Il Ticino che fa scuola

Fatti e dati di una settimana di resistenza operaia alla fabbrica Exten di Mendrisio conclusasi positivamente.

La storia ha inizio con una lettera. Una missiva, o meglio, un disperato messaggio d’aiuto inviato al sindacato Unia a fine gennaio: «Vogliono tagliarci lo stipendio del 30 per cento. Abbiamo tutti paura e nessuno osa protestare per paura di essere licenziato. Non abbiamo nemmeno il coraggio di firmare questa lettera. Venite alla Exten e parlate con la direzione» chiudono gli ignoti estensori.
Si noti il concetto «Parlate». Degli operai chiedono dunque trasparenza prima di accettare qualsiasi misura. Quanto pesa il costo del lavoro sul prodotto finale? Ci sono state scelte sbagliate del management che ora devono pagare i dipendenti? E i manager, faranno dei sacrifici? Di che tipo? Domande legittime perché a pagare non siano i soliti noti.


I conti economici e il loro sviluppo storico recente alla Exten non sono, ovviamente, di dominio pubblico. Si conoscono però alcuni fatti. Nel settembre del 2011 la Banca nazionale fissa il cambio franco/euro a 1,20. Una misura non destinata a durare in eterno. Tre anni e mezzo di tempo concessi gli imprenditori affinché adottino strategie per essere pronti quando il cambio fisso fosse stato abolito.


Altro dato. «Nel luglio del 2013, la Commissione consultiva per l’innovazione economica ha dato preavviso favorevole alla concessione di un finanziamento di quasi 4 milioni di franchi alla Exten destinato alla realizzazione di una nuova linea di produzione per prodotti innovativi» si legge nell’interpellanza di questi giorni inoltrata dal Partito socialista al governo cantonale. Soldi pubblici, della collettività dunque, finalizzati a investimenti innovativi alla Exten. Si parla di mezzo milione di franchi a fondo perso e 3,5 milioni di prestito dalla Banca dello Stato, istituto dei ticinesi. Se siano condizioni di prestito favorevoli o no, allo stadio attuale non è dato di sapere. Altro dato conosciuto: nel giugno del 2014 una rinomata società di valutazione del rischio di solidità finanziaria delle aziende attribuisce alla Exten la miglior classificazione, “grado 1”. Solo il 2 per cento delle imprese svizzere può vantarlo.


Il 15 gennaio, la Bns abbandona il cambio fisso franco/euro. Il franco si rafforza in una forchetta tra il 10 e il 15 per cento. Nemmeno il tempo di una settimana, la direzione della Exten comunica ai dipendenti in maniera vaga che ci saranno delle misure di “risparmio” che li riguarderanno. Non si precisa nulla, ma voci incontrollate (o forse intenzionalmente diffuse per tastare il terreno) parlano di tagli tra il 10 e il 40 per cento. La lettera di cui si parlava all’inizio arriva ad Unia il 23 gennaio.


Funzionari sindacali la intercettano e organizzano dei volantinaggi fuori dai cancelli all’azienda di Mendrisio. Seguono le prime assemblee coi lavoratori. Nel frattempo, alla direzione di Exten fremono e accelerano per ottenere la decurtazione salariale. Il discorso è in perfetto stile classico imprenditoriale odierno: «La situazione è grave. O delocalizziamo, o licenziamo la metà di voi o tagliamo i salari». Nell’arco di due giorni, 11 e 12 febbraio, gli operai sono convocati singolarmente a firmare quel famoso addendum, tecnicamente una modifica contrattuale ma che alle orecchie dei dipendenti suona come una parolaccia offensiva. Addendum di un taglio del 26 % del salario ai frontalieri e del 16 % ai residenti. Un quarto di salario in meno equivalente a tre mesi senza stipendio in un anno, a due per i residenti. Gli stipendi base d’entrata alla Exten corrispondevano a 3.200 franchi. Da circa due anni sono scesi a 2.700 franchi.


Secondo stime sindacali, mai contraddette, quel taglio agli stipendi corrisponde a un risparmio del 5 per cento della cifra d’affari di Exten. Stipendi che inciderebbero meno del 20 per cento sul prodotto finale. Ed è su quello che la direzione vuole “risparmiare”, non sul restante 80%.
Gli inviti di Unia a incontrare la direzione cadono nel vuoto. Giovedì 19 febbraio, alle gelide cinque e trenta le maestranze compatte non varcano il cancello annunciando l’astensione dal lavoro. All’interno della fabbrica le cui sette linee di produzione non si fermano mai, i loro colleghi del turno notte sono costretti alle ore straordinarie in attesa dell’arrivo della dirigenza per l’avvio di trattative.


Alle sette la dirigenza si materializza nella Maserati del proprietario, Luigi Carlini. La famiglia Carlini vanta una lunga tradizione nel campo della produzione dei film e laminati di plastica in Italia, dove possedeva o deteneva quote importanti in tre aziende di quel campo. Nel 1981 inaugura a Mendrisio lo stabilimento Exten, sviluppatosi nel tempo fino a oggi, dove conta 100 dipendenti suddivisi tra produzione (circa una cinquantina), laboratorio per la certificazione e amministrazione.


