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Identity o image?

di

Cristina Foglia
Identity o image? Ma chi siamo lo sappiamo ancora? Acrobati dell’adattamento, noi minoranze siamo più a rischio di altre popolazioni che vantano identità più solide. Per eccesso di zelo a volte, e dunque con le migliori intenzioni, diventiamo un po’ ridicoli. Per esempio, in fatto di identità gastronomica i valtellinesi mi sembrano più solidi dei grigionesi. Basta guardare nei loro menu al ristorante per avere un assaggio (pardon, un saggio) della forza delle radici culinarie. I “mangiari poveri” in Valtellina sono rimasti al loro posto. Gnocchetti, strozzapreti e “slinzeghe” di capra, vengono magari aggiornati con qualche tocco moderno, ma restano in sostanza autentici. In Engadina, in omaggio alla clientela internazionale, si mangia dappertutto… cucina italiana. Alla “Stüvetta” dell’Hotel Waldhaus di Sils leggo che si servono specialità mediterranee; sulla pubblicità del Bistro del Badrutt Palace (quello dove possono andare cani e porci per intenderci) si parla di sfiziosità della cucina italiana a tutte le ore. Al Castello di Zuoz, ristrutturato e decorato da grandi nomi dell’arte contemporanea svizzera come Roman Signer e Pipilotti Rist, la cucina “à la carte” presenta carpacci all’aceto balsamico e pomodorini seccati al sole. Nella carta “svizzera” ci sono ravioli con ripieno di sanguinaccio e Wienesrchnizel. Dove sono i bei piatti della cucina locale, i pizzöchel, i chapuns, il pain in pigna (una specie di rösti di patate molto popolare nella cucina engadinese)? Domando e mi assicurano che questi piatti si fanno almeno due volte al mese, nelle case. Si trovano anche sui libri di cucina, come esempi di una tradizione che sapeva essere creativa con poco. Ma nei ristoranti è tutto un fiorire di insalate capresi e tortellini al burro e salvia. A La Punt, in una casetta di legno discosta dal paese lungo il percorso della maratona engadinese, ti scrolli di dosso il freddo e ti liberi di guanti, cappelli, sciarpe, paraorecchie e… sorpresa. Tovaglie a quadretti bianchi e blu, fiaschetti di vino appesi ai muri, vasi di melanzane e pomodori sottolio. Eh già, al Müsella, che porta il nome della montagna che lo sovrasta, con venti gradi sotto zero di fuori, si entra e si trova la Puglia. Brava e simpatica la cameriera, contenti anche gli avventori che si avventurano nell’esotico della cucina italiana. Ma a me viene la nostalgia dei ristoranti sulle piste di sci che puzzavano di olio fritto centinaia di volte, e che servivano solo wienerli, insalate di patate, pommes frites dal gusto standard e bratwurst condannati dalla salsa alle cipolle liofilizzata. Era un mangiare da schifo perché era buttato là malamente, non perché cattivo in sé. Ma la rivalutazione del cibo locale, la rilettura in chiave filologica della cucina contadina in Engadina sembra non sia ancora arrivata. A parte i pizzoccheri, salvatisi per miracolo, sembra non esistere. Vuoi vedere che l’anno prossimo ce li serviranno su un lettino di rucola con salsa alla nutella?

Pubblicato

Venerdì 17 Gennaio 2003

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