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I licenziati senza parola

di

Giuseppe Dunghi
Il 18 gennaio scorso, durante il bombardamento israeliano su Gaza, un quotidiano italiano ripubblicò una lettera aperta scritta da Franco Fortini nel 1989. Un testo profetico: il trattamento disumano che Israele infligge ai palestinesi sta dissipando tutto quello che la cultura ebraica ha dato al mondo nel campo della civiltà. Di più, dopo quello che è avvenuto a Gaza, non è più possibile leggere come prima la Divina Commedia o ascoltare la musica di Brahms, perché tutta la cultura europea si è costruita attorno al Libro.
Risale agli stessi giorni una conferenza all'Accademia di architettura di Mendrisio sul tema della libertà, tenuta dal filosofo Giulio Giorello. Il suo pensiero è una ripresa del migliore lascito illuminista, nel tentativo di risolvere i problemi posti alla nostra società dall'incontro di "verità" contrapposte, tutte ugualmente legittime, tutte ugualmente distruttive. Discutere, confrontarsi, non cedere all'uso della forza, dare spazio alla razionalità  e alla tolleranza, insomma fare uso della parola invece delle armi. La parola, la più nobile creazione umana, forse ci salverà. Questo il messaggio di Giorello.
La parola. Alla Geomag di Novazzano, alla Mikron di Agno, all'Agie di Losone, alla Marmifera di Tenero, alla Hugo Boss, alla Melisa, alle Officine Franzi non si fa molto uso di parole, ma di lettere di licenziamento. I frontalieri vengono licenziati a grappoli, senza chiedere il loro parere. I giornali riportano i comunicati delle direzioni aziendali, i sindacati contrattano riduzioni di orario e piani sociali, i parlamentari italiani cercano di sbloccare i fondi per pagare le indennità di disoccupazione, ma è solo per farsi pubblicità in vista delle elezioni.
Che cosa se ne fa delle parole un lavoratore licenziato, costretto a risparmiare i soldi del giornale, a rinunciare al cinema e non entrare più in una libreria? La parola è tornata a essere un privilegio dei benestanti, una creatura che abita nei salotti, nelle università e nelle redazioni dei giornali ricchi, come un tempo abitava nelle corti dei principi e negli scriptoria dei conventi. Nei luoghi di lavoro e nelle case dei disoccupati c'è solo il silenzio. La strage di Gaza ci priva della cultura, i licenziamenti ci tolgono la parola.

Pubblicato

Venerdì 13 Febbraio 2009

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