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I rischi del mestiere illustrati da Saverio Lurati

di

Sabina Zanini
Siamo partiti da un recente fatto di cronaca, quello di un operaio morto su un cantiere di Cadro. Notizie come queste sono purtroppo ricorrenti. Ritornano sulle colonne dei nostri giornali con sconsolante sistematicità. Ma non si può semplicemente far spallucce arrendendosi al fatto che queste professioni sono pericolose. Ogni fatalismo rimane esecrabile. I rischi ci sono, è indubbio, ma c’è anche la possibiltà di fare un’efficace prevenzione. Abbiamo posto qualche domanda a Saverio Lurati, segretario del sindacato Sei, per conoscere l’operato di chi s’impegna attivamente sul fronte della prevenzione degli incidenti. Dalle cifre appare chiaro che il numero più alto di incidenti e malattie lo si registra tra i lavoratori precari. "Il problema del precariato era già stato messo in luce negli anni del boom edilizio (1988-1992). Le persone più a rischio erano i nuovi arrivati sui cantieri, spesso con meno pratica. Molti di loro non avevano un contratto di lavoro fisso, ciò che contribuisce a dare un senso di provvisorietà, che va a discapito della sicurezza. Chi lavora con un contratto precario in genere è più distratto, non solo nel prevenire gli infortuni, ma anche nell’operare sul cantiere. Molti non badano neppure a dove ripongono il materiale creando così un pericolo anche per gli altri". La sicurezza sui cantieri si dovrebbe già pianificare in sede di progettazione del cantiere… "Molto teoricamente. La sicurezza dovrebbe essere pianificata dal momento in cui l’architetto o l’ingegnere progettano la costruzione. Nella fase successiva di costruzione ci vogliono gli spazi sufficienti. Questo spesso non avviene: il materiale finisce ammassato da qualche parte diventando d’ostacolo allo svolgimento dei lavori. Anche le vie d’accesso devono essere pianificate. E quelle di movimento. È anche importante valutare la soglia di rischio dei cantieri, che è un elemento variabile. Come nel caso, ad esempio, di un cantiere su un terreno scosceso o in prossimità di un burrone. In generale riscontriamo molta improvvisazione nell’organizzare i cantieri, perché vengono allestiti affrettatamente. Ciò mette a rischio qualsiasi utente". Dunque degli incidenti è spesso complice anche la fretta? "Naturalmente. E la fretta è conseguenza dei termini di consegna che spesso sono troppo corti. Ci è capitato di assistere a cose incredibili: cantieri in cui i disegni arrivavano a lavori avvenuti. Non bisogna dimenticare che gli attori sul cantiere sono molteplici e perciò non può mancare una concertazione del lavoro tra i diversi artigiani. Nel caso questa mancasse la responsabiltà è da imputare alla direzione dei lavori". E la pressione per i termini di consegna brevi hanno come conseguenza quella di chiedere ore straordinarie ai lavoratori, al sabato, per esempio? "Se una ditta sottoscrive il Contratto collettivo di lavoro deve chiedere un permesso alla commissione paritetica se c’è l’esigenza di lavorare al sabato. Normalmente l’accettazione delle richieste avviene in base al numero di ore che un operaio ha lavorato nel corso della settimana. Le statistiche parlano chiaro per questi casi: i momenti di maggiore incidenza di infortuni si verificano all’inizio e alla fine della settimana. Al di là di questo altre statistiche dicono che l’ultima ora di lavoro della giornata è quella più rischiosa perché diminuisce la soglia di attenzione. Senza contare che a causa della fretta alle volte non si tiene neppure conto della componente climatica e stagionale. È ovvio per tutti: non sarà mai agevole lavorare d’inverno, al gelo o sotto le intemperie. Quello che è ancor più grave è che assistiamo pure a lavori ordinati dallo Stato, il quale in qualità di direttore dei cantieri fa pressione perché si lavori anche con la pioggia o oltre determinati orari. Questo accade per effetto delle rimostranze di certi granconsiglieri che si rivoltano se i lavori pubblici subiscono un minimo ritardo. Intanto la componente di rischio viene addossata interamente ai lavoratori". A novembre si è tenuto un Forum sulla sicurezza a Lugano. È emerso un dato rassicurante, almeno in apparenza: