Non è sempre vero che l’anno inizia a gennaio e finisce a dicembre. Per tante persone l’anno comincia a settembre e finisce a giugno. Sono coloro che vivono a scuola, allievi e docenti, e coloro che vivono in funzione degli abitanti delle scuole, le madri degli allievi (solitamente) e i famigliari stretti dei docenti. Nella sostanza c’è poca differenza tra la categoria di persone per le quali l’anno inizia a gennaio e quella di coloro per i quali inizia a settembre. Vivono allo stesso modo e, salvo la controversa valutazione dei due mesi di differenza – l’anno dei primi è di dodici mesi e quello dei secondi di dieci – la convivenza è solitamente civile e ragionevole. A giugno finisce dunque l’anno degli abitanti delle scuole e un fatto è certo: l’anno non finisce come a dicembre. La differenza, enorme, sta nei riti conclusivi. A dicembre, si arriva a fine anno «en douce». Se non è sabato o giorno festivo, si finisce il lavoro magari un po’ prima e ci si prepara per il dopo che, salvo eccezioni, è un momento festivo con giochi e cotillons. A giugno il rito di fine anno non è gioioso. Chi abita la scuola ha davanti a sé il tempo dei tormenti delle note e degli esami. Il rito di giugno è una conta – si contano le vittime – e un censimento – si definiscono le categorie scolastiche secondo il censo a dipendenza delle prestazioni date. Al basso censo corrispondono i «bocciati»: una minoranza, come i curdi e i palestinesi e quindi un numero trascurabile fortunatamente meno ampio di chi è promosso e sopravvive. E questo risultato dà tranquillità al mondo. Ma le vittime ci sono e mi pare giusto spendere qualche parola con Peter Bichsel che, maestro in origine, conosce l’ambiente. Proprio in «Cose da maestri» riferendosi a quando imparava le lingue straniere (lui di lingua madre svizzero-tedesca di fronte al francese) scrive: «Sono una vittima – una vittima delle lezioni di francese. Non si tratta solo del fatto che la scuola non sia riuscita a insegnare questa lingua a uno poco dotato come me – in primo luogo questo danno sarebbe rimediabile, ed in secondo luogo mi è accaduta la stessa cosa in altre materie – ma in questo caso la scuola ha combinato un guaio molto peggiore: mi ha precluso per sempre questa lingua. Io non ho più il coraggio di permettermi degli errori di francese. Vivo la mia ignoranza come una forma di invalidità. La scuola mi ha reso storpio. Lo ripeto: non si tratta del fatto che non mi abbia insegnato la lingua, quanto piuttosto che abbia distrutto una volta per tutte la mia capacità di impararla. D’accordo, lo ammetto, sarebbero pensabili delle circostanze che potrebbero risanare la situazione – che so? Un grande amore per la più bella donna di Francia. Ma dove andremmo a finire se una scuola disamorata dovesse far conto su successivi grandi amori o magari addirittura su storie immorali?». Siamo nel mese di giugno. Leggendo Bichsel si può sorridere. La questione è però seria, molto seria.

Pubblicato il 

14.06.02

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