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I sindacati che fanno la storia

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Se siete interessati alla storia del sindacato, allora vi interesserà anche sapere dove sono finiti gli archivi di Flmo, Sei e Fcta, i tre sindacati che hanno dato vita a Unia. Il 28 di ottobre saranno consegnati agli Archivi sociali svizzeri di Zurigo, dove potranno essere liberamente consultati. L'evento sarà ricordato con una cerimonia ufficiale alla quale prenderanno parte sindacalisti, storici, ma anche persone che hanno o stanno usando questo materiale per studi e ricerche. «Vogliamo dare pubblicità all'evento» rileva Rebekka Wyler, la giovane, ma esperta archivista di Unia, che ha partecipato attivamente al trasferimento dei documenti e che ha organizzato la manifestazione.

I sindacati sono orgogliosi del loro passato e consapevoli che questo materiale non deve andare perduto. Per questo hanno voluto affidarlo a mani esperte. In un primo tempo pensavano di depositarlo nei pressi dell'Uss a Berna, ma poi hanno optato per la soluzione zurighese vista anche la disponibilità di locali adeguati alla conservazione dei documenti. Per l'Archivio sociale questa acquisizione è molto importante e ne aumenta sicuramente il prestigio.
I tre sindacati che hanno dato via a Unia avevano accumulato una montagna di documenti. Nei loro archivi ci sono foto, filmati, verbali, resoconti, bilanci e storie di momenti importanti come scioperi, organizzazione di manifestazioni, contrattazioni di accordi e così via.
«All'Flmo il materiale era ben catalogato, mentre al Sei e all'Fcta l'archiviazione era meno sistematica» ricorda Rebekka Wyler. Per questo, prima della consegna, i documenti hanno dovuto essere catalogati e archiviati secondo precisi criteri.
«È stato un lavoro enorme. È durato centinaia di ore» afferma l'esperta, ricordando i momenti in cui ha sfogliato verbali di sedute che sino agli anni '70 venivano scritti tutti a mano.
Alla fine di certi giorni di lavoro i suoi vestiti erano pieni di polvere e le sue mani tutte sporche per aver esaminato pubblicazioni che risalgono a decine e decine di anni fa.
Adesso ogni documento è ben conservato in appositi classificatori. «Se li mettessimo tutti uno dopo l'altro arriveremmo a circa un chilometro di materiale», rileva cercando di dare un'idea della mole di lavoro che è stata fatta.
Il sindacato ha per questo stanziato 700mila franchi. Si è trattato di un investimento necessario. «Adesso tutti i documenti sono conservati secondo criteri uguali e lo stesso vale per il materiale prodotto da Unia».
Negli scantinati del sindacato a Berna il materiale comincia di nuovo ad accumularsi. «Ogni cinque anni circa, trasferiremo la documentazione agli Archivi di Zurigo» precisa Wyler. Ciò significa che le informazioni continueranno ad aumentare nel tempo, ma continueranno tutte a restare di proprietà del sindacato. Gli Archivi sociali si limiteranno a garantirne la gestione e la conservazione.
Ogni anno Unia stanzierà 20 mila franchi per sostenere progetti e ricerche sulla storia del sindacato. Chi vuole accedere al materiale può farlo liberamente rivolgendosi agli Archivi sociali di Zurigo. Questo materiale è in genere consultato da ricercatori, studenti, storici, giornalisti e persone semplici che sono interessate alla storia dei sindacati.
«C'è una sola restrizione. Il pubblico non può consultare i verbali dell'esecutivo degli ultimi 10 anni» rileva l'archivista soddisfatta che il prezioso materiale sia adesso al sicuro dall'umidità che potrebbe danneggiare documenti che in alcuni casi risalgono persino al 1830.

Uno studio sulla manodopera estera nell'industria orologiera svizzera

Tra le persone che parteciperanno il 28 di ottobre ai festeggiamenti per la consegna dei documenti sindacali all'Archivio sociale svizzero di Zurigo vi sarà anche Francesco Garufo, un giovane ricercatore di origine italiana che conosce bene il materiale conservato dall'Flmo. Lo ha consultato nell'ambito della ricerca che sta realizzando sui lavoratori stranieri del settore orologiero tra il 1945 e il 1975.

Francesco Garufo, come mai ha scelto questo tema ?
Per la mia ricerca di dottorato volevo occuparmi di emigrazione italiana nel dopoguerra. Volevo vedere come avveniva il reclutamento e come erano prese le decisioni. Ho pensato che sarebbe stato utile farlo esaminando un importante ramo industriale. La scelta è caduta sull'orologeria perché è un settore che ha avuto una gestione della mano d'opera straniera molto particolare e poi perché abitando a Neuchâtel avevo la possibilità di accedere facilmente agli archivi delle organizzazioni padronali.
Lei ha prima di tutto quindi consultato gli archivi del padronato ?
Lavorando su questi archivi si ha soprattutto una visione di quelle che sono le preoccupazioni del padronato. Si capisce perché hanno mantenuto la mano d'opera femminile nei settori meno specializzati e quindi meno retribuiti e perché fino al 1960, la mano d'opera straniera si limitava all'assunzione di poche donne. Solo negli anni '60 vennero ingaggiati anche degli uomini stranieri. Il padronato temeva che le loro conoscenze tecniche finissero in mani straniere. Nel dopoguerra la domanda dei prodotti era molto alta e molti industriali volevano poter assumere personale estero per poter far fronte alle richieste. Ma non tutti volevano che il settore si espandesse troppo. Temevano che un'eventuale crisi potesse colpire di nuovo il settore come era avvenuto dopo il primo conflitto mondiale, quando andarono persi circa 30mila posti di lavoro.
Dopo aver consultato gli archivi padronali ha voluto vedere cosa era conservato in quelli sindacali. Inevitabilmente è finito all'Flmo.
Prima ho potuto accedere agli archivi della convenzione padronale dell'industria orologiera che contiene tutto quello che riguarda le questioni sociali. Qui ho esaminato molti documenti sui rapporti che c'erano tra padronato e sindacati e in particolare l'aspetto della mano d'opera straniera. Dopo ho voluto andare a vedere anche cosa c'era a Berna alla sede dell'Flmo per vedere cosa avevano conservato loro su questo aspetto. 
Che tipo di materiale ha trovato che non aveva visto prima e in che stato era ?
Ho trovato tutta la documentazione sui rapporti delle commissioni di lavoro, come per esempio la commissione orologiera. Si può così seguire la nascita della strategia sindacale sulla questione della mano d'opera estera. Si può vedere come preparavano gli incontri col padronato e come definivano le loro posizioni. Non erano contro gli stranieri, ma temevano anche loro che un arrivo massiccio di stranieri  potesse danneggiare questo settore che contava personale altamente qualificato e che offriva lavori molto interessanti e molto ben pagati.
Avevano paura dell'inforestieramento ?
Avevano paura delle conseguenze di un arrivo massiccio di lavoratori esteri. Quaranta anni fa, la Svizzera era un paese più chiuso e tradizionalista. Il settore dell'orologeria era un settore molto conservatore e legato al concetto della pace del lavoro. All'inizio degli anni '60 i primi a proporre di fissare dei limiti al numero di lavoratori esteri sono stati proprio i sindacati e il partito socialista, soprattutto nella Svizzera tedesca.
Negli anni '60 le fabbriche dell'orologeria aprono le loro porte agli stranieri. Come mai cambiano idea ?
Il mondo stava cambiando e la concorrenza straniera diventava sempre più forte. Il pericolo di una fuga di tecnologie non era più così forte e molte mansioni potevano essere svolte in modo più automatico. Quando negli anni '60 le fabbriche cominceranno ad assumere italiani e francesi la preoccupazione dei sindacati sarà subito quella di fissare chiare condizioni di lavoro e salariali. In quegli anni hanno cercato anche contatti con i sindacati italiani per definire una politica comune.
Sono gli anni in cui il governo fissa le prime restrizioni.
All'inizio degli anni '60, le autorità federali cominciano ad emanare le prime misure per limitare l'afflusso di stranieri e il settore orologiero cercherà di superare l'ostacolo reclutando frontalieri francesi, che non erano contingentati e che in parte erano ben formati.
I lavoratori si sindacalizzavano ?
Il sindacato faceva fatica a reclutare membri stranieri. Hanno allora formato membri italiani che andavano a spiegare ai colleghi arrivati dalla vicina penisola cosa fa e come funziona il sindacato e perché è importante aderirvi.
Nell'archivio di Berna ha trovato tutto quello che sperava di trovare ?
L'archivio dell'Flmo è ben organizzato e questo facilita la ricerca. Senza questo materiale sarebbe stato difficile avere una visione completa della problematica. Peccato che non sia centralizzato anche il materiale delle sezioni. Ciò faciliterebbe sicuramente la ricerca. Si potrebbe per esempio vedere subito come era organizzato il sindacato anche a livello locale. Io adesso voglio studiare gli archivi delle imprese e dovrò andare anche nelle sezioni del sindacato per vedere quali erano i rapporti con il padronato. La difficoltà quindi è localizzare tutto questo materiale. La centralizzazione permette poi di mettere in valore tutto questo materiale e di studiare meglio la storia del sindacato. 
Cosa si prova a sfogliare questi documenti ?
È la curiosità che spinge a fare queste ricerche. Gli archivi sindacali rimangono sempre attuali perché le questioni sociali sono sempre le stesse. Adesso a Ginevra e a Neuchâtel, ad esempio, si discute molto della questione dei frontalieri e se devono venire a lavorare in Svizzera. È interessante vedere come in passato, quando c'era il bisogno, si è andati a cercare questa mano d'opera. E' vero che è un salto nel passato, ma le preoccupazioni e le domande restano attuali.
Questi archivi quindi sono pieni di lezioni.
Secondo me sì. Se si vuole capire la Svizzera di oggi bisogna capire quale è stata l'azione dei sindacati nel secolo scorso. La pace del lavoro è stata una cosa molto originale. È arrivata poco prima della seconda guerra e la seconda guerra mondiale è stata un periodo che ha unito il paese nella difesa dallo straniero. Nel dopoguerra quando c'era lavoro per tutti era facile mettere tutti d'accordo.

Pubblicato

Venerdì 20 Ottobre 2006

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