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La mano invisibile

I nemici del lavoro

di

Silvano Toppi

Si potrebbe ironizzare: non si è mai lavorato così tanto sul lavoro. Non ci sono mai stati così tanti libri e studi e indagini sul lavoro, visto e condito in tutti i  suoi aspetti, attraverso le lenti dell’economia, della sociologia, del diritto e della storia.


Coesistono più significati del termine “lavoro”. Almeno tre. Fattore di produzione, attività creatrice ed emancipatrice o, ancora, punto d’aggancio dei diritti sociali. Potremmo subito rilevare che l’uno e l’altro, negli ultimi tempi, sono stati scarnificati in modo sistematico. Essenzialmente perché il lavoro è stato ridotto solo a un costo. E quindi lo si è facilmente intrappolato nel ricatto demolitore della competitività, vera divinità del sistema. Tipo: se vi irrigidite con i diritti del lavoro, se non accettate la flessibilità del lavoro, se pretendete più salari, aumenteranno i costi di produzione, perdiamo in competitività e accesso ai mercati, licenzieremo, dislocheremo. E l’economia andrà a picco e... peggio per voi. Quelle tre dimensioni sono state rese tra loro  contraddittorie e pressoché incompatibili.


Se il lavoro è pensato solo come uno sforzo umano che produce valore d’uso (oggetto che serve) e valore di scambio (si monetizza e si vende) domina la visione dell’imprenditore (che vorrà  comprimere i costi e svilire i diritti del lavoro, ricavare maggior profitto). Se il lavoro è invece pensato come attività emancipatrice, costitutiva di un’entità individuale-umana (sono qualcuno perché ho un lavoro, posso avere rapporti sociali, fare progetti, mantenere una famiglia), il prodotto diventa meno importante delle condizioni in cui viene prodotto e allora è la visione del lavoratore che ha maggior considerazione. Se, infine, il lavoro è visto come un modo primordiale di accesso ai diritti sociali, alla protezione sociale, alla salvaguardia della propria dignità (lo dice anche la Costituzione all’art.41) è chiaro ch’esso non si può ridurre al solo interesse dell’una o dell’altra parte impegnate in un mercato (scambio salariale).

 

L’una (imprenditore) tirerà sempre verso il basso (condizioni di lavoro, flessibilità, diritti sociali, salari); l’altra punterà su sé stessa (per non perdere in identità, dignità, diritti, potere d’acquisto). Il “compromesso salariale”, inevitabile, diventa allora una sorta di sintesi negativa delle prime due visioni; negativa perché nessuna delle due parti non sarà mai soddisfatta e nessuna dovrà sovrastare sull’altra. Ma ciò significa  anche che il compromesso salariale non può essere dato una volta tanto, è dinamico. E a condizioni pari. E solo l’unione dei lavoratori (sindacato) può renderlo tale.


Un’altra constatazione merita rilievo. Mano a mano che è declinata “l’etica del lavoro come un dovere” (e una costrizione), è umanamente cresciuta “l’etica dell’affermazione” che porta sulla dimensione espressiva del lavoro (soddisfacimento, realizzazione di sé, sentimento di utilità ecc.), unita ovviamente alle attese che riguardano la dimensione strumentale del lavoro (le condizioni, il salario, la sicurezza dell’impiego).

 

Tutte queste attese, sempre più espressive, si scontrano con le nuove forme avanzanti come gramigna  di organizzazione del lavoro (la flessibilità, l’impresa-rete o le varie piattaforme deresponsabilizzate, l’individualizzazione separatrice delle carriere, il rovesciamento sul lavoratore del rischio, anche finanziario) segnate da un degrado generale (contratti temporanei, tempo parziale, orari atipici, precarietà sistematica). Sono i nemici del lavoro, da contrastare, rivalutando il lavoro.

Pubblicato

Giovedì 29 Aprile 2021

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