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I lavoratori sono responsabili

di

Gianfranco Helbling
Perseverando nella sua arrogante e irresponsabile ostinazione, il direttore di Swissmetal Martin Hellweg ha respinto mercoledì mattina la proposta di un accordo avanzata dal mediatore Rolf Bloch, nominato dal Consiglio federale, per riprendere il lavoro alla Boillat di Reconvilier e avviare serie trattative per risolvere il conflitto. La proposta prevedeva da un lato che lo sciopero venisse sospeso e che il sindacato Unia si impegnasse a fondo per garantire la pace del lavoro, dall’altro che Swissmetal ritirasse per tutta la durata delle trattative i licenziamenti pronunciati la scorsa settimana, che nominasse un direttore per Reconvilier nel rispetto degli accordi del 2004 e che togliesse la serrata. Già martedì i lavoratori della Boillat avevano accettato (a scrutinio segreto, per 219 voti a 37) di riprendere il lavoro dal giorno dopo. Quanto a Unia, aveva confermato la sua disponibilità al dialogo. Ma Hellweg s’è opposto al ritiro dei licenziamenti di 120 impiegati su 320 e di 21 quadri su 25. Così mercoledì, che avrebbe potuto essere il giorno della svolta, atteso anche da molti clienti della Boillat, s’è trasformato nel ventiduesimo giorno di sciopero. Facciamo il punto alla situazione con il copresidente di Unia Renzo Ambrosetti, membro della delegazione sindacale alle trattative. Renzo Ambrosetti, come avevano accolto martedì i lavoratori della Boillat la proposta del mediatore Rolf Bloch di sospendere lo sciopero e riprendere il lavoro quale presupposto per avviare le trattative con la direzione di Swissmetal? La proposta del mediatore aveva suscitato una lunga discussione. L’ampio consenso da loro espresso depone a favore della serietà dei lavoratori. Va detto che se si era deciso la sospensione dello sciopero era anche per riguardo nei confronti dei clienti di Swissmetal, ritrovatisi per mancanza di forniture nella condizione di non più poter lavorare: non si voleva creare un danno eccessivo in chi è vittima allo stesso modo di decisioni irresponsabili dal profilo industriale. L’obiettivo dei lavoratori rimane il rispetto degli accordi del 2004 e il ritiro di tutti i licenziamenti? Nel periodo di trattativa devono essere revocati tutti i licenziamenti. Poi nella trattativa si discute della situazione del sito di Reconvilier, del concetto industriale di Swissmetal, si valutano le decisioni assunte dalla direzione anche dal profilo finanziario e infine si prende una decisione. Nei suoi punti centrali l’accordo del 2004 dev’essere rispettato fino in fondo, e ogni deroga dev’essere motivata. Quanto al concetto industriale per i siti di Reconvilier e Dornach, unilateralmente imposto dalla direzione, dev’essere rivalutato con il contributo di esperti esterni, prima di prendere le decisioni più utili dal punto di vista industriale. Unia ritiene possibile una trattativa seria con Swissmetal? Noi riteniamo che una trattativa ci dev’essere e che dev’essere seria, anche perché è condotta sotto l’egida del mediatore nominato dal Consiglio federale. C’è un’attenzione del governo federale e un auspicio da parte sua che si arrivi ad un accordo. I vertici di Swissmetal sono quindi sotto pressione. Da noi, dal Consiglio federale e dai clienti. C’è stato finora un problema di rapporti fra i lavoratori dei due stabilimenti industriali svizzeri di Swissmetal, Reconvilier e Dornach. In particolare le maestranze di Dornach finora non hanno mai espresso solidarietà a Reconvilier. Questo è certamente un problema, anche se non lo si è voluto enfatizzare. I lavoratori di Dornach, in base alle scelte strategiche presentate dalla direzione, ritengono di essere al sicuro, ma dopo l’acquisizione da parte di Swissmetal di un’azienda concorrente in Germania probabilmente cominciano a rendersi conto del pericolo. Indiremo presto un’assemblea del personale a Dornach per spiegare la posta in palio anche per loro. In pericolo è l’intero gruppo Swissmetal: ci sono delle lavorazioni che oggi si possono fare solo a Reconvilier per il know how acquisito dai lavoratori. Finora lo sciopero è costato ad Unia oltre 600 mila franchi. I costi dello sciopero influiscono sulle decisioni strategiche del sindacato? No, non facciamo calcoli. Abbiamo disponibilità sufficienti. Come spiega la percezione diversa di questo sciopero fra Svizzera tedesca, più critica, e Romandia? I romandi hanno una cultura partecipativa che crede ancora all’azienda e all’attività industriale, mentre nella Svizzera tedesca prevale la cultura finanziaria su quella industriale. Certo Reconvilier è nel Giura bernese, un ambiente sociale particolare, ma uno sciopero di questo tipo potremmo ritrovarlo anche a Neuchâtel o nel canton Vaud. Come valuta il lavoro di Bloch? In maniera molto positiva. Ha grande rispetto e attenzione per le posizioni dei lavoratori e si sta dimostrando equilibrato e competente. È un industriale di vecchio stampo, non un finanziere: antepone il fattore umano in azienda a tanti altri valori che oggi sono preminenti. E sa che uno degli elementi fondamentali nel successo di un’azienda è la comunicazione. Non è intervenuto tardi il Consiglio federale con la mediazione? Il problema è che Joseph Deiss per principio ideologico non vuole che lo Stato intervenga nell’economia. Ma è una posizione superata dai fatti: negli altri paesi quando si tratta di salvare l’occupazione e il tessuto economico di un’intera regione i governi intervengono, e non solo quelli di sinistra. Non era possibile da parte di Unia prevenire quest’escalation? Quando non c’è la volontà di comunicare, quando sistematicamente gli accordi vengono violati, si crea sfiducia. In Svizzera abbiamo una cultura del dialogo. Si sono fatte altre ristrutturazioni in condizioni difficili ma si sono sempre trovate soluzioni accettabili. Se però non c’è alcuna disponibilità al dialogo, la risposta non può che essere quella dei lavoratori della Boillat. Ed è proprio sulla ricostruzione di un minimo di fiducia e di rispetto reciproco che Bloch dovrà lavorare in primo luogo. Ma c’è anche il problema che finora il direttore di Swissmetal Martin Hellweg s’è presentato una sola volta alle trattative, poi ha sempre delegato il presidente o qualche membro del consiglio d’amministrazione, che non hanno autonomia decisionale e sono decisamente deboli. Lei è ottimista? Devo essere realista. Sarà difficile trovare una via d’uscita a meno che non vi sia un’inversione di marcia da parte della direzione. Anche perché la strategia industriale era quella di ridurre progressivamente l’importanza di Reconvilier. Forse oggi mirano direttamente a chiudere il sito. E alla fine la colpa sarebbe di Unia... Sono i dipendenti che hanno deciso di scioperare, Unia non li ha aizzati. Ma questa è una battaglia di Unia contro una certa cultura industriale sempre più diffusa. Ed è ora che anche le associazioni padronali comincino a riflettere sui danni che può provocare all’industria svizzera la mentalità dei finanzieri d’assalto.

Pubblicato

Venerdì 17 Febbraio 2006

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