negli ultimi 10 anni gli incidenti sono diminuiti del 40% "È evidente che degli sforzi nell’ambito del Forum sono stati fatti. E si è pure compiuto qualche passo avanti. Ma non basta. Per noi del Sei il fatto che il 25% degli infortuni professionali avvengano nell’edilizia rimane un dato negativo. Dal canto loro le imprese hanno incominciato a preoccuparsi degli incidenti quando la compagnia assicurativa Suva ha iniziato ad adottare la politica del bonus-malus, ossia più infortuni capitano più i premi assicurativi salgono". I lavoratori sono consapevoli e informati delle norme di sicurezza che devono adottare? "Ogni lavoratore dovrebbe poter beneficiare di almeno un giorno l’anno di istruzione alla sicurezza. È una delle richieste che faremo per il rinnovo contrattuale. Gli operai sono spesso poco informati circa le norme di sicurezza da adottare. Sono anche piuttosto refrattari a cambiare le proprie abitudini. Perché le cambino occorre formarli: devono capire il vantaggio che comporta questa educazione. Sono risultati che non si ottengono con l’imposizione. C’è un altro ostacolo: la mentalità dei lavoratori. Spesso gli uomini che lavorano nell’edilizia, a causa del loro mentalità, non si curano dei rischi che corrono. È un problema che si può superare solo con la prevenzione. Un problema di cultura, di mentalità e di formazione.Inoltre non basta una informazione sporadica: è necessario assicurare una continuità nella formazione. Garantire almeno un giorno l’anno sarebbe già un primo passo". L’anno scorso è stata introdotta l’obbligatorietà del casco sui cantieri. Un piccolo accorgimento come questo ha avuto un influsso sull’andamento degli incidenti? "L’introduzione della normativa sul casco ha avuto un impatto perché gli infortuni gravi sono quelli che colpiscono la testa. Purtroppo neanche questa regola è stata accompagnata da una campagna di sensibilizzazione adeguata. La gente deve essere cosciente della necessità di portarlo. Il risultato mi pare piuttosto insoddisfacente da questo punto di vista. Qui stiamo discutendo della prevenzione personale, ma prima bisogna curarsi di quella collettiva. Il grado della attenzione alla prevenzione è importante non solo per la protezione personale del singolo lavoratore ma anche per quella degli altri. Anche qui ritorna il problema della flessibilità che ha disorientato i lavoratori: non è più ben chiaro a che ora si inizia o si finisce. Non è di loro competenza la gestione del tempo libero. Questo comporta l’aumento dello stress lavorativo che, evidentemente, abbassa la soglia di attenzione sul lavoro". Una volta stabilite delle norme di sicurezza occorre anche un organo di controllo che verifichi che siano applicate. Esiste? "L’organo di controllo è la Suva perché è un organo di esecuzione, di controllo e di prevenzione. Secondo me l’opera di visita dei cantieri dovrebbe essere più assidua di quello che è attualmente. In particolare sui cantieri delle piccole imprese. La Suva dispone di tre ispettori in Ticino. Il numero di ispettori per numero di imprese è superiore rispetto al resto della Svizzera. In ogni caso è ancora insufficiente se vogliamo abbassare la soglia dei 255 incidenti l’anno (cfr. dati riportati nella tabella qui a fianco). Il lavoro di prevenzione che si sta facendo è buono ma ha il difetto di coinvolgere soprattutto le medie imprese. Mentre in Ticino la realtà dell’edilizia è fatta per la maggioranza di piccole imprese con meno di 15 operai. C’è un altro aspetto che mi sta particolarmente a cuore, sul quale sono d’accordo anche gli impresari costruttori. In tutti i capitolati la voce "sicurezza" non è messa come voce singola ma è compresa nel complesso delle spese. Quindi dai costi non risulta se un imprenditore mette in atto o meno delle misure di sicurezza". Il lavoro sui cantieri, al di là degli incidenti, è comunque un lavoro usurante. Di questo non si tiene conto però per stabilire l’età di pensionamento, come avviene invece in altri paesi europei. "È un degli aspetti gravi della nostra legge sull’Avs. C’è una bella differenza a lavorare 40 anni sui cantieri piuttosto che 40 anni in un ufficio. Una delle nostre rivendicazioni per il rinnovo del contratto nazionale (cfr. pag. 2) sarà