Il teatrino dei ristorni fiscali dei frontalieri ha tenuto banco questa settimana nei rapporti fra Italia e Svizzera. Ad ergersi ad assoluti protagonisti i rappresentanti delle Leghe di qua e di là dal confine. In mezzo i frontalieri stessi, usati come pallone in una partita alla quale non hanno mai chiesto di giocare. L'oggetto del contendere in realtà è il segreto bancario svizzero, occasione che molti politici ticinesi di bassa lega sfruttano per profilarsi in vista delle elezioni federali di ottobre.

Mario Bertana, lei è stato assessore, poi capogruppo in Consiglio comunale, e oggi ne è il presidente a Induno Olona. Conosce quindi bene le realtà dei comuni in cui vivono molti frontalieri. Ma è anche un frontaliere, oltre che presidente di Unia Ticino. Perché sarebbe così grave per voi frontalieri se venissero a mancare i ristorni all'Italia dell'imposta alla fonte versata in Ticino dai frontalieri?
Perché i ristorni vengono utilizzati in gran parte per creare quei servizi che noi frontalieri usiamo come famiglie ma non direttamente come frontalieri, come i doposcuola, le mense e gli asili nido. Sono di fatto proprio quei servizi che ci consentono di fare i frontalieri. Il timore è che senza il ristorno molti comuni non siamo più in grado di mettere a disposizione questi servizi.
In realtà la questione del ristorno è marginale nel conflitto inscenato fra Bellinzona, Berna e Roma. Al Ticino interessa soprattutto che la Svizzera sia tolta dalla black list dei paradisi fiscali stilata dal ministro Giulio Tremonti.
È vero, soprattutto negli ultimi due anni i frontalieri sono molto strumentalizzati. Da ambo le parti. Da parte italiana fino a poco tempo fa con lo scudo Tremonti eravamo i più grossi evasori; poi da parte svizzera siamo stati i ratti che rubano il lavoro agli onesti cittadini svizzeri. Ora si strumentalizza in modo arbitrario il nostro lavoro per questioni incancrenite da anni fra Roma e Berna e che vanno molto al di là di quel che ci compete.
In questo psicodramma il ruolo delle due Leghe, quella Nord in Italia e quella dei ticinesi in Svizzera, è sempre più ambiguo: sembra che abbiano esacerbato il conflitto apposta per poi dire che sono stati loro a risolverlo.
Lo temo, soprattutto dopo l'incontro di lunedì a Varese fra Roberto Maroni, Umberto Bossi e Norman Gobbi. A loro i frontalieri interessano poco. E questo mi fa credere che il caso lo abbiano montato ad arte per far credere che si interessano del territorio. In Svizzera la Lega non cessa di usare il mal di pancia della gente per sparare sui frontalieri in funzione elettorale. In Italia la Lega fa altrettanto con i cittadini extracomunitari che vengono a cercare lavoro in Italia. L'uso strumentale della questione dei frontalieri mi pare evidente.
Ma una buona parte di frontalieri vota per la Lega di Bossi…
Purtroppo sì, e non lo capisco. Quando in Ticino i colleghi frontalieri si lamentano con me delle campagne contro i frontalieri della Lega dei ticinesi, rispondo loro che la Lega Nord fa lo stesso con gli immigrati in Italia, che esattamente come noi in Svizzera cercano solo di darsi i mezzi per un futuro più dignitoso per sé e la propria famiglia. Il fatto è che c'è sempre qualcuno che sta più a sud di noi.
Intanto però la Lega ha buon gioco nel dire che comunque i ristorni che il Ticino riversa all'Italia rimangono bloccati per tre anni a Roma prima di essere girati ai comuni del nord…
È un argomento che la Lega strumentalizza per propri fini. Io come italiano so benissimo come vanno queste cose in Italia. Ma so anche che dopo tre anni i soldi arrivano. E programmo di conseguenza. Quel che conta è che alla fine i soldi ci siano. Il fatto è che la Lega a Varese continua a gridare "Roma ladrona", poi va a Roma e si siede comoda nei vari ministeri e non fa nulla per cambiare questo stato di cose. Lo stesso ministro Tremonti è appoggiato e voluto dalla Lega.
Strumentalizzati, discriminati, denigrati: i 50 mila frontalieri che lavorano in Ticino avrebbero tutte le ragioni del mondo per reagire ma non lo fanno. Perché?
Intanto non siamo organizzati come frontalieri. In secondo luogo ogni partito, anche di sinistra, si disinteressa di noi e dei nostri problemi. L'unica organizzazione che davvero si interessa dei frontalieri è il sindacato, in particolare Unia. E, terzo, per reagire bisogna anche essere motivati. Io e molti altri lo siamo. Però bisogna essere disposti a rischiare, a metterci la faccia, a correre il pericolo di perdere il posto di lavoro. E questo non tutti vogliono o possono farlo. Anche perché per chi vive in Italia un lavoro in Ticino è comunque ben retribuito.
Il Ticino vuole una riduzione del ristorno, dall'attuale 38,5 per cento dell'imposta alla fonte versata dai frontalieri ad una quota che si avvicina a quella del nuovo accordo fra Svizzera e Austria, che è del 12 per cento. Si prospetta dunque una forte contrazione delle entrate per i comuni italiani della fascia di confine.
È tutta da vedere. Si può immaginare che le percentuali fissate nel 1974 siano leggermente ritoccate. Ma di più non credo che ci sia spazio. Anche perché in quanto a servizi noi frontalieri non costiamo nulla al Ticino: tutti i servizi a cui facciamo capo noi e le nostre famiglie ci vengono forniti dai nostri comuni di domicilio. Quanto all'Austria, lì l'imposizione dei frontalieri è diversa: una parte in Austria, una parte in Svizzera. Noi invece siamo interamente tassati alla fonte in Svizzera. Noi non siamo contrari a pagare le tasse. Vogliamo però che tutti si attengano agli accordi presi. E fino a prova del contrario l'accordo del 1974 è ancora in vigore.
Visto che si va verso una revisione dell'accordo del 1974 fra Italia e Svizzera sui frontalieri, cosa dovrebbe cambiare dal punto di vista dei frontalieri?
Per incominciare i frontalieri dovrebbero poter scegliere a quale disoccupazione appartenere: noi oggi paghiamo i contributi all'Assicurazione disoccupazione in Svizzera, ma di fatto non ne possiamo beneficiare. Inoltre vorremmo poter riunire in una sola pensione contributi e rendite di chi in una carriera lavorativa è stato salariato in parte in Italia e in parte in Svizzera. Poi si potrebbe immaginare qualche tutela migliore contro i licenziamenti: noi oggi per il Ticino siamo la prima valvola di sfogo congiunturale. Purtroppo però quando si tratta di definire il nostro statuto al tavolo delle trattative i frontalieri non sono mai invitati.

Pubblicato il 

08.07.11

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato