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I conti non Tornos

di

Fabio Lo Verso
Colpa della congiuntura o della dissennata politica espansionista dell’azienda? Diciotto mesi fa Tornos dava lavoro a oltre mille 200 persone. A fine anno il gruppo del Giura bernese conterà poco più di 600 dipendenti, come nel 1994. Il dimezzamento della ditta è avvenuto in tre fasi: 200 licenziamenti in ottobre 2001, 310 nel luglio 2002, 150 a novembre, di cui 20 sospesi fino ad aprile grazie alla pressione del sindacato Flmo. «Se entro la primavera 2003 la congiuntura migliora, questi venti licenziamenti saranno revocati», spiega Fabienne Blanc-Kühn, membro del comitato della Flmo. Per gli altri il sindacato non è riuscito ad ottenere nulla, nemmeno uno straccio di piano sociale. La Flmo ha fatto la sua parte, ma l’azienda bernese non dispone, purtroppo, di risorse finanziarie. Nei primi dieci mesi il gruppo ha registrato una perdita netta di circa 110 milioni, a fronte di un volume d’affari di 140 milioni. Peggio non si poteva fare. Le casse sono praticamente vuote. Cosa è dunque accaduto a Tornos? Gli analisti avanzano l’attenuante della crisi economica. Le commesse sono in calo in tutti i settori industriali e con esse investimenti e incentivi alla produzione. Nel ramo delle macchine utensili il ribasso è ancora più brusco. Quest’anno Tornos, analogamente all’Agie Charmilles (presente a Losone), prevede un calo del fatturato di oltre il 25 per cento (ma forse andrà molto peggio). In altre parole, rispetto all’anno precedente, non verrà effettuata una consegna su quattro. L’azienda di Moutier fabbrica torni automatici (con mono mandrino a fantina fissa e movimenti a due camme) per lavorazioni di piccole, medie e grandi serie di pezzi ad alta velocità. Le macchine di Tornos, destinate in primo luogo ai settori dell’orologeria e dell’automobile, permettono, in tempi normali, guadagni di produttività. In tempo di crisi, quando la produzione industriale viene ridimensionata, rallenta anche l’uso dei torni, dunque delle macchine utensili. L’industria svizzera, come se non bastasse, deve inoltre far fronte alla concorrenza delle aziende italiane, tedesche e giapponesi, in vantaggio rispetto alle imprese elvetiche grazie a un marketing più aggressivo. La situazione è difficile – Tornos rischia il deposito dei libri contabili in tribunale - ma non ancora disperata. Nei prossimi mesi dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) delinearsi un rilancio delle attività, prevedono gli analisti. La ditta si è però separata, agli inizi di ottobre, dal direttore Pierre-Claude Jaquier per «divergenze di vedute sulla gestione dell’impresa». Una decisione ben vista da analisti e sindacalisti. Il responsabile era stato scelto dal suo predecessore Anton Menth, che aveva dato le dimissioni, il 30 aprile scorso, dopo aver condotto l’azienda sull’orlo del baratro. I sindacati gli rimproverano una «gestione irresponsabile». L’ex direttore, in carica dal 1995, si era prefissato lo scopo di ingrandire la ditta. Il miracolo targato Menth è certo avvenuto. In sei anni il numero dei collaboratori è, infatti, raddoppiato così come il volume d’affari (da 150 a 400 milioni all’anno). Come? Vendendo a prezzi stracciati l’ultimo modello della ditta, il Deco 2000. «Prezzi inferiori al costo di produzione», svelano fonti anonime. Così, quando la crisi è arrivata, nel primo semestre 2001, il direttore è rimasto preso nella trappola che aveva lui stesso costruito. Le mire espansionistiche di Anton Menth si basavano sul volume delle vendite. Il calo delle commesse ha provocato un doppio effetto: diminuire i ricavi e far crollare gli utili. Se la direzione avesse applicato i prezzi di mercato (anche con un buono sconto) si ritroverebbe oggi con entrate superiori pur vendendo di meno. Il nuovo direttore, Raymond Stauffer, gode invece della stima dei sindacati. A questo punto serve, però, un piano industriale. Ormai Tornos non può più accantonarsi della fabbricazione di torni, deve anche imparare a “vendere servizi” e a ricevere in appalto la produzione di altre ditte. Oggi l’industria meccanica punta a delegare sempre più la realizzazione di parti e componenti a fornitori indipendenti, con i quali viene instaurato un rapporto di “partnership”. Questa strategia è già in buona parte adottata proprio dai concorrenti europei e mondiali delle aziende elvetiche, e operata dai maggiori settori produttivi, l’automobilistico e gli elettrodomestici. Per il gruppo bernese si tratta di abbandonare progressivamente il sistema della “monocultura” e avviare una diversificazione delle attività. Un cambiamento strategico che dovrebbe essere operato, secondo gli analisti, anche da altre ditte, non soltanto da Tornos. Gli storici ricordano che l’origine dell’industria meccanica va ricercata nelle “officine di riparazione” delle macchine tessili: era cioè un servizio prima di diventare un settore produttivo.

Pubblicato

Venerdì 6 Dicembre 2002

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