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I quattro morti di Renault

di

Mauro Marconi

area di qualche settimana fa ha dato risalto alla notizia del quarto suicidio avvenuto in casa Renault negli ultimi 11 mesi. Suicidi che in realtà salgono a cinque, se consideriamo anche quello di una responsabile di una mensa aziendale di Renault Trucks (gestito dalla multinazionale Sodexho). E c'è chi sostiene che la ditta francese avrebbe insabbiato altre morti… strane.
Che cosa sta succedendo a Renault, che spesso usa la "joie de vivre" come sua immagine di marca? In Francia, i pareri sono divisi. Alcuni affermano che le condizioni di lavoro presso Renault sono sempre state infernali: triste eredità lasciata dal fondatore, Louis Renault, che pare fosse tanto brillante quanto autoritario. Altri puntano il dito contro l'attuale direttore,  Carlos Ghosn, ed il suo piano strategico per rilanciare la marca: il "Contrat 2009". Infine, alcuni (pochi a dire il vero, poiché trattasi di posizione imbarazzante) insistono sulla fragilità dei singoli suicidi.
Probabilmente, tutte e tre le interpretazioni dei suicidi sono pertinenti: i vari motivi compartecipano con modalità ed importanza diverse a seconda della vittima. Fatto sta che l'impennata di morti coincide con l'introduzione di nuovi metodi di lavoro. Del resto, almeno in un caso, il tribunale ha già statuito che si tratta di un infortunio professionale.
La situazione è talmente lampante da avere attirato l'attenzione della rivista Management, solitamente più avvezza a celebrare i grandi direttori che a metterli alla berlina. In un articolo in cui viene dato spazio a testimonianze, anonime, di dipendenti e sindacalisti, Management traccia un ritratto piuttosto fosco della nouvelle vague che ha investito l'azienda francese. Il modello imposto da Ghosn è autoritario, orientato ai risultati e poco sensibile alle condizioni reali in cui ingegneri ed operai sono chiamati ad operare. Secondo gli articolisti, è l'organizzazione che deve adattarsi agli obiettivi. Ciò che è contrario ad ogni logica: anche i più convinti sostenitori del famigerato "management by objectives" (in poche parole, un sistema in cui al lavoratore vengono assegnati degli obiettivi, il cui raggiungimento determina la sua valutazione… e tutto ciò che ne consegue) sanno che non serve a nulla imporre degli obiettivi se non si mettono i lavoratori in condizione di raggiungerli.
Il "Contrat 2009" prevede tutta una serie di obiettivi che Renault deve raggiungere sia per rilanciare la sua crescita, sia per rassicurare gli azionisti. I tempi di realizzazione di un nuovo modello sono fortemente ridotti, in alcuni casi di oltre la metà (è il caso per esempio della nuova Laguna 3, da 54 a 26 mesi). I lavoratori devono dar prova di flessibilità e seguire lo sviluppo di due o tre modelli contemporaneamente. Le prestazioni sono misurate e valutate rigidamente: uno scostamento di pochi punti rispetto all'obiettivo stabilito, viene registrato come insuccesso. Ed il senso di colpa (rovescio della medaglia dell'orgoglio professionale, malgrado tutto molto forte presso Renault) viene continuamente alimentato con frasi del tipo "il successo dipende da voi", "se non raggiungiamo gli obiettivi, dovremo trarre le nostre conseguenze".
Insomma, Renault ed i suoi centri di produzione non sono solo dei laboratori scientifici all'avanguardia in cui vengono progettate e costruite delle automobili. Sono anche dei laboratori in cui le tecniche del new management vengono sperimentate sulla pelle dei lavoratori. E dietro i computers e l'alta tecnologia, si disegna la triste figura del padrone ottocentesco.

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2007

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