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Ticino

I danni creati dalle società bucalettere

di

Francesco Bonsaver

C’è il dumping salariale “certificato” perché ci sono gli strumenti per riconoscerlo e sanzionarlo. Esiste poi la versione più bieca e squallida, quella del caporalato. E infine esiste il dumping salariale dai colletti bianchi ticinesi. È organizzato da persone che sanno muoversi sul filo della legalità perché l’hanno studiata, diventando avvocati o fiduciari.

Lo avevamo documentato lo scorso numero, con le società delle Isole Vergini aventi un’unica succursale mondiale a Balerna (area n.14, “Storie d'imprese virtuali”). Di casi simili da raccontare ce ne sarebbero diversi. L’ultima segnalazione riguarda ad esempio una società di Cipro con l’unica succursale planetaria a Chiasso.

 

Negli ultimi tempi è tutto un fiorire in terra ticinese di aziende di questo genere. Artefici sono persone locali, come detto con formazione di avvocato o fiduciario. Un fenomeno dunque che non può essere liquidarlo incolpando i soliti cattivi di oltre confine. Più che fenomeno sarebbe corretto parlare di piaga, poiché le conseguenze negative per il territorio sono duplici. Da un lato, queste aziende versano stipendi inaccettabili per chi risiede in Ticino (nei casi citati sono sotto i 2.000 franchi). In secondo luogo, le ripercussioni sono fiscali, ossia di mancati introiti per il cantone.


Nell’ultimo numero avevamo scritto di succursali in Ticino le cui case madri risultano essere società canadesi, mentre i proprietari risultano due società delle Isole Vergini britanniche. Area ha chiesto all’avvocato Paolo Bernasconi, profondo conoscitore del diritto societario e tributario, perché si costruiscono tali strutture societarie. La risposta è semplice quanto lapidaria: «A nascondere l’identità dei proprietari. I motivi possono essere diversi, per esempio difendersi da una campagna stampa negativa che metta in risalto comportamenti ritenuti non corretti dall’azienda. Generalmente però è un modo per mettersi al sicuro da eventuali grane». Le grane a cui si riferisce l’avvocato Bernasconi sono i potenziali debitori decisi a incassare il dovuto. Se la ditta dovesse fallire lasciando dietro di sé diversi salari arretrati, fornitori non pagati o affitti non saldati, recuperare questi soldi diventa un’impresa ardua. In alcuni casi, una missione impossibile. Per quel concerne i salari o oneri sociali arretrati dei dipendenti, l’imprenditore privato li scarica sulla collettività attraverso lo strumento dell’insolvenza della cassa disoccupazione. È successo esattamente così per una delle società citate nel precedente articolo. Mentre per fatture o affitti non pagati se li assumono chi ha fornito quei servizi all’azienda fallita. Nel caso di strutture societarie di questo tipo, al termine della procedura di fallimento non rimane mai nulla da spartire tra i creditori.


«Come fa il piccolo artigiano a rivalersi? – spiega l’avvocato Bernasconi –. Intenta una causa a Cipro o alle Isole Vergini? Troppo complicato e troppo oneroso, tanto più con un’altissima probabilità di non ottenere niente. E quindi non fa nulla e si tiene il debito».


Oltre ai debiti salariali scaricati sulla collettività e quelli sui singoli, le conseguenze per il Ticino possono essere anche fiscali. Le succursali dovrebbero essere tassate sull’utile creato in Ticino. In alcuni casi, in maniera legittima dimostrano che una parte di utile è realizzato soprattutto dall’attività della casa madre. Ciò si traduce in una riduzione delle imposte versate in Ticino. Quando però siamo in presenza di ditte la cui casa madre è una società canadese di servizio prestanome, diventa difficile attribuire il merito dell’utile alla sede principale. «Una simile struttura societaria potrebbe far presupporre un’elusione d’imposte – spiega Samuele Vorpe, del Centro competenze tributarie della Supsi –. «Un’elusione che resta però tutta da dimostrare. Anche se, nel caso di società alle Isole Vergini, il dubbio di essere di fronte a qualche cosa di anomalo è forte».Non conoscendo l’identità del proprietario, diventa difficile individuare a chi chiedere conto, sia dei debiti sia delle imposte.


Un nominativo locale a cui chiedere conto ci sarebbe, l’amministratore unico della succursale ticinese. In molti casi sono dei fiduciari della piazza finanziaria ticinese che prestano il loro nome in veste di amministratori per schermare la vera identità dei proprietari. Ovviamente non si tratta di un servizio gratuito, anche perché corrono il rischio teorico di essere chiamati a rispondere di alcune anomalie. «Nel caso di fallimento, se l’autorità constata dei comportamenti di negligenza grave, può chiamarne a rispondere l’amministratore. Anche nel caso di strutture societarie fittizie atte a eludere le tasse, l’amministratore può incorrere in sanzioni» aggiunge Vorpe.
Su quante probabilità abbiano gli amministratori ticinesi di essere condannati per questi fatti, l’avvocato Bernasconi ha pochi dubbi: «Il fisco ticinese usa i guanti di velluto. Si può dire sia molto gentile. Se mi chiede se l’amministratore possa essere perseguibile penalmente, le rispondo di sì per il reato di complicità in frode fiscale. Se mi chiede se siano perseguiti, la risposta è no. A memoria non ricordo nessun condannato o perseguito in Ticino per questi fatti».


Roberto Baroni, vice-direttore della Divisione delle contribuzioni, trincerandosi dietro il segreto d’ufficio e il segreto fiscale, non conferma né smentisce il comportamento dell’autorità fiscale e non fornisce alcun dato statistico (che non violerebbe alcun segreto) su eventuali condanne di amministratori locali per questi specifici reati.
Concludendo, il generale abbassamento dei salari avviene con complicità locali specifiche, quelle dei colletti bianchi ticinesi, certi di avere ottime possibilità di farla franca.

 

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Mercoledì 9 Ottobre 2013

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Ticino
25.09.2013

di 

Francesco Bonsaver

Giovedì 26 settembre le autorità di Chiasso hanno incontrato le aziende italiane che hanno raccolto l’invito a trasferirsi nel territorio comunale. area racconta la significativa storia di due aziende attive nei servizi web arrivate nella zona di frontiera qualche anno prima dell’invito.

Qualche settimana fa, Chiasso ha promosso “Benvenuta impresa”, una campagna per attirare aziende italiane sul suo territorio. In pochi giorni l’invito ha registrato il tutto esaurito, con richieste di 900 imprenditori in rappresentanza di 530 aziende italiane. Il comune se ne aspettava centocinquanta. Per motivi di spazio, il Municipio ha confermato l'invito alla serata a 300 persone. «Vogliamo attrarre nuova imprenditoria, purché di qualità. Che garantisca cioè standard di innovazione e di stipendio oltre a nuovi posti di lavoro qualificato anche ai giovani svizzeri» ha spiegato in termini generici Moreno Colombo, sindaco di Chiasso, al quotidiano comasco La Provincia.

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