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I colori di Bischof

di

Gianfranco Helbling
Chi non ricorda il ragazzo che, cappello in testa, sacco in spalla e sandaletti ai piedi, suona il flauto camminando sull’impervia strada per Cuzco? È certamente questa, finita appesa in tantissime case di nostalgici dell’America Latina, ma anche in innumerevoli aule scolastiche o nelle sale d’attesa di non pochi dottori, l’immagine più famosa scattata dal fotografo svizzero Werner Bischof nel corso della sua appena decennale carriera. Proprio questa immagine, per altro notissima, è comprensibilmente assente (se si esclude una sua riproduzione su manifesto) dalla sorprendente mostra antologica che l’Helmhaus di Zurigo dedica a Bischof. Erano vent’anni, dall’ultima mostra al Kunsthaus, che non si proponeva più una retrospettiva completa del lavoro del fotografo zurighese, morto appena quarantenne pochi giorni dopo aver scattato quella foto in un incidente automobilistico sulle Ande peruviane, il 16 maggio 1954. Una mostra sorprendente, quella dell’Helmhaus. Per almeno tre ragioni. Innanzitutto per la singolare scelta delle fotografie, che evita appunto di proporre necessariamente le immagini più note per ricostruire piuttosto un percorso nella crescita umana e professionale di Bischof. Poi per le grosse dimensioni in cui sono proposte molte delle fotografie esposte, mirabilmente tirate su lastre di alluminio di un metro per due e che spiazzano già soltanto per la necessità di trovare una giusta distanza d’osservazione. Infine perché per l’occasione sono state rispolverate delle fotografie a colori raramente esposte in precedenza. Fotografie che, abbinate alla dimensione con cui sono mostrate e all’ambiente prevalentemente grigio dell’allestimento, spiazzano doppiamente, anche perché inattese ed estremamente moderne nel gusto estetico e nella ricerca formale che esprimono pur appartenendo agli esordi della fotografia a colori. Definire Bischof un pioniere del fotogiornalismo è certