Parigi, 21 novembre 2001 Caro Fabio, sono per qualche giorno a Parigi insieme ad altri scrittori svizzeri, nel tentativo di svelare con la letteratura il volto complesso di un paese spesso ridotto a clichés (in una galleria del métro ne ho appena visto uno ben inventato, «Neige recyclée = or blanc», scarabocchiato su un manifesto turistico che propaganda, con un luminoso paesaggio invernale, «la vraie richesse de la Suisse»). Sono dunque qui dalle parti di Montparnasse, assediato dai fantasmi degli artisti e degli scrittori che amiamo, quando mi giunge l’eco della bagarre luganese: il sindaco che, durante una seduta del consiglio comunale, fa a pezzi la tua intervista apparsa su un giornale locale. Un gesto da vaudeville, buono per una filodrammatica di paese. O, se vuoi, una scena di genere, che potrebbe essere rappresentata con efficacia da un pittore come Daumier: hai in mente le sue opere al Musée d’Orsay? La mia prima reazione è stata di sdegno. Ma la lontananza insegna a vedere le cose in prospettiva e allora penso che quel notabile abbia fatto bene a stracciarti: così squarcia l’indifferenza che circonda i poeti e ti fa vivere per un istante. Ti fa vivere per assenza. Se ricordo bene, in quell’intervista, al di là della vexata quaestio del San Carlino galleggiante, tu ponevi il problema della cultura nel nostro paese. E quel gesto illustra in quale considerazione siamo tenuti dal potere politico. Una volta non era così. Fino agli anni Quaranta c’era anche da noi la figura dell’intellettuale di corte. Francesco Chiesa, per esempio, che veniva consultato per le cose importanti. E quando si trattò di invitare in Ticino per una conferenza l’antifascista Gaetano Salvemini, disse di no. Disse di sì, invece, all’invito di Mussolini a Roma. È solo un esempio. Poi, però, le cose sono cambiate. Tutti e due abbiamo conosciuto Gil e le sue invettive contro il provincialismo, abbiamo apprezzato la verve civile di Plinio Martini, di Piero Bianconi e dei due Orelli: ricordi i «cervelli asfaltati» di Giubiasco? Potrei continuare con l’elenco, ma mi limito a ricordare un episodio emblematico del contrasto tra establishment e scrittori: Sandro Beretta rifiutato dalla Radio perché iscritto al Partito del Lavoro. Basta. I fantasmi parigini continuano il loro assedio ed io non so far altro che parlare di beghe cantonticinesi: ma è così, quando si è radicati come sono io (e un po’ anche tu). Si finisce sempre per parlare della propria zolla. Lasciamo stare dunque, ancora per un momento, i fantasmi e torniamo alla tua intervista disintegrata, nella quale mettevi in discussione un certo tipo di politica municipale che fa leva sulla cultura in funzione turistica e ignora la nuova linfa, la discussione pubblica, le inquietudini e le domande dei giovani. Se mi ricordo bene, era questo il succo delle tue parole. E allora aggiungo qualche goccia a questo succo citando Bruno Schulz con una frase che mi sembra tu possa condividere. Lo faccio nell’inutile tentativo di combattere l’indifferenza che ufficialmente circonda la poesia e l’arte nel nostro cantone (mi sembra che neanche il giornale che ha pubblicato la tua intervista ti conosca bene, se ti chiama Fabrizio...) Ecco. Lascio la parola al misconosciuto scrittore ebreo galiziano, autore di «Le botteghe color cannella», che ha vissuto tutta la vita in un villaggio pieno di fango ed è stato ucciso dalla Gestapo nel novembre del 1942: «Se l’arte avesse solo la funzione di confermare ciò che è già stato stabilito, sarebbe inutile. Il suo ruolo è quello di una sonda affondata in ciò che non ha nome. L’artista è l’apparecchio che registra i processi in atto nelle profondità, là dove si crea il valore». Un caro saluto Alberto Nessi

Pubblicato il 

23.11.01

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