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L'editoriale

I dimenticati in fase uno

di

Claudio Carrer

È una partita ad alto rischio quella che ci stiamo giocando e che dall’11 maggio con la ripresa delle scuole e di molte attività economiche (segnatamente di bar, ristoranti e negozi) entra in una fase ancora più delicata e incerta. Medici, virologi ed epidemiologi suggerivano maggiore prudenza e gradualità in modo da poter meglio controllare l’evoluzione dei contagi da coronavirus e dunque contenere il più possibile il numero di infettati, di malati e di morti.

 

Il Consiglio federale ha invece inserito il turbo seguendo i diktat degli ambienti economici e delle più potenti organizzazioni padronali. Nel disegnare il percorso del ritorno a una (nuova) normalità ci si sta invece dimenticando, a livello politico come nella società civile, di alcune categorie di cittadini. Cittadini i cui interessi sono scarsamente considerati o per i quali la “fase 2” e il ripristino dei diritti di libertà continuano a essere un miraggio.


Sono innanzitutto quelle lavoratrici e quei lavoratori per cui la ripresa comporta un elevato rischio di contrarre la malattia, perché, al di là delle parole, nell’esercizio della loro professione le norme d’igiene e di distanziamento fisico sono oggettivamente inattuabili. Ma gli interessi economici vengono prima e di questa evidenza si fa finta di nulla. Nella speranza che “tutto vada bene”. Vi sono poi quelli che dopo 50 giorni di lockdown si ritrovano in braghe di tela, perché di fatto esclusi dalle misure di aiuto o al massimo, ai limiti dell’offesa, beneficiari di pochi franchi di elemosina di Stato quale risarcimento per l’arresto dell’attività (si pensi agli indipendenti, soprattutto ai più piccoli). Una condizione che mette fortemente a rischio la loro sopravvivenza, sia come soggetti economici sia come individui. Ma anche su questo fronte tutto tace.


Tra i dimenticati di questa fase pandemica vanno annoverate anche tutte le persone anziane a cui le autorità sanno solo dire di stare sole e in casa, così come i ricoverati negli ospedali e negli istituti di cura a cui le autorità sanno solo dire che non possono ricevere le visite dei loro cari. Certo, queste sono raccomandazioni e direttive che mirano alla tutela della loro salute, ma la sensazione è che si stia facendo troppo poco per restituire anche a questa popolazione un po’ di normalità, un minimo di vita sociale e di relazioni affettive. Possibile che, con le tutte le precauzioni e le limitazioni del caso, non si possano trovare modi per consentire a un ottantenne di andare in osteria a bersi un bicchiere di vino o a giocare alle carte in sicurezza (per esempio in determinate fasce orarie dedicate, come si fa in Spagna) o per ripristinare, almeno parzialmente, il diritto di visita negli ospedali?


Infine, ma non certo da ultimo, è il diritto di manifestazione e di espressione che va riaffermato, perché sono un bruttissimo segno gli interventi polizieschi del 1° maggio a Berna, Zurigo e Losanna contro persone che singolarmente o in piccoli gruppi organizzavano azioni politiche nel pieno rispetto delle distanze e delle prescrizioni di sicurezza.

Pubblicato

Giovedì 7 Maggio 2020

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