Le maestranze nutrono rispetto verso la famiglia Carlini. Meno verso i manager aziendali, alla guida dell’azienda da qualche anno, da quando Paolo Carlini, il padre di Luigi, si è progressivamente allontanato dalla sua conduzione. Quel taglio del 26 per cento, oltre a pregiudicare notevolmente la loro vita, è vissuto come un gesto sprezzante dalle maestranze. Una pugnalata alla schiena che mai si sarebbero aspettati. Ora che non si sentono più singoli individui al cospetto del padrone, ma una forza collettiva e organizzata col sindacato, chiedono, anzi esigono, di vedere le carte della realtà economica aziendale prima di accettare qualsiasi taglio sulla loro pelle. Anche agli occhi del semplice cittadino quel taglio del 26% non si giustifica neanche lontanamente con la fine del cambio fisso franco/euro, svalutatosi attorno al 10-15%. Sono irremovibili. Le macchine resteranno ferme fino a quando la decurtazione non sarà annullata e la discussione con carte sul tavolo non si inizierà. E lo saranno per otto lunghi giorni, fino a quando la conciliazione diretta da Laura Sadis del Dipartimento delle finanze ed economia non imporrà la stessa richiesta iniziale avanzata dalle maestranze organizzate sindacalmente.
Otto giorni e sette notti trascorsi a presidiare la loro fabbrica, perché così la sentono. Sotto la neve, la pioggia e venti impetuosi fino a quando, proprio il giovedì dell’accordo, la meteo regala una giornata primaverile. Giornate trascorse davanti a quel fuoco da cantiere sempre acceso o al riparo nel gazebo dove l’argomento di discussione era sempre il medesimo, ipotesi su come sarebbe andata a finire.


Questi lavoratori si stavano giocando tutto. Da frontalieri non hanno nemmeno la copertura della disoccupazione per due anni. Una disoccupazione che pagano senza nessun diritto a beneficiarne. Più della meteo, a cercar di fiaccare la loro resistenza erano i sottili messaggi: «meglio un quarto di salario in meno che perderlo del tutto». O ancora: «Con lo sciopero farete chiudere la fabbrica» sobillavano voci isolate. Una resistenza che invece si andava rafforzando fin dal primo giorno con la solidarietà delle tessili della Consitex del gruppo Zegna, dell’Adaxys o delle venditrici del Fox Town, per citarne alcune, pur consci di far torto a molti altri. Particolarmente apprezzate dagli scioperanti le visite di operai che stanno vivendo situazioni simili alle Ferriere Cattaneo o avevano vissuto (e vinto) lotte identiche in passato come gli operai della Trasfor o delle Officine di Bellinzona. Una solidarietà di gran classe.


No, scioperare non è una passeggiata. Gli stati d’animo sono in continua fibrillazione, passando dall’euforia della speranza di un accordo a portata di mano alla disperazione e rabbia in men che non si dica. Ne sa qualcosa il cuore di un operaio, ricoverato il secondo giorno di sciopero per un microinfarto.
Ma lo sciopero regala anche forti momenti di umanità sincera, di fierezza nell’esser nel giusto, di alzare la testa invece del più comodo chinar il capo. «“O così o quello è il cancello”, ti rispondevano ogni volta che osavi solo dir qualcosa» ricordano a questo cronista gli operai della Exten in unica voce collettiva. E lo hanno ribadito anche al padrone Luigi Carlini quando si presentava davanti ai cancelli presidiati. «Perché forse lei queste cose non le sa».


E forse non sapeva nemmeno che lo scorso anno i lavoratori delle sette linee hanno migliorato la produzione del 12 per cento. Per quella produttività accresciuta il premio aziendale è stato il taglio di un quarto della paga.
«Ho una figlia piccola – ha detto un operaio l’assemblea precedente l’astensione al lavoro – Se non le insegno che lottare per la dignità è giusto, che padre sarei?». La tenacia, l’unità tra i colleghi sono state elementi centrali perché non si arretrasse di un millimetro su una proposta più che ragionevole indirizzata alla proprietà. E, ci sia concesso, grazie al supporto morale e organizzativo dei funzionari di Unia che hanno condiviso quei lunghi otto giorni di passione.


Giovedì 26 febbraio, dopo la notizia dell’esito positivo della mediazione governativa si alza l’urlo liberatorio che sancisce la fine dello sciopero. «Mai stato tanto felice di andare a lavorare» dicono gli operai varcando i cancelli. L’accordo prevede la «sospensione» del taglio salariale subordinato alla verifica dei conti aziendali entro il 30 aprile da parte di un consulente esterno. Inoltre, la creazione di una commissione del personale e nessuna ritorsione contro i lavoratori e Unia.
«La Exten è diventata una bandiera contro tutte quelle imprese che praticano il dumping salariale» ha dichiarato Vincenzo Cicero, sindacalista di Unia presente fin dai primi momenti dello vertenza e uno dei rappresentanti alle trattative. Una bandiera vincente.

Pubblicato il 

04.03.15..
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