«La Signora Leuthard mi dica come dovrò fare tra un anno e mezzo, quando non avrò più diritto all'indennità di disoccupazione». Giuliano Ossola, 61 anni, licenziato dall'Agie Charmilles di Losone nel marzo 2009 dopo quarant'anni di servizio e oggi alla disperata ricerca di un nuovo lavoro per scongiurare la prospettiva di «un'anzianità da miserabile», chiama simbolicamente in causa la consigliera federale che in queste settimane sta conducendo la campagna in favore della revisione della Legge sull'assicurazione contro la disoccupazione (Ladi) in votazione il 26 settembre e dei pesanti tagli alle prestazioni da essa previsti.

Tagli che in parte andrebbero a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita proprio dei disoccupati "anziani" come lui.
La sua è la testimonianza autentica di un uomo che si sente «umiliato», perché «costretto a finire la carriera lavorativa come un bastardo». Giuliano Ossola usa parole forti per descrivere uno stato d'animo, in cui si mescolano sentimenti di rabbia, di preoccupazione ma anche di speranza. Nonostante sia ormai trascorso quasi un anno e mezzo dal suo licenziamento (una sorte che l'anno scorso è toccata a più di un centinaio di ex colleghi della storica fabbrica di Losone), la ferita rimane aperta. «In fondo per certi versi me l'aspettavo: segnali che qualcosa di simile potesse accadere ne avevo avuti. Ma quando ti capita per davvero è diverso», racconta con la voce rotta dal magone.
«Per quarant'anni ci ho messo l'anima nel mio lavoro, ho sacrificato serate, nottate fino alle tre e interi fine settimana. Inoltre le mie capacità professionali di polimeccanico venivano regolarmente riconosciute nell'ambito delle valutazioni periodiche. Ma non è servito a nulla. Anzi: alla fine mi sono sentito dire che l'Agie "non sa cosa farsene di operai vecchi e malati"».
«Prima di allora non avevo mai provato né l'infelicità né la felicità assoluta. Ma stavo bene, ero contento della mia situazione, anche se le circostanze della vita mi hanno sempre obbligato ai sacrifici. Sacrifici ripagati però. Per esempio con la soddisfazione di avere un figlio ormai prossimo al diploma presso il Politecnico federale di Zurigo».
La vita di Giuliano Ossola è cambiata radicalmente con il licenziamento, a meno di sei anni dall'agognata pensione (in vista della quale aveva già iniziato a fare alcuni progetti): «È un evento che mi ha buttato a terra e che ha creato problemi di salute sia a me sia a mia moglie. Ho dovuto assumere farmaci antidepressivi per superare le prime fasi. Ora sto meglio, ma continuo a non accettare che un lavoratore venga trattato in questo modo dai dirigenti di un'azienda. A maggior ragione dopo quarant'anni di fedeltà.  Sarei tentato di denunciarli penalmente per avermi rovinato la vita!».
Anche perché «soluzioni alternative che mi consentissero di rimanere in fabbrica ancora per qualche tempo sarebbero state possibili. Penso per esempio al lavoro ridotto. Invece niente: me l'hanno voluta far pagare, forse anche per il mio decennale impegno nel sindacato, prima nella Flmo e ora in Unia». «Un impegno - sottolinea Ossola- in favore dei diritti dei lavoratori e non contro il datore di lavoro: non ho mai pronunciato una sola parola negativa sull'Agie». Del resto, ancora oggi il suo attaccamento a quella realtà aziendale non riesce a nasconderlo e parla come se quella lettera di licenziamento non fosse mai arrivata quando racconta che «negli anni settanta eravamo in 1.300» e «oggi siamo rimasti in circa trecento» o parla delle «nostre macchine», o ci descrive la «rabbia» che prova ogni giorno quando transita davanti la fabbrica e vede la scritta "Georg Fischer-Agie-Charmilles" (che gli ricorda un'acquisizione aziendale -l'Agie fu acquistata dal gruppo Georg Fischer nel 1996 e unita a Charmilles- di cui non ha mai capito il senso.
«In qualche modo -ammette Ossola- coltivo ancora la speranza di tornare un giorno a lavorare all'Agie, ma non credo che capiterà. E poi me la farebbero pagare. Non so. Io in ogni caso sono disposto a svolgere qualsiasi tipo di lavoro pur di assicurarmi un futuro tranquillo per me e la mia famiglia».
Un lavoro che a 61 anni si fa maledettamente fatica a trovare: «I datori di lavoro ti ridono in faccia per l'età. Nell'ambito di un colloquio uno mi ha risposto: "Lei ha già lavorato abbastanza Signor Ossola!". Ma io non posso accettare queste umiliazioni e ormai provo vergogna a presentarmi suoi luoghi di lavoro per chiedere un posto. Da qualche tempo ho deciso di fare tutto per iscritto per evitare queste situazioni che proprio non sopporto più».
«Io sono uno che non dispera mai, ma il tempo passa e nel dicembre dell'anno prossimo cesserà il diritto all'indennità di disoccupazione. Poi mi rimarrebbero due anni e otto mesi di "vuoto" prima della pensione. La consigliera federale Doris Leuthard, che vuole ulteriormente ridurre le prestazioni ai disoccupati "anziani" con la quarta revisione della Ladi (su cui il popolo si esprimerà il 26 settembre, ndr) mi suggerisca una soluzione: dovrei finire in assistenza sociale? Oppure optare per la pensione anticipata e accontentarmi di una rendita mensile di 1.400 franchi? O dovrei forse accettare di lavorare in nero? Visto oltretutto che le proposte in questo senso non mancano mai, come confermato dall'esperienza di molti ex colleghi».
Forse molta gente non si rende conto cosa significhi vivere in una situazione di «incertezza assoluta» come quella in cui si trova Giuliano Ossola: «Il lavoro in sé non mi manca e le mie giornate riesco a riempirle: lavoro in campagna, aiuto amici in opere di bricolage, faccio passeggiate, qualche giro in moto. E poi, per fortuna, ho l'impegno nel sindacato (è vicepresidente regionale di Unia, ndr) che mi consente di agire per una causa in cui ho sempre creduto. Senza Unia sarei morto».
La situazione tuttavia «resta difficilissima da gestire perché non vedo alcuna forma di aiuto né dallo Stato né dai padroni (che preferiscono assumere interinali o ricorrere al lavoro straordinario per far fronte alle loro esigenze produttive) per persone che si trovano in una condizione simile alla mia. E a fine 2011, se nel frattempo non trovassi un'altra occupazione, sarò a piedi. Col rischio di dover chiedere con due anni di anticipo la rendita del secondo pilastro e ritrovarmi finalmente pensionato. Ma povero».
«Mi chiedo -conclude Giuliano Ossola- come sia possibile, di fronte a questa realtà che non tocca certo solo al sottoscritto, sostenere ulteriori tagli alle prestazioni dei disoccupati come quelli previsti dalla quarta revisione della Ladi».

Sei ragioni per un no il 26 settembre

Con una campagna di propaganda milionaria e menzognera, i fautori della quarta revisione della Ladi stanno cercando di evitare che il 26 settembre governo e padronato subiscano una sconfitta come quella del 7 marzo scorso con il nettissimo no popolare al taglio delle rendite pensionistiche. I principali finanziatori sono gli stessi ambienti che dalla legge trarrebbero vantaggi a scapito delle salariate e dei salariati. Ecco alcuni fatti che aiutano a capire come la "riforma" proposta sia un'ennesimo tentativo di smantellare un'assicurazione sociale.

1) Un'altra soluzione è possibile

Per risolvere i problemi finanziari dell'assicurazione contro la disoccupazione  basterebbe che tutti pagassero gli stessi contributi. La revisione della Ladi viene giustificata dai suoi fautori con la necessità di eliminare il «deficit strutturale» e di ammortizzare il debito dell'assicurazione contro la disoccupazione e dunque di garantirne il finanziamento a lungo termine. Per raggiungere questo obiettivo chiama però alla cassa solo le lavoratrici e i lavoratori, a cui impone di pagare di più e , allo stesso tempo, riduce le prestazioni previste in caso di perdita del posto. Chi percepisce alti redditi viene per contro risparmiato: chi guadagna tra 126 mila e 315 mila franchi dovrebbe pagare un misero contributo dell'1 per cento e solo per un periodo transitorio. E coloro che intascano ancora di più (spesso molto di più) non pagano un solo centesimo supplementare. Risulta così che l'operaio, l'impiegato, l'insegnante e tutti gli altri salariati "normali" dovranno versare ogni mese il 2,2 per cento (oggi il 2) del loro salario all'assicurazione disoccupazione, mentre il numero uno di Credit Suisse Brady Dougan (tanto per fare un esempio) potrà continuare a pagare lo 0,05 per cento del suo salario (che nel 2009 ammontava a 19 milioni di franchi!).
Per far quadrare i conti dell'assicurazione senza toccare le prestazioni ai disoccupati, basterebbe che tutti pagassero lo stesso contributo del 2 per cento del salario. Come del resto avviene per l'Avs, l'unica vera assicurazione sociale in Svizzera degna di questo nome, proprio perché fondata su un sistema di finanziamento perfettamente solidale.

2) Un regalo a chi la crisi l'ha causata

I problemi di finanziamento della Ladi sono dovuti essenzialmente al fatto che il numero reale di disoccupati è più elevato rispetto a quanto era stato previsto dal Consiglio federale e dal Parlamento nell'ambito della terza revisione della legge, nel 2003, quando fu introdotto un sistema per equilibrare entrate e uscite. Mentre le previsioni indicavano un tasso medio (calcolato su un ciclo congiunturale) del 2,5 per cento (pari a 100 mila disoccupati), oggi in Svizzera i senza lavoro registrati (dati di luglio) sono 142.130, ossia il 3,6 per cento della popolazione attiva. E in Ticino il 4,8 per cento. Questo è il risultato dei licenziamenti di massa che caratterizzano la grave crisi economica attuale. Una crisi che nessuno nega sia stata causata dagli abusi e dalle speculazioni finanziarie dei top manager di certe aziende e dei grandi istituti bancari e assicurativi, che oggi continuano indisturbati a intascare compensi stratosferici e che Governo e Parlamento, con la revisione della Ladi, vorrebbero ulteriormente premiare risparmiandoli da ogni "sacrificio" e facendo pagare l'intera fattura alle vittime incolpevoli della crisi, cioè alle persone che hanno la sfortuna di perdere il lavoro.

3) Colpisce le categorie più fragili

La revisione della Ladi, attraverso una lunga serie di tagli alle prestazioni assicurative, andrebbe a pesare gravemente su tutte le categorie di disoccupati, ma in particolare sui giovani e sugli anziani, che già per natura sono i più esposti al rischio della disoccupazione: i primi rappresentano il gruppo di salariati con il tasso di senza lavoro più elevato (a fine luglio il 4,9 per cento della popolazione attiva tra i 20 e i 24 anni), mentre gli ultra 55enni sono quelli che più faticano, una volta perso il posto, a rientrare nel mercato del lavoro, come ci conferma la testimonianza di Giuliano Ossola. Obbligare i ragazzi fino a trent'anni ad accettare qualsiasi lavoro (pena la perdita del diritto alle indennità) può apparire a prima vista come una misura ragionevole, ma in realtà rappresenta una seria minaccia al percorso formativo del giovane neodiplomato o -laureato, che così rischia di perdere le conoscenze acquisite e dunque di ipotecare il suo futuro professionale. Ancora più ingiustificati e ingiusti sono i risparmi previsti a danno dei disoccupati più anziani: il drastico ridimensionamento del diritto alle indennità di persone ormai di fatto definitivamente escluse dal mondo del lavoro equivale ad un loro dirottamento dall'assicurazione disoccupazione all'assistenza o all'aiuto sociale. In attesa della pensione. Questo dopo decenni di duro lavoro e di contributi versati.

4) L'assistenza sociale come alternativa

Un'eventuale entrata in vigore della quarta revisione della Ladi avrebbe pesanti conseguenze sulle finanze di Cantoni e Comuni, che si vedrebbero confrontati con un aumento della spesa per l'assistenza e l'aiuto sociale. A questa conclusione giunge uno studio commissionato l'anno scorso dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (Cdos) all'istituto indipendente di ricerca Infras di Zurigo, il quale calcola oneri supplementari pari al 4-5 per cento della totalità dei costi annuali. Del resto, di questa prospettiva ne è consapevole lo stesso Consiglio federale, che conta però di contenere i danni grazie ad una generica «intensificazione del sostegno» dell'assicurazione contro la disoccupazione «alle persone colpite, per aiutarle ad affrontare la loro difficile situazione». Ma la realtà fotografata dagli studiosi è un'altra e le prospettive devono preoccupare: il trasferimento di molti beneficiari di un'indennità di disoccupazione all'assistenza sociale renderebbe ancora più difficile la loro reintegrazione nel mondo del lavoro, poiché l'esperienza dimostra che prima si approda in questa condizione più a lungo vi si rimane.

5) Una minaccia per tutti i salari

Nell'opinione pubblica e nei media la disoccupazione viene spesso considerata come un problema di pochi, di una minoranza della popolazione. In realtà però (oggi ancora di più che in passato) è una condizione in cui tutti i salariati di ogni genere e categoria rischiano di finire a un certo punto della vita professionale. Nessuno può sentirsi al riparo: la revisione di legge in votazione il 26 settembre rappresenta una minaccia sia per i disoccupati di oggi sia per quelli futuri e dunque per tutti i lavoratori.

6)Inaccettabile ricatto del Consiglio Federale

"Se vincesse il no, il Consiglio federale si troverebbe costretto ad aumentare i contributi salariali dello 0,5 per cento invece che dello 0,2 previsto dalla revisione della Ladi. Scelgano i cittadini se preferiscono versare il 2,2 per cento o il 2,5". Suona più o meno così l'avvertimento del governo federale, che ha deciso di ricorrere al ricatto per cercare di vincere la votazione. Un metodo assai pericoloso perché mira a insinuare paure tra i salariati e a metterli in conflitto con i disoccupati. E pure disonesto, perché la via indicata non è l'unica alternativa alla quarta revisione della Ladi. In caso di bocciatura, il governo avrebbe semplicemente il compito di rivedere il sistema di finanziamento dell'assicurazione disoccupazione e per svolgere al meglio questo esercizio c'è anche la possibilità di ristabilire un minimo di equità tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno.   

Pubblicato il 

27.08.10

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