< Ritorna

Stampa

 

I guai di Economiesuisse

di

Silvano De Pietro
«Noi impresari costruttori non vediamo rappresentati da Economiesuisse i nostri interessi, orientati anzitutto verso l'interno». Queste parole del presidente della Società svizzera degli impresari costruttori, Werner Messmer, devono avere sconcertato più di un "padreterno" dell'economia elvetica. Tanto più che, il 23 maggio, questa botta seguiva di appena un giorno quella, forse più pesante, dell'associazione imprenditoriale della metalmeccanica Swissmem. Per la defezione di quest'ultima, il direttore di Economiesuisse, Rudolf Ramsauer, ha cercato prudentemente di minimizzare facendo riferimento a «colloqui che dovrebbero proseguire». Sulle dichiarazioni del presidente dei padroni dell'edilizia, ha lasciato invece che qualcun altro del suo ufficio affermasse: «Veramente non ci è noto che vi sia un problema con gli impresari costruttori». Un'arroganza singolare nei confronti di un'organizzazione che pubblicamente si apprestava a discutere, nell'assemblea dei delegati del giorno successivo, la questione dell'uscita da Economiesuisse.

Ma il presidente Messmer, per nulla impressionato da questo malcelato snobismo, ha snocciolato tranquillamente alla stampa le ragioni della sua sfiducia: «Quando io per esempio, su incarico dei nostri affiliati, ho appoggiato le misure d'accompagnamento agli accordi bilaterali con l'Ue, sono stato considerato quasi come un traditore. Anche in tema di energia, Economiesuisse non era affatto interessata ad un impegno per le energie rinnovabili». E non ha avuto remore, Messmer, ad affermare che gli alti salari di alcuni manager «danneggiano l'immagine di tutti gli imprenditori». Per poi concludere: «Un'associazione mantello non può servire nello stesso tempo gli interessi di banche, chimica e grandi industrie e poi rappresentare ancora gli impresari costruttori orientati sul mercato interno. Questo semplicemente non funziona».
Argomenti simili sono stati adoperati anche da Swissmem, il cui direttore Thomas Daum ha lamentato anzitutto la perdita di profilo della sua organizzazione in una Economiesuisse dominata dagli interessi della piazza finanziaria e dall'industria chimico-farmaceutica. C'è però un'altra ragione interna: a causa della massiccia soppressione di posti di lavoro nell'industria metalmeccanica, sono diminuiti i contributi (calcolati sulla massa salariale) che le ditte del settore pagano a Swissmem, il che le causa una perdita di 4,2 milioni di franchi, un terzo delle sue entrate. Per ridurre le spese, anche l'uscita da Economiesuisse serve (3,75 milioni risparmiati).
A ciò si aggiunga – come ha documentato recentemente la Neue Zürcher Zeitung – la concorrenza che a Swissmem, politicamente orientata verso il Plr, porta l'altra associazione padronale del settore, Swissmechanic, che simpatizza per l'Udc, che fa pagare quote più basse alle proprie imprese affiliate e che non vuole saperne di contratti collettivi di lavoro. Attualmente, delle aziende affiliate a Swissmem sono circa 600 quelle che sottostanno al contratto collettivo di lavoro, mentre altre 300 lo respingono perché, per esempio, non sono d'accordo con la regolamentazione dell'orario di lavoro prevista dal contratto. Il nuovo orientamento di Swissmem vorrebbe produrre un avvicinamento verso quelle ditte che rifiutano di sottostare al contratto collettivo di lavoro.