la possibilità di andare in pensione dopo 40 anni di lavoro, al massimo a 60 anni per i lavoratori dell’edilizia. Questo perché la maggior parte di chi lavora sui cantieri ha cominciato a lavorare a 15 anni. Evidentemente la recente decisione del Consiglio nazionale sull’undicesima revisione dell’Avs non ci soddisfa assolutamente. Non riteniamo neanche corretto che il costo per il riconoscimento dell’aspetto logorante di questa professione sia a carico esclusivamente del settore. A noi sembrerebbe logico che il carico venga ripartito su tutta la collettività perché è un lavoro svolto a favore di tutti". Uomini e fatiche, di Damiano Realini   Non a caso un cartello, sempre ben visibile, recita a chiare lettere che ogni responsabilità viene declinata. Come a dire: "statevene lontani, i pericoli qui son di casa". Come a dire: "se vi fate male, affari vostri, ve l’avevamo detto che questo è un luogo pericoloso". E così il passante legge, dà una sbirciata, e poi tira dritto. Ma l’operaio in un cantiere deve guadagnarsi la vita. Nove ore, di media, al giorno. A luglio coi suoi 30 gradi come a gennaio, quando a stancare ci pensano il gelo e la brina sui ponteggi. Che il cantiere non sia un parco giochi o un tea-room, lo hanno capito anche le carriole. Che l’edilizia non sia un settore per "signorine", è ormai accertato. Ma che si debba morire sul cantiere, ebbene questo non bisogna darlo per scontato. Mai, neppure con tutti i cartelli del mondo. È la sicurezza che deve sfrattare il pericolo, perché di casa fra scavatrici, gru, assi, armature, mattoni, impasti vari e gettate di cemento, ci dev’essere lei, e non l’imprevisto. Eppure ad ogni incidente grave, la giustificazione cara ai padroni è la stessa: eliminare i rischi sul cantiere è impossibile. Una giustificazione che apparentemente non fa una grinza. E così quando ci scappa il morto, schiacciato da una lastra o caduto da un ponteggio, si tirano in ballo i santi e le fatalità. Sarà... ma quando si va ad indagare un po’ da vicino, ci si accorge che ad uccidere e ferire non è il destino o la sorte astrale. Molto più prosaicamente le tragedie sono provocate da fretta, stanchezza, stress, ritmi di lavoro insostenibili, pressione sui tempi. Ovviamente in nome del profitto padronale e della competitività sul mercato. Ecco quali sono gli dei, veramente responsabili. E intanto sul cantiere gli operai hanno paura a discuterne, e anche loro parlano di fatalità e di ineliminabilità dei rischi. Costretti ancora una volta ad accettare l’inaccettabile. Il timor non è quello di dio, ma del datore di lavoro. Insomma, una sorta di omertà. Luca Bondini, del Sindacato edilizia e industria (Sei) queste cose le sa bene. Da anni sul campo, da anni alle manifestazioni, da anni acceso sindacalista. Ci ha accompagnato a "spasso" nei cantieri edili del Luganese, per mostrare ad "area" quanto siano rari, se non inesistenti, i cantieri sicuri. Queste le sue parole: "non esiste un cantiere completamente in regola con la legge. Ci sarà sempre qualcosa che non va. Diciamo che sono soprattutto quelli lontani da occhi indiscreti ad essere maggiormente rischiosi per il lavoratore. Nelle valli ed in periferia per esempio. Invece in centro città è meno difficile pizzicare anomalie evidenti. Comunque, un fosso non coperto, un canale non segnalato, un ponteggio da brividi, un filo elettrico a sbalzo, un palo pericolante si trovano sempre. Se poi gli operai stessi si dimenticano di mettere il casco obbligatorio...". Già il casco, quell’elmetto per lo più giallo, leggero leggero, tanto importante in certe occasioni, quanto però fastidioso e scomodo da portare. Altro problema è quello della mancanza d’igiene. E anche qui la lista potrebbe essere lunga: gabinetti, o meglio cessi, a cielo aperto, baracche in lamiera che fungono da deposito e da mensa, spogliatoi ridicoli e non riscaldati. La situazione, non è delle più rosee. Ad onor del vero va però detto che ci sono sul mercato alcune ditte che godono di una buona reputazione per quanto riguarda igiene e sicurezza. Pertanto il mal andazzo non è la regola. Molto dipende dalla sensibilità della direzione lavori e del capocantiere. È proprio quest’ultimo la figura chiave che dirige e detta i tempi