Il sette ottobre sta entrando nella storia della musica che nasce “tra la via Emilia e il West” come giorno nefasto. Augusto Daolio, voce e anima dei Nomadi, intramontabile band di Novellara, un paesotto tra Carpi e Reggio Emilia, è morto il sette ottobre di dieci anni fa. Alcuni anni dopo, sempre lo stesso giorno, è scomparso il modenese Victor Sogliani, uno dei protagonisti dell’epopea dell’Equipe 84. Pochi giorni fa, il sette ottobre, a 60 anni, è scomparso Pierangelo Bertoli. Era nato a Sassuolo, a una manciata di chilometri da Modena. Artisticamente amava presentare la sua musica come una «espressione del rock country padano». Il suo lavoro è sempre proceduto intersecando la riscoperta delle radici, ricerca effettuata utilizzando spesso il dialetto, con la canzone d’autore classica e l’impegno civile e sociale, anche duro. Composizioni le sue che non avevano paura di affrontare temi alieni all’universo delle canzonette Made in Italy. Come la difesa del diritto all’autodeterminazione delle donne in materia d’aborto (si pensi a una canzone come Certi Momenti i cui versi recitano: «Adesso quando i medici di turno / rifiuteranno di esserti d’aiuto / perché venne un polacco ad insegnargli / che è più cristiano imporsi con il rifiuto / pretenderanno che tu torni indietro / e ti costringeranno a partorire / per poi chiamarlo figlio della colpa / e tu una Maddalena da pentire») o le lotte per i diritti sindacali (utile a tal proposito riascoltare “Scoperta”, una attualissima canzone del lontano ’74 in cui si racconta di un difficile sciopero operaio). Concetti espressi con voce scura, di ferro, con parole dure e dirette, con l’ideologia di un ribelle che dalla sua sedia a rotelle, con cui doveva convivere in quanto poliomelitico, tutto vede e tutto trasforma in messaggio privo di sdolcinature. Non si è mai pianto addosso per i suoi problemi di salute: «Io sono nato libero. Mia madre era per la libertà assoluta. Ho cercato di vivere una vita normale. Mi è andata bene. Avevo un fisico “stortignato” dalla metà in giù, ma molto forte. E l’ho trattato malissimo: ho faticato e fumato troppo, guidato tanto, fino a 800 km al giorno per 300 giorni all’anno. Oggi il corpo mi dà, e con ragione, qualche segnale di stanchezza: sento più spesso di quando ero giovane la condizione di handicappato». Da pochi mesi aveva pubblicato Trecentouno guerre fa, quello che adesso è diventato il suo ultimo album (in attesa che si scateni il consueto mercimonio con qualche antologia postuma). Composto da inediti e versioni acustiche di vecchie canzoni è praticamente un lavoro autoprodotto, che non aveva neppure goduto di una distribuzione degna di questo nome. In effetti i fari dello show business per lui si erano già spenti da un pezzo, troppo fuori moda un personaggio che ostinatamente vuole cantare solo quello che gli passa per la testa. Lontani gli anni dei successi sanremesi: “Spunta la luna dal monte” coi Tazenda o quella sorta di inno a “mani pulite” che si titolava “Italia d’oro”, una canzone che l’attuale governo non avrebbe difficoltà a denunciare come troppo “giustizialista”. Lontano il fortunato duetto con Fiorella Mannoia per un brano culto come “Il pescatore”. Lontani anche gli anni in cui contribuiva, con le sue scelte, a lanciare giovani artisti, come nel caso di Ligabue, del quale incise un brano quando il rocker di Reggiolo non era ancora conosciuto da nessuno. Se ne è andato da solo, come probabilmente avrebbe fatto se la scelta fosse dipesa da lui. Rimane l’eco di tante canzoni tra cui quella in cui dice: «E non so se avrò gli amici a farmi il coro / o se avrò soltanto volti sconosciuti / canterò le mie canzoni a tutti loro / e alla fine della strada potrò dire / che i miei giorni li ho vissuti».

Pubblicato il 

11.10.02

Edizione cartacea

 
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