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Un affare per pochi

I tanti lati oscuri del commercio online

Le piattaforme dell’e-commerce vanno regolamentate. Unia vede il rischio di “uberizzazione” e chiede tutele legali e sanitarie per il personale della logistica, colonna portante del sistema

di

Raffaella Brignoni

Siamo rintanati fra le mura domestiche come milioni di altre persone nel mondo per contenere il contagio. Finiamo l’olio di oliva: che cosa fare? Metterci in fila con la mascherina in un clima da apocalisse? No, grazie. Smanettiamo in rete e scopriamo il mondo dell’e-commerce: pochi clic e l’ordine è fatto. Gongoliamo quando troviamo il pacco davanti alla porta di casa. Peccato poi scoprire che i corrieri impiegati per soddisfare la nostra richiesta abbiano dovuto lavorare in condizioni estreme e senza le necessarie protezioni contro il coronavirus. Andrà meglio alla fine della pandemia? No, fino a quando il ramo della logistica, settore cruciale per il commercio online, non sarà regolamentato. Intanto Unia chiede per i corrieri 50 franchi al giorno come ricompensa per il rischio assunto.

Marzo 2020 il coronavirus attraversa le frontiere e si insedia ferocemente anche in Svizzera, soprattutto in Ticino. Tutti (molti) a casa, negozi serrati tranne quelli di generi alimentari, scuole chiuse, idem i centri sportivi, mentre si telelavora per non bloccare le attività produttive. Inutile che ve la raccontiamo, l’avete vissuta anche voi sulla vostra pelle. L’aggiornamento sui contagi e decessi quotidiani, le conferenze stampa, i bollettini medici, mentre sui social c’era chi mostrava prodezze in cucina, mentre si inneggiava ai bei tempi andati delle nonne. C’era chi puliva, ramazzava, rigirando la casa come un calzino, chi soffriva per non potere incontrare i parenti e chi si lamentava per sport. In molti hanno pure scoperto il piacere del giardinaggio e del bricolage: ma dove trovare il materiale necessario con i negozi chiusi? Hanno fatto come noi: cercato e comprato in rete. Sì, in pieno lockdown quando molti commerci e ditte vedevano davanti a sé il buio, le piattaforme di commercio online incassavano a più non posso. Nulla di male se dietro a esse non ci fosse un mondo dai contorni opachi. Sì, perché quando partivano giustamente gli applausi al personale degli ospedali, c’era un’altra categoria di lavoratori, quelli della logistica, che lavorava nell’ombra in condizioni non invidiabili, non accettabili per consegnare la merce acquistata con un clic dai nostri divani.


Quando le domande di consegna sono aumentate al di là di ogni immaginazione, i centri di logistica, che sono cruciali per il commercio online, hanno dovuto assumere personale supplementare (interinali soprattutto), per rispondere alle richieste. Nei depositi le condizioni di lavoro si sono fatte più difficili. Un sondaggio realizzato da Unia nelle imprese di trasporto e logistica del paese ha evidenziato che il 43% dei lavoratori interpellati non riusciva a rispettare la distanza sociale di due metri con i colleghi, mentre il 13% del personale ha affermato di non avere avuto la possibilità di lavarsi le mani o disinfettarle. Grave. Il personale della logistica sembrerebbe non essere stato adeguatamente protetto contro la malattia e in più è stato sovraccaricato con turni di lavoro stremanti in un periodo di forte stress collettivo.


La logistica continua a essere sotto pressione, anche in questa seconda fase attuata dal Consiglio federale per far ripartire il paese: non esistendo un Contratto collettivo di lavoro per la categoria, i problemi sono più difficili da risolvere. L’obiettivo – va da sé – è arrivare presto a stabilire regole e a costruire un partenariato forte.
Umberto Bandiera, oltre a essere segretario sindacale di Unia a Ginevra, segue il settore dei trasporti e della logistica in Svizzera romanda per il Dipartimento di costruzione sindacale, e da anni si occupa della digitalizzazione del mercato del lavoro. Una sua battaglia (vinta) con Unia è stata quella di far bloccare lo scorso mese di settembre dal governo ginevrino l’attività di Uber, fino a quando non avrebbero dimostrato il rispetto delle regole. Per Bandiera il fenomeno delle piattaforme di vendita online ricalca in un qualche modo il modello Uber: «Se non fermiamo questi processi, rischiamo di ritrovarci imprese-piattaforme troppo grandi e radicate per essere riportate nell’alveo della legalità».

