Negli ultimi decenni i diritti della persona (di tutte le persone) garantiti da leggi o convenzioni o proclamati da costituzioni e dichiarazioni sono divenuti numerosissimi.
Le "democrazie" dell'antichità garantivano i diritti solo a una parte minoritaria della popolazione maschile, quella, in genere, che portava le armi e faceva la guerra. Le donne erano spesso escluse, gli schiavi sempre.
Nel Medioevo, malgrado la diffusione del Cristianesimo, credo vi sia stato un solo caso significativo di proclamazione di diritti garantiti a tutti i cittadini: quello della "Magna Charta libertatum" del 1215 con la quale, tra l'altro, veniva stabilito il principio che in Inghilterra ogni persona arrestata doveva comparire davanti a un giudice. Prima della Rivoluzione francese e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 sempre in Inghilterra vi furono ancora importanti proclamazioni di diritti come l'Habeas corpus del 1679 e il Bill of Rights del 1679, ma anche episodi minori altrove come l'abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana nel 1786 perché ritenuta "conveniente solo ai popoli barbari". La Francia della prima Repubblica fu prima anche nell'abolire la schiavitù nelle proprie colonie, un fatto che fece più scandalo della abolizione dei  privilegi della nobiltà. La stessa Costituzione americana del 1787 si rivolgeva solo agli uomini liberi (e non agli schiavi). Per inserire nella Costituzione il 13esimo emendamento che aboliva la schiavitù si dovette aspettare il 1865 dopo una guerra civile che fece 600mila morti.
Dopo la Rivoluzione Francese e dopo la Restaurazione l'umanità ha conosciuto dapprima il diffondersi delle libertà definite "negative" perché limitavano le possibilità di intervento dello Stato nei confronti delle libere scelte del cittadino garantendo in questo modo, appunto, la sua libertà, poi i diritti politici, economici e sociali che avevano come obbiettivo l'uguaglianza, poi le richieste sopranazionali relative alla autonomia, allo sviluppo, alla difesa dell'ambiente che possono essere riassunte con il termine di fratellanza, infine i diritti legati alla fisicità delle persone, alle scelte di vita, alle differenze tra individuo e individuo.
La funzione dei diritti appare squisitamente politica: il loro compito, in definitiva mi sembra essere quello di aumentare la libertà dei più deboli diminuendo di conseguenza il margine di libertà dei più forti che diventa tanto più grande quanto più diffuse sono le situazioni di schiavitù. In questo senso non esistono "diritti naturali" come dimostra la storia dell'umanità che ha conosciuto (e spesso conosce ancora) la schiavitù, la tortura, la pena di morte, la violenza, la guerra giustificate a loro volta perché "naturali". La Chiesa cattolica stessa, ad esempio, che oggi basa la sua resistenza contro la modernizzazione sul principio del diritto naturale, nel passato non si è mai battuta contro la schiavitù, ha usato la tortura e ha applicato la pena di morte nello Stato pontificio quando disponeva del potere temporale.  Alla base dei diritti non sembrano quindi esserci né argomenti "irresistibili", né "verità evidenti", ma unicamente il fatto che, in un determinato momento storico diventano in un certo senso necessari ("vengono acconsentiti" scriveva Norberto Bobbio). Diventano necessari in un determinato contesto economico e in un determinato contesto culturale come è stato ad esempio il caso dei diritti sociali nelle "trente glorieuses" ('45-'75) quando molte Nazioni in Europa erano riconoscenti per i sacrifici fatti dalle rispettive popolazioni nella lotta contro il nazifascismo (anche in Svizzera l'Avs passò solo nel 1948!) e quando le nuove tecniche di produzione chiedevano di moltiplicare il consumo. Ne consegue che i diritti sono dei valori fragili, continuamente minacciati in funzione, appunto, del mutare del contesto economico e culturale. Come capita in molti angoli del mondo e come è capitato recentemente con il "Patriot Act" del 2001, successivo all'attentato alle torri gemelle, che, con la giustificazione della lotta al terrorismo, ha negato il principio dell'Habeas corpus introdotto per la prima volta con la "Magna Charta libertatum" del 1215.

Pubblicato il 

14.12.07

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