Lo studio dell'Istituto ricerche economiche (Ire) pubblicato una decina di giorni fa sul rapporto fra lavoratori frontalieri e disoccupazione in Ticino (cfr. pag. 8) è rilevante almeno per due ragioni. Dapprima perché smentisce la tesi della sostituzione sistematica della manodopera residente in Ticino da parte di lavoratrici e lavoratori provenienti dalla vicina Italia, tesi tanto cara alla destra cantonale (Lega dei ticinesi e Udc) che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia per le imminenti elezioni. La seconda ragione è che lo studio dell'Ire evidenzia un forte bisogno in Ticino di manodopera qualificata per il settore terziario, bisogno che il Ticino non è assolutamente in grado di soddisfare. Da qui il consistente aumento del numero di frontalieri registrato negli ultimi 13 anni.
Il primo punto è stato ampiamente commentato negli scorsi giorni. Del secondo tema invece, l'importazione in Ticino di manodopera qualificata per il settore terziario allo scopo di soddisfare una domanda cui il mercato interno non è in grado di fare fronte, poco si è detto. Del resto esso è pure assente dalla campagna elettorale. Ed è un'assenza grave. Perché ne va del sistema formativo ticinese, delle scelte professionali dei giovani che vivono in Ticino e, in definitiva, della capacità di questo cantone di produrre il personale specializzato e i quadri di cui avrà bisogno nei prossimi decenni per far funzionare il suo settore dei servizi.
Chi se la prende con i frontalieri per il loro costante aumento sbaglia dunque bersaglio. L'economia ticinese, nella scia di quella svizzera, sta infatti attraversando un cambiamento strutturale avviatosi una ventina di anni fa. E se per reggere questo cambiamento strutturale c'è bisogno di importare anche un numero rilevante di lavoratori specializzati e di quadri, tutto lascia intendere che il sistema formativo ticinese non ha ancora saputo darvi una risposta adeguata.
Del resto i dati evidenziati dall'Ire non lasciano adito a dubbi: nel 2009 il 32 per cento della popolazione attiva in Ticino aveva un titolo di studio superiore, ma solo il 23 per cento della popolazione residente disponeva di un tale titolo, contro il 27 per cento della media nazionale. Questo significa che un terzo della sua forza lavoro con una formazione superiore il Ticino la deve importare. E vista l'ampiezza del bacino lombardo e piemontese da un lato, la precarietà soprattutto per i neodiplomati che si riscontra sul mercato italiano dall'altra, è logico che una fetta importante di questo fabbisogno di manodopera qualificata sia coperto da frontalieri. Che non portano via il posto a nessuno. Ma che permettono all'economia ticinese di girare al ritmo di quella svizzera.
Ecco un tema importante che però difficilmente sentiremo in campagna elettorale. Perché è impossibile da ridurre a slogan.

Pubblicato il 

18.03.11..

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