C'è polarizzazione nel padronato

«Veramente non abbiamo ancora fatto una discussione interna per valutare bene la cosa, cioè non è ancora del tutto chiaro quali saranno per noi le implicazioni di questa situazione». Così Vasco Pedrina, copresidente di Unia e vicepresidente dell'Uss, risponde d'impulso alla nostra richiesta di un suo giudizio su quanto sta succedendo ad Economiesuisse. Poi, dopo un attimo di riflessione, riparte:
«Però direi che ripetutamente negli anni passati noi – ed anche io personalmente nei confronti di Messmer e di altri padroni del settore artigianale o industriale – dicevamo, con una tipica espressione tedesca, che "non ci sono vitelli più stupidi di quelli che si cercano il proprio macellaio". Volevo dire: non vi capisco, non capisco perché marciate risoluti dietro l'alta finanza, dietro le banche e dietro certi personaggi della chimica, quando di fatto sono proprio loro, soprattutto le banche e le assicurazioni, che vi strangolano con le loro richieste di politica dei tassi d'interesse, con le loro richieste di rendimento, con la pressione sui prezzi, e così via. Fareste meglio – dicevo loro – su questioni di politica artigianale e industriale ad allearvi con noi contro le banche, per spostare un po' i rapporti di forza e fare in maniera che quello che si produce, quello che è il rendimento dell'industria e dell'artigianato, resti nel settore e non finisca nei conti in banca dei manager della finanza. Questo discorso glielo facevo in passato. E adesso ecco che queste contraddizioni, con vari anni di ritardo, vengono fuori pubblicamente e provano che gli interessi non sono comuni. Pertanto, questa situazione per noi non è una sorpresa, ma nello stesso tempo potrebbe anche aprire possibilità di nuove coalizioni».
La Nzz ha messo in evidenza la concorrenza che c'è tra Swissmem e Swissmechanic, associazione orientata più verso l'Udc e che vorrebbe fare a meno dei contratti collettivi di lavoro. Questa concorrenza non complica i rapporti tra sindacato e padronato?
Ecco, questa è l'altra faccia della medaglia: quella che presenta due dimensioni negative di questa storia. La prima è che di fatto c'è una perdita di membri all'interno delle associazioni padronali di categoria. Questo pone la problematica (sollevata anche nell'intervista di addio a Peter Hasler, direttore dell'Unione padronale svizzera sino a fine maggio, pubblicata domenica scorsa dalla Sonntagszeitung, ndr) dell'indebolimento delle associazioni padronali per questioni legate ad una nuova generazione di padroni che se ne fregano della responsabilità sociale. E questo è negativo anche per noi. Perché noi preferiamo avere quale controparte associazioni padronali solide, piuttosto che associazioni padronali che perdono affiliati. Diciamo che è meglio avere partner sociali forti dal punto di vista della rappresentatività, sia da parte sindacale che padronale, per poter costruire un partenariato di una certa solidità. Questa è la prima dimensione negativa. La seconda è che effettivamente ci sono rami economici (non sono così tanti, ma ci sono) come la metallurgia, dove hai una Swissmechanic che di fatto fa del dumping nei confronti dell'altra associazione e che perciò tende a disgregare il partenariato contrattuale. E questo è naturalmente un fattore negativo; come è negativo per noi che all'interno delle associazioni padronali cresca la tendenza politica favorevole all'Udc, il che in parte spiega anche le tensioni che abbiamo. Quindi, se devo rispondere con una frase alla domanda su quali siano le implicazioni per i sindacati: ci sono per noi segnali contraddittori che vengono fuori da questa faccenda.
La Società degli impresari costruttori ha indicato, tra i propri motivi di scontento, la scarsa attenzione data da Economiesuisse al problema degli alti salari dei manager, all'applicazione delle misure d'accompagnamento…
…soprattutto per quanto interessa loro.
…ed all'impegno a favore delle energie rinnovabili. Tutto questo viene però a favore della politica sindacale.
Certo. Questo conferma quello che dicevo all'inizio: vi sono elementi che possono essere positivi e permetterci di avere un dialogo più sostanziale, in particolare su questioni di politica di ramo economico e di politica economica generale. D'altra parte ci sono però quegli aspetti negativi legati all'evoluzione interna delle associazioni padronali. Si parla sempre della perdita di membri dei sindacati; e non c'è mai nessuno che scriva sulla perdita di membri delle associazioni padronali. Questo è un problema che per Swissmem è più grave che per noi: se si vede quanto hanno perso, anche in milioni di franchi, è abbastanza drammatico.
Comunque, voi sindacati adesso analizzerete la situazione e poi cercherete di adeguare la politica sindacale?
Sì, anche se bisogna capire che noi non abbiamo piacere quando i padroni s'immischiano nei nostri conflitti interni o nelle scelte organizzative interne del sindacato. E proprio perché non vogliamo che lo facciano, non abbiamo intenzione di giocare un ruolo attivo in questa vicenda e mettere il naso nei loro affari interni. Però è chiaro che questi scossoni, questi cambiamenti, hanno implicazioni sulle relazioni sociali. Quindi osserveremo con attenzione e, in funzione di quello che succede, agiremo.

Pubblicato

Venerdì 2 Giugno 2006

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021