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I frontalieri utili per fare voti

di

Veronica Galster
La presenza di lavoratori frontalieri a Ginevra sembra essere diventata insostenibile per i residenti ginevrini, al punto che l'ultima vittoria elettorale è andata al partito anti-frontaliero per antonomasia: l'Mcg. Ma quanto questi frontalieri costituiscono davvero una minaccia per la popolazione ginevrina?

Ginevra è, storicamente, un Cantone con un'alta percentuale di stranieri e una presenza importante di frontalieri. Questo anche perché ha sempre beneficiato di contingenti più elevati di manodopera estera, un'eccezione che ha sempre chiesto alla Confederazione per via della sua "particolare situazione" economica e di frontiera. Anche a Ginevra, internazionale per tradizione, la destra populista è però riuscita a creare un sentimento d'insicurezza legato alla presenza di stranieri sul territorio, come hanno dimostrato le recenti elezioni del Gran Consiglio.
Sotto accusa principalmente gli accordi bilaterali con la libera circolazione delle persone, ritenuti responsabili del degrado della qualità di vita nel Cantone di frontiera: aumento della criminalità, della disoccupazione e fragilizzazione delle prestazioni sociali. Vero è che dopo l'entrata in vigore degli accordi bilaterali, e quindi della libera circolazione delle persone, il numero di permessi per frontalieri è considerevolmente aumentato, passando da circa 35 mila a più di 62 mila (di cui però solamente poco più di 50 mila attivi professionalmente). E di questi, circa 20 mila sono cittadini svizzeri che hanno deciso, per ragioni economiche e di mancanza di alloggi, di andare a vivere oltre confine, pur mantenendo il lavoro in patria.
I frontalieri, oltre ad essere vissuti come potenziali "ladri di lavoro", possono anche diventare la causa di un abbassamento dei salari (dumping salariale). E sono proprio questi i due cavalli di battaglia utilizzati con successo dal Mouvement citoyen genevois (Mcg) durante la recente campagna elettorale. L'Mcg si è infatti proclamato difensore dei residenti ginevrini (svizzeri e stranieri) contro la minaccia frontaliera, principalmente per combattere la disoccupazione e l'abbassamento dei salari, oltre che la criminalità.
Il risultato elettorale dell'11 ottobre dimostra come nella popolazione sia forte la percezione di essere minacciati dai frontalieri che ogni mattina arrivano in massa dalla vicina Francia. Quanto è reale questa minaccia? «Innanzitutto bisogna relativizzare quello che è stato detto durante la campagna elettorale», spiega Alessandro Pelizzari, segretario regionale di Unia  Ginevra. «Fenomeni di sostituzione con manodopera frontaliera ci sono stati, ma non su larga scala. Questo è successo soprattutto nel settore alberghiero e della ristorazione, dove alcuni lavoratori, principalmente portoghesi e spagnoli, sono stati rimpiazzati da personale francese più qualificato». Anche per quanto riguarda il dumping salariale, la situazione sembra essere meno preoccupante di quanto dichiarato nella campagna anti-frontalieri. «Una pressione sui salari c'è, non si può negare – prosegue Pelizzari – ma anche qui, non si tratta di un fenomeno generalizzato o su larga scala. Questo è un fenomeno che tocca principalmente quei settori dove esistono delle convenzioni collettive con una differenza piuttosto importante tra i salari reali e i salari minimi. Ad esempio, nell'industria c'è stata un'ondata di nuove assunzioni di frontalieri al salario minimo, che è più basso del salario reale».
Secondo uno studio dell'Alta scuola di gestione di Ginevra (Heg), l'aumento dei frontalieri nel Cantone non sembrerebbe tuttavia aver esercitato sui salari una pressione verso il basso. Anzi, dopo l'entrata in vigore degli accordi bilaterali, il salario nominale mediano sarebbe addirittura aumentato dell'11 per cento. È però aumentato anche il divario tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, ma più per un aumento dei primi che per una diminuzione dei secondi.
Nei Cantoni di frontiera, soprattutto dopo l'entrata in vigore della libera circolazione delle persone, il lavoro dei sindacati è più intenso che altrove, per evitare situazioni di abuso da parte dei datori di lavoro. A Ginevra, infatti, il 60 per cento dei lavoratori sottostà a convenzioni di tipo collettivo che determinano un salario minimo. «Questo ci permette di fare un lavoro di controllo attraverso le commissioni paritetiche» spiega Pelizzari, che prosegue: «abbiamo anche una serie di commissioni tripartite, tra le quali una delle prime ad essere state create in Svizzera, che funzionano piuttosto bene».
Secondo Pelizzari, il problema per i sindacati a Ginevra è legato alle priorità dello Stato. «Le autorità cantonali mettono l'accento sulla lotta al lavoro nero, ma questo pone una serie di problemi al sindacato. Noi vorremmo assolutamente evitare che il controllo del mercato del lavoro diventi un controllo di tipo poliziesco e che gli ispettori del lavoro debbano passare il loro tempo a cacciare i sans-papiers», spiega il segretario di Unia, che conclude: «la priorità andrebbe invece data alla lotta contro quei datori di lavoro che sistematicamente utilizzano la manodopera straniera per fare del dumping salariale».

Pubblicato

Venerdì 23 Ottobre 2009

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