sicurezza, quando ci sarà il vaccino, torneremo ai vecchi comportamenti. 

 

Come oncologo e ricercatore lei è sicuramente un “privilegiato” sul piano dell’accesso alle informazioni e della capacità di comprensione della materia. A suo giudizio, in Svizzera e in Ticino l’opinione pubblica è stata sin qui informata compiutamente e correttamente sull’evolversi della situazione? 

A parte le incertezze iniziali, che in parte si possono comprendere perché siamo di fronte a una nuova malattia su cui non sapevamo nulla e ancora oggi sappiamo poco, la comunicazione è stata abbastanza buona, anche in confronto a quanto avvenuto in altri paesi. 

 

È sempre stata raccontata (tutta) la verità? 

L’unico punto in cui secondo me si è “mentito” è quello riguardante l’utilità della mascherina. Siccome vi era carenza, se ne è sottovalutata l’importanza e si sono esaltati i limiti (pur reali).

 

E per quanto riguarda le cifre?

Il Ticino è probabilmente uno dei cantoni in cui si conosce meglio la verità, perché sin dall’inizio (con una serie di controlli incrociati) è stato possibile conteggiare anche i decessi avvenuti nelle case anziani e a domicilio. Il che è anche uno dei fattori che spiega il più alto tasso di mortalità rispetto ad altre parti della Svizzera.

 

Che nota dà al sistema sanitario ticinese?

In principio c’era il timore che la sanità non ce la facesse, ma la nostra struttura ospedaliera multisito ha consentito di concentrare i malati Covid in alcune strutture tenendo libere le altre e dunque di reggere l’urto e continuare a garantire cure a tutti i malati. 

 

Ci viene detto che la stretta collaborazione tra l’Ente ospedaliero cantonale (Eoc) e la clinica di Moncucco per la gestione dei pazienti Covid si è rivelata fondamentale. Questo porta acqua al mulino di chi vuole una più stretta partnership tra pubblico e privato come si voleva con la revisione di legge bocciata dal popolo nel 2016?

In Ticino siamo stati obbligati a questa collaborazione perché siamo il cantone che ha di gran lunga il più gran numero di letti acuti nel settore privato: 45% circa contro il 10-15 a livello nazionale. Sono sicuro che il privato cercherà di approfittare della visibilità avuta, ma d’altra parte ho l’impressione che si riuscirà a resistere. Del resto, il fatto che la collaborazione abbia funzionato bene, dimostra che non è necessario creare società anonime tra pubblico e privato, come voleva quella legge.

 

Ci si può però aspettare che il privato presenti una sorta di “conto”, rivendicando per esempio più spazio nella pianificazione ospedaliera e dunque la possibilità di offrire ulteriori specialità?

La carta la giocherà, anche sfruttando il fatto che a capo del Dipartimento della sanità e della socialità vi sia Raffaele De Rosa (con Vitta, il consigliere di Stato uscito meglio durante questa crisi), che ha legami con il settore privato ancora più stretti di quelli che aveva il suo predecessore Beltraminelli. 

 

L’emergenza sanitaria ha costretto al rinvio di interventi chirurgici e di trattamenti “non urgenti”. Si possono fare valutazioni circa i “danni collaterali” gravi, in termini di malati non Covid che non hanno ricevuto le cure necessarie o che non hanno interpellato il medico per paura di contrarre il virus o perché gli ospedali non erano accessibili?

Vi sono alcune indicazioni provenienti da Francia e Inghilterra, secondo cui nel settore dell’oncologia vi sarebbero 7-8.000 morti in più e altrettanti in quello della cardiologia. Probabilmente anche in Ticino vi saranno delle conseguenze, ma di portata molto inferiore perché grazie alla nostra organizzazione ospedaliera si sono dovute limitare solo le prestazioni non essenziali.

 

La popolazione ha dovuto cambiare abitudini anche nell’ambito delle consultazioni mediche, in cui ha guadagnato spazio la telemedicina. Un bene o un male? È un sistema destinato a radicarsi?

Come il telelavoro e le conferenze internazionali a distanza, anche la telemedicina manterrà parte del terreno guadagnato in questa fase. Ma il suo sviluppo va controllato e limitato: essa può servire a filtrare i pazienti di un pronto soccorso, ad accertare lo stato di un paziente oncologico tra una visita e l’altra, a risolvere delle bagatelle, ma non potrà mai sostituire il contatto diretto tra medico e paziente.   