L’ha sorpresa questo boom dell’e-commerce?
Per nulla: si tratta di un settore in evoluzione, come indicano numerose analisi economiche. L’e-commerce esiste da anni e la crescita che ha avuto con la crisi sanitaria si conferma all’interno di una tendenza che era già in atto. Già oggi in Svizzera il commercio online genera decine di miliardi di franchi all’anno. In occasioni come il Natale, o il più recente Black Friday, molti consumatori fanno i loro acquisti su queste piattaforme, generando grandi cifre d’affari. È un fenomeno in crescita, che continuerà la sua scalata. Bisogna continuare a contrastarle e allo stesso tempo regolamentarle: al momento il settore presenta molte zone oscure, che avvantaggiano solo i proprietari di queste imprese. In queste piattaforme ritroviamo infatti tutte le criticità della globalizzazione e delle derive ultraliberiste.

Qual è la questione di fondo a livello di logistica?
La logistica è un cardine per il commercio online. Siamo un paese piccolo, che consuma molto e per questo il settore ha una rilevanza nevralgica. La logistica è concentrata attorno agli aeroporti di Ginevra e Zurigo, al porto di Basilea, mentre il Ticino è un centro di smistamento per l’accesso agevolato verso il Sud Europa. Durante la pandemia, quando l’e-commerce è esploso, nei depositi c’è stato un assembramento enorme di merce, che andava smistata e poi consegnata. Per rendere l’idea: la DHL, colosso internazionale controllato dalla Posta tedesca, avrebbe aumentato il suo volume di merci del 60% al mese. Chi ha controllato che in quei depositi le condizioni di lavoro fossero rispettate? A Ginevra come Unia abbiamo fatto subito denunce e chiesto a più riprese controlli all’Ispettorato del lavoro, ma sono stati fatti in ritardo, spesso preavvisando della visita o telefonicamente. Controlli inadeguati e aleatori, mentre quello della logistica sarebbe stato uno dei primi settori, visto la sua strategia, a dover essere controllato. Perché non lo si è fatto? Probabilmente si è preferito favorire gli interessi economici, piuttosto che le condizioni di lavoro. Oggi le aziende hanno introdotto misure di protezione della salute, anche se sui due metri di distanziamento sociale restano dei dubbi.

Come funzionano queste piattaforme? Perché dice che replicano il modello di Uber?
Le piattaforme – come Zalando o Galaxus per fare un esempio, nuove società presenti sul mercato – non fanno altro che mettere in relazione i clienti e abbassare i costi per massimizzare il profitto. L’abbattimento dei costi avviene attraverso la sparizione dei negozi, delle commesse e di altre figure professionali, ma anche dallo sfruttamento della parte più povera del mondo. Hai voglia di un bel mobile in legno artigianale? Ecco, che qualcuno in Bangladesh lo realizzerà per due soldi e ti verrà consegnato a casa dalle multinazionali della logistica. Le piattaforme, dopo aver tagliato le spese che citavo prima, eliminano anche il trasporto (bolle doganali e dazi), che viene affidato ai leader mondiali della logistica come, fra gli altri, DHL, XPO, Fedex, i quali prendono commissioni dalle piattaforme.

Qual è l’obiettivo sindacale?
L’approccio sindacale legato all’emergenza attuale, è stata la richiesta di controlli mirati da parte dell’Ispettorato del lavoro e abbiamo richiesto un riconoscimento di 50 franchi al giorno per i corrieri, che hanno lavorato in piena pandemia, esponendosi a pericoli. La Posta ha già deciso di versare un forfait a ogni dipendente, gli altri vedremo che cosa faranno. L’obiettivo è però ben altro: la costruzione di una rappresentanza sindacale forte. Per migliorare le condizioni di lavoro, combattere il precariato e avere un rapporto di forza verso le multinazionali del settore bisogna continuare a lottare al fianco dei lavoratori ed esigere un vero Contratto collettivo nazionale di lavoro per la logistica. Per il momento dobbiamo segnalare ancora un’assenza di dialogo sociale ed è precisamente questo che vogliamo cambiare.


Per curiosità andiamo sul dizionario della Treccani a leggere la definizione di logistica: “Sezione dell’arte militare che provvede a garantire tutto l’apparato bellico, organizzando in particolare il trasporto e la distribuzione dei viveri, dei materiali necessari e delle munizioni, e provvedendo anche, ove necessario, alle operazioni di manutenzione e di riparazione più semplici. Per estensione, nelle grandi imprese, la funzione aziendale che provvede all’approvvigionamento e alla distribuzione fisica dei materiali, delle scorte, dei prodotti finiti”.
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Pubblicato

Martedì 26 Maggio 2020

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Venerdì 26 Giugno 2020
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