Il trucco c’è e si vede. Tenta di smascherarlo una grande armata di organizzazioni: G20 (i principali paesi industriali e finanziari del mondo), Ocse (l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico che raggruppa oltre una trentina di stati più avanzati, tra cui la Svizzera), Unione europea. Lo si è definito “ottimizzazione fiscale”, ma bisognerebbe chiamarlo con il suo nome: evasione fiscale che rasenta la frode. L’Unione europea dice che solo per essa subisce una perdita di mille miliardi di euro all’anno, l’equivalente delle spese per la salute dei suoi 28 paesi membri.


Come sempre, quando c’è odore di fiscalità, di concorrenza fiscale, di evasione fiscale, di segretezza gestionale, entra in ballo la Svizzera. La quale, per attirare le società straniere, le multinazionali, con raffinata e proficua astuzia, ha inventato uno statuto fiscale speciale che prevede una imposizione assai moderata dei loro utili realizzati all’estero. Non è quindi un caso se la Svizzera ospita un numero elevato di sedi di società multinazionali (480). È ovvio che i paesi vicini o anche quelli più lontani (Stati Uniti) abbiano puntato l’occhio su questo giochetto fiscale che sottrae loro miliardi, pretendendo uguale trattamento tra imprese locali e straniere.
Il punto focale di una battaglia in corso concerne però i “prezzi di trasferimento”. Sono cioè i prezzi con i quali le varie filiali di una stessa multinazionale si scambiano tra di loro beni (materie prime, componenti, prodotti semifiniti) servizi (ad esempio prestiti) o proprietà intellettuali (brevetti, conoscenze, programmi, marche).

 

Questi prezzi li praticano come se ogni succursale fosse un’impresa a sé stante, indipendente. Buona parte dell’“ottimizzazione fiscale” consiste nel manipolare questi prezzi per far apparire i profitti là dove non si pagano o si pagano poche imposte. In altre parole: si fa ad esempio pagar caro alle filiali in Germania o Francia o altrove prodotti che risultano importati dalla Svizzera oppure crediti realizzati a partire dal Lussemburgo, in modo che la differenza fittizia faccia da vettore o diventi di fatto una esportazione di profitti in Svizzera o Lussemburgo, dove l’imposizione fiscale è minima.


Ecco quindi approntato un piano di battaglia di una quindicina di punti battezzato Beps (cioè: Base Erosion and Profit Shifting, che significa: erosione delle basi fiscali e trasferimento dei profitti) che dovrebbe essere presentato in giugno. Una delle piste che vuol seguire il Beps per neutralizzare il trucco è quella di poter dare più informazioni alle autorità fiscali, imponendo alle multinazionali una contabilità paese per paese sulla loro cifra d’affari, il numero di dipendenti, l’ammontare degli attivi materiali, i profitti realizzati e le imposte versate.

 

Con un solo scopo: evitare che i profitti realizzati in un paese siano “esportati” e dichiarati in un altro dove quasi non si pagano imposte. È significativo rilevare come la Gran Bretagna, paese pragmatico e forse senza grande fiducia in questo genere di operazioni, dallo scorso 1° aprile abbia già introdotto in maniera unilaterale una tassa supplementare sulle attività delle multinazionali perché… sfuggono al fisco. Non teme quindi che le multinazionali fuggano, come si dice in Svizzera. La Svizzera gioca invece allo spezzatino, proponendo tassi preferenziali (sui brevetti, sul tonnellaggio, sugli utili corretti dagli interessi, sulle deduzioni per ricerca e sviluppo), in modo da non rovinare troppo la sua attrattività fiscale.

Pubblicato il 

06.05.15
 
Nessun articolo correlato