 

Ci si interroga sugli effetti che i costi sanitari causati dalla pandemia da un lato e il minor “consumo” di medicina dall’altro avranno sulla spesa sanitaria globale e dunque sui premi dell’assicurazione malattia dei prossimi anni. Quali sono le sue valutazioni? 

Secondo me si potrebbe addirittura registrare una diminuzione della spesa globale: le visite di telemedicina costano sicuramente di meno; e poi c’è stato un rallentamento dell’attività ospedaliera, si è rinunciato a tanti esami di laboratorio e infine (aspetto tragico) buona parte delle persone decedute sono anziani con malattie croniche che costavano caro. Se dovessi fare una previsione, i premi dovrebbero diminuire. E in ogni caso, se ci fosse un aumento della spesa globale, il minimo che si può chiedere è che le assicurazioni malattie facciano capo alle loro riserve di 8-9 miliardi di franchi e non aumentino i premi. 

Facciamo un salto a Berna. I sette consiglieri federali e il governo nel suo complesso come vanno giudicati per la gestione della crisi?

Globalmente il governo ticinese ha sicuramente fatto meglio. All’interno del Consiglio federale ci sono state maggiori spaccature e scontri molto violenti. Alain Berset ha dimostrato ancora una volta la sua intelligenza e ha capito la situazione, i due rappresentanti dell’Udc hanno invece fatto di tutto per limitare al minimo gli aiuti economici e spinto per riaperture rapide, Keller-Sutter l’ho vista poco brillante. Quello che è uscito peggio è sicuramente Ignazio Cassis, perché è scandaloso che un ex medico cantonale sia stato il primo a chiedere un’immediata ripresa delle attività economiche, quando ancora nemmeno l’Udc si spingeva tanto in avanti. 

 

Da oltre due mesi, a livello internazionale, viene portato in pubblico un continuo scontro tra scienziati, in cui ciascuno ostenta una grande sicurezza. E noi comuni mortali ci preoccupiamo nel vedere che la scienza diventa opinione. Ma forse un poco è così. O no?

A livello scientifico vi sono situazioni assolutamente chiare perché dimostrate dai dati e altre che non lo sono perché i dati sono contraddittori: in materia di Covid, per esempio, le questioni della contagiosità dei bambini e degli asintomatici, il ruolo della carica virale nei contagi e nello sviluppo della malattia, la relazione tra caldo e virus. Un virus che ora sappiamo bene come è fatto e che tipo di malattie sviluppa, ma che all’inizio si pensava producesse una patologia diversa da quella che sappiamo essere oggi. In queste situazioni ai congressi scientifici è normale che gli scienziati si confrontino anche duramente e si scambino pesanti critiche. 

 

Cosa pensa di quelli che in questo periodo vanno a farlo in tivù?

Vi sono scienziati che presentano le cose in modo serio e che sanno ammettere ciò che non sanno. E altri, in genere personalità poco conosciute, che cercano solo un po’ di visibilità senza realmente contribuire alla ricerca della verità. 

 

Cosa si può dire dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dei suoi ritardi, delle sue direttive contraddittorie, del suo funzionamento e della sua reale autonomia con i privati che gestiscono l’80 per cento del budget?

Conosco bene l’Oms, perché ci ho collaborato intensamente soprattutto quando ero presidente dell’Unione internazionale contro il cancro. In generale, l’Oms avrebbe un ruolo fondamentale come organo supremo della sanità a livello mondiale, ma ha due debolezze: da un lato ha pochi soldi perché i governi gliene danno pochi e si deve appoggiare a privati come Bill Gates, il quale spesso ha un ruolo importante (per esempio nel limitare gli investimenti nelle terapie oncologiche che lui non reputa prioritari); dall’altro il suo funzionamento è reso macchinoso dalle lotte politiche tra i paesi che vi fanno parte. Ne risulta una struttura debole, in generale. Ma in questa emergenza, tenuto conto di questo e del fatto che le incertezze iniziali erano dovute all’incompletezza delle informazioni provenienti dalla Cina, non se l’è cavata male.

Pubblicato

Venerdì 22 Maggio 2020

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