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I danni dei tifoni massmediatici

di

Claudio Origoni

A giudicare dall’etichetta della rubrica, sembrerebbe che mi occupi di trasporti. In realtà no: mi occupo d’altro.
In realtà mi piace guardare la gente. Come vive, come parla, come si muove. Ciò che compera, ciò che mangia e quel che pensa. C’è chi lo fa ad alta voce, dal cellulare. Ma non è che la cosa mi piaccia. Anzi: mi scoccia non poco.


Un tempo mi piaceva ragionare di politica e fare politica. Oggi un po’ meno, intesa la politica come bussola a indicare il nord: per sapere, per esempio, che cosa mettere in atto per assicurare una maggior uguaglianza, per combattere la sperequazione economica, per realizzare una società più giusta e più vivibile.
Ho perso un po’ la pazienza. Devo ammetterlo.


Scopro urgenze sempre meno condivise (e fors’anche meno condivisibili).
Siamo tutti vittime di una forte instabilità emotiva; o sarà soltanto un fatto anagrafico personale?
Viviamo nella società dei consumi convinti che è l’unico modello economico che funziona. Il problema è che tutto è consumabile: il concreto, l’astratto e l’evocabile. E cioè la notizia. In realtà siamo disinformati per eccesso di informazione. Succede qualcosa di terribile e via con le maratone televisive. Si vede che l’efferatezza rende più dell’hamburger. (D’altronde, se non ci fosse, che ne sarebbe di “Porta a porta”?)
La mercificazione è totale. Rumorosa e frastornante. Cioè studiata. Più siamo frastornati e più ne usciamo suonati e – ovviamente – più suonati siamo, meno lucidi ci ritroviamo: vittime (e un po’ più complici) del consumo compulsivo.


Ora, chi rapisce la gente viene punito. E chi rapisce le masse?
Naturalmente tutto questo non è nuovo. Ciò che è nuovo – mi pare – è il susseguirsi e il durare degli eventi: un carico inarrestabile di emozioni a cui è difficile sottrarsi. Che fare?
Smettila di seguire telegiornali e speciali. Spegni definitivamente il televisore, mi dice l’amico. Anzi, prìvatene.
Forse il suggerimento non è sbagliato, ma lo trovo semplicistico. E poi, privandoti del televisore, e cioè di telegiornali e maratone, al massimo risolvi la metà del problema: e cioè hai eliminato le immagini, ma la parola rimane, e di parole vive l’informazione.


Insomma, per chi conserva un minimo di lucidità, il carico di tensioni di cui veniamo giornalmente gravati diventa insopportabile. Insostenibile. E lo scarico produce cinismo. Indifferenza. Cedimento all’istinto. Ciò che ci avvicina ogni giorno di più allo stato di natura (dimenticando che, come dice il filosofo, non è possibile tornare nelle caverne! Siamo in troppi).


Di fronte al ripetersi dei tifoni mass­mediatici, io personalmente ho fame di valori. Spendibili e laici.
Che facciamo? Il morale è basso (l’immorale pure, ma questo è un altro discorso). Diceva Flaiano che per vivere bene non bisogna essere eccessivamente contemporanei. Mah!

Pubblicato

Giovedì 12 Febbraio 2015

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