delle costruzioni. Spetta a lui in definitiva, tastando il polso degli operai, opporsi a delle pretese fuori luogo. Ma non sempre ne ha la forza, o l’autorità. La sua è una posizione non facile. Responsabile delle prescrizioni e delle consegne, deve far quadrare il cerchio, fra l’incudine e il martello, e cioè fra il manovale e il padrone. E spesso è lui il primo a non indossare il casco. Il che la dice lunga. Ore 08.40, il cantiere è piccolo. Da qui si vede il laghetto di Muzzano. Ecco due operai Lo sapete che qualche giorno fa è morto un vostro collega a Cadro? "No, non lo sapevo. Purtroppo sono cose che succedono". Il compagno di lavoro invece ne ha sentito parlare: "sì, io mi ricordo". Ma non ci pensate mai a queste disgrazie, non avete mai paura in cantiere? "Mai paura, sono i rischi". E l’altro, appoggiato col mento al badile ad un passo da una buca profonda almeno quattro metri, sbotta: "oh è 17 anni che lavoro e mai un incidente". E il primo riprende: "’ste cose succedono quando c’è troppo stress. Io lo so. E succedono nei grandi cantieri. Ho lavorato in uno, non mi far dire dove, che ero sicuro che crepavamo in dieci là. A demolire c’erano le cose che volavano a destra e sinistra. C’era d’aver paura. Nei grandi cantieri poi lavori con chi non conosci. È un rischio. Qui mi fido. Se cominci a non aver più fiducia dei compagni è finita". Ore 09.30, palazzine in costruzione a 5 chilometri fuori Lugano. C’è tanto fango. Il primo a farsi incontro è un macchinista Per lei che usa ruspe e aggeggi vari la responsabilità è grande? "Certo, ma faccio anche altro". Parla poco, anzi, si guarda attorno. Perché, chi aspetta? La sicurezza sui cantieri è migliorata rispetto al passato? "Sta migliorando abbastanza". E l’aspetto igienico del cantiere, come lo trova? "Si potrebbe fare di più". Sopraggiunge il capocantiere. Il macchinista non dirà più niente... Allora chiediamo direttamente al nuovo venuto. Quando viene a conoscenza di un incidente mortale sul lavoro, come reagisce? "Io dico sempre che è come Schumacher. Come un pilota. O corri o ti metti da parte. Se cominci a fermarti a pensare non va bene. E poi eliminare i rischi è impossibile". Ce ne andiamo. Nel trasferimento verso un altro cantiere Luca Bondini ci spiega che non è facile ottenere dagli operai impegnati sul cantiere informazioni o polemiche sui problemi relativi alla sicurezza. Già, la sicurezza. Sembrerebbe una cosa acquisita di cui si dovrebbe parlare liberamente. Eppure essa inquieta come un tabù. Gli operai continuano a rispondere che è migliorata, che non ci sono problemi, che dove lavorano tutto va bene. Ma se è così perché continuano a verificarsi incidenti, ferimenti e disgrazie? Ore 11.20. Un capocantiere sul Brè, finalmente a briglia sciolta. La vista è magnifica, nonostante i nuvoloni che non promettono niente di buono Cosa rende insicuro un cantiere? "E me lo chiedi? La fretta, lo stress. Però premetto che qui è tutto a posto. In generale se devi fare un lavoro in due giorni, non hai tempo di mettere un buon ponteggio. Poi io ho un padrone tedesco. E chi lo capisce. I padroni vogliono vedere le cose fatte. Sai il tempo è nemico della sicurezza..."...e non solo della sicurezza. Ore 11.35. Non lontano, ma senza quel panorama cittadino. Un pittore lavora su degli assi pericolanti. Scende. "Il tempo è nemico anche della qualità. Le cose fatte in fretta non sono fatte bene e sono pericolose. Qualità zero". Ma quali allora sono i vantaggi nel lavorare velocemente? "Il lavoro costerà meno, e così si vende sul mercato a buon prezzo. È questione di concorrenza. Dopo siamo noi che sgobbiamo e che magari ci dicono che abbiamo lavorato male". Dunque, leggendo fra le righe, sondando il campo, appare ovvio che gli incidenti non sono sempre delle fatalità figlie del caso. I rischi, se proprio non si possono debellare, ebbene si possono contenere ancora di molto. Rallentando quel poco la macchina produttiva dei cantieri, si potrebbero garantire un’alta qualità e una sicurezza accettabile. Ma ovviamente il tempo costa: ai padroni denaro, ai lavoratori, a volte, la vita.

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Venerdì 18 Maggio 2001

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