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I lati oscuri della manovra

di

Stefano Guerra
Ha tre settimane esatte il Consiglio di Stato per licenziare il messaggio sul preventivo 2005. Entro il 15 ottobre deve definire nel dettaglio la manovra di “rientro” da 180 milioni (120 di risparmi, 60 di entrate) annunciata a metà luglio per riportare al di sotto dei 280 milioni il disavanzo previsto per il prossimo anno. Un’operazione su cui area fa il punto in questa edizione, mettendone in rilievo alcuni aspetti finora poco chiari. Nelle ultime due settimane la concertazione post-16 maggio ha dato i primi significativi segnali di affanno (si veda area, n. 38, 17 settembre 2004). Ai rispettivi comitati cantonali i presidenti di Plrt e Ps hanno paventato un ritorno alla conflittualità che accompagnò e seguì l’allestimento del preventivo 2004. Dal canto loro governo e sindacati si sono lasciati su un nulla di fatto, senza trovare un accordo sulle misure di risparmio riguardanti i dipendenti pubblici. La pressione sul Consiglio di Stato nel frattempo è salita di tono. Presidenti e capigruppo dei partiti di governo (fatta eccezione della Lega) hanno invitato lunedì l’esecutivo cantonale a concludere al più presto le trattative con i sindacati (al momento di andare stampa non era noto l’esito dell’ultimo incontro previsto per giovedì, ieri per chi legge) e ad avviare in tempi brevi un negoziato con i partner economici per reperire nuove entrate. Sulla scia della pubblicazione dei dati del pre-consuntivo 2004 (336,2 milioni di disavanzo nel 2004 contro i preventivati 305,3; 36,5 milioni di uscite in più rispetto al preventivo corretto dopo le votazioni del 16 maggio), la Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato (Ccia-Ti) ha già preannunciato il sostegno a un eventuale referendum contro l’aumento della pressione fiscale sulle persone fisiche e giuridiche. Sarà proprio sul fronte caldo delle entrate che il governo si dovrà cimentare nelle prossime settimane per confezionare un preventivo 2005 che poi dovrà superare indenne – cosa tutt’altro che scontata – almeno l’ostacolo del Gran consiglio. Spese, 95 milioni in ombra Sin qui poco o nulla è filtrato su una parte preponderante dell’intero pacchetto da 120 milioni di contenimento delle uscite. L’attenzione si è focalizzata sui 25,8 milioni di franchi (al momento ridotti a 22) da risparmiare sulla spesa per il personale, oggetto in queste settimane delle trattative fra Consiglio di Stato e sindacati. Cosa ne è degli altri 95 milioni e rotti? Si tratterà di misure indolori? “Indolori” come quelle per un importo complessivo di “soli” 34 milioni bocciate (tagli dei sussidi per casse malati e docenti comunali) o approvate (ora in più per i docenti, abolizione della ginnastica correttiva) in votazione popolare lo scorso 16 maggio? Il 14 luglio, annunciando la manovra finanziaria da 180 milioni nell’ambito del preventivo 2005, il governo scriveva che sul fronte delle uscite – oltre che il controllo della spesa per il personale e la limitazione del volume degli investimenti per l’intero quadriennio – sono previsti «contenimenti mirati sulle uscite correnti dei vari dipartimenti per ca. 95 milioni, di cui circa 80 milioni già individuati». Finora solo dal Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs) è filtrato qualcosa. Il direttore del Decs Gabriele Gendotti ha detto che il suo dipartimento «ha dovuto mettere sul tavolo circa 25 milioni di franchi» e che in questa cifra sono compresi «i 5,3 milioni di minori sussidi per i docenti comunali bocciati dal popolo lo scorso 16 maggio, ora interamente a carico delle scuole cantonali» (Il Caffè, 22 agosto 2004). Da noi interpellato, Gabriele Gendotti fa sapere attraverso la segreteria del dipartimento che per ora «non si è entrati nei dettagli» di misure che andranno a incidere su un settore già messo sotto torchio con il preventivo 2004 e i relativi referendum. Stessa risposta dal Dipartimento della sanità e della socialità (Dss), anch’esso sottoposto a forti pressioni nell’ambito dell’allestimento del preventivo 2004 e poi di un controverso pacchetto di risparmi per il settore sociosanitario di cui nel frattempo si è persa traccia. «La discussione è ancora molto aperta. Per ora non è possibile saperne di più», spiega ad area la direttrice Patrizia Pesenti. Dipendenti pubblici, “solo” 22 milioni? La posta in gioco nella trattativa fra Consiglio di Stato e sindacati sulla parte di risparmi riguardanti i dipendenti pubblici va ben oltre i 22 milioni pretesi dal governo (che ha ceduto sin qui su 3,8 milioni) o i 18 che le organizzazioni del personale sono disposte a concedere. Non solo perché – ammettendo che la tesi del sindacato dei servizi pubblici Vpod sia corretta – il Consiglio di Stato ometterebbe di considerare l’impatto moltiplicatore di tale misura sul settore para-pubblico (enti sociosanitari, ente ospedaliero) e sulle scuole comunali. Ma anche e soprattutto perché la misura in questione va a rafforzare una poco visibile tendenza, in atto da tempo, sia verso un sensibile peggioramento delle condizioni lavorative e retributive del personale dello Stato (ultimo esempio: il progetto di riforma della cassa pensione che eroderà i salari dei dipendenti pubblici, pur continuando a garantire prestazioni che molti invidiano ai pensionati statali), sia verso uno snellimento “di fatto” dell’amministrazione (la riduzione lineare del 2 per cento degli effettivi votata dal Gran consiglio nel dicembre 2003) conseguito senza affrontare di petto la riforma dei compiti dello Stato, riforma che a parole tutti vogliono ma che nessuno ha il coraggio di lanciare. “Nuove” entrate? Sull’altro fronte, quello delle entrate, la manovra finanziaria prevede un rientro di 60 milioni di franchi. Le “nuove” entrate in realtà sono limitate a 35 milioni, da reperire attraverso una delle nove misure fiscali attualmente al vaglio del Consiglio di Stato (e fra le quali l’aumento dell’1 o dell’1,5 dell’aliquota sugli utili di banche e società pare riunire il consenso più ampio allo stadio attuale). Gli altri 24,2 milioni provengono dalla conferma (nel 2005 e per il resto del quadriennio) della correzione del meccanismo di neutralizzazione per il passaggio dalla tassazione biennale a quella annuale. Non una “nuova” entrata, bensì uno sgravio fiscale in meno. Il “meccanismo di neutralizzazione” – una riduzione della scala delle aliquote – era stato introdotto dal governo per evitare che lo spostamento in avanti di due anni della base impositiva comportasse un aumento del carico fiscale sui contribuenti per effetto della crescita economica. Se la crescita fosse stata inferiore alle attese del governo (il 3,5 per cento, ovvero la media degli ultimi 20 anni), ci sarebbe stato uno sgravio. Al contrario, se fosse risultata superiore alle previsioni il passaggio alla tassazione annuale si sarebbe saldato con un aggravio fiscale. Nel 2003 si è verificato il primo scenario. Il Consiglio di Stato è così dovuto correre ai ripari per evitare quello che si configurava di fatto come un nuovo sgravio, proponendo al Gran consiglio (che poi approvò) una correzione verso l’alto delle aliquote utilizzate quali meccanismo di neutralizzazione. Limitata all’imposta cantonale, quella correzione – che in un primo tempo doveva essere una tantum, ma che il Consiglio di Stato ora vuole applicare all’intera legislatura – non produce una “nuova” entrata: scongiura unicamente un’ulteriore erosione del gettito fiscale delle persone fisiche a livello cantonale, realtà che invece stanno vivendo sulla propria pelle non pochi amministratori comunali, alle prese con un sensibile calo del gettito delle persone fisiche derivante proprio dalla mancata correzione a livello comunale del meccanismo di neutralizzazione (si veda area, n. 26, 25 giugno 2004). Squilibrio e continuità Risultato di «attente valutazioni e approfondimenti condotti sia sul piano tecnico sia su quello politico» (comunicato stampa della Cancelleria dello Stato, 14 luglio 2004), quadro attuale del possibile entro il quale si gioca la concertazione fra partiti di governo (fatta eccezione della Lega), esecutivo cantonale e sindacati, la manovra volta a riportare al di sotto dei 280 milioni il disavanzo del preventivo 2005 appare squilibrata piuttosto che equilibrata se letta alla luce della politica finanziaria condotta da più di un lustro dal Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe): in ogni caso un segnale di continuità, non di rottura rispetto ad essa; un passo indietro, non uno in avanti rispetto allo stato dei rapporti di forza scaturiti dalle mobilitazioni popolari dello scorso autunno e, a nostro avviso, anche rispetto all’esito delle votazioni del 16 maggio. O 120 milioni di risparmi (d’accordo, compensati parzialmente con 35 di nuove entrate) vi sembran pochi? Non erano forse stati “solo” 34 milioni a provocare la reazione che tutti ricordano contro il preventivo 2004? Trentacinque milioni di nuove entrate (ricavabili ad esempio dalle proposte privilegiate dal Ps: aumento dell’1,5 per cento delle aliquote sugli utili delle persone giuridiche e reintroduzione dell’imposta di successione per le sostanze milionarie) son forse tanti se paragonati ai 200 e rotti che oggi mancano alle casse dello Stato a causa della politica fiscale perseguita negli ultimi anni dalle alte sfere del Dfe con l’avallo di parlamento e, in parte, della popolazione? E infine, cosa sarebbe se non un segnale di continuità una manovra finanziaria che precederà di qualche mese quello che si prefigura come un nuovo, occulto, sgravio fiscale, ovvero la revisione generale delle stime immobiliari prevista per il 2005?

Pubblicato

Venerdì 24 Settembre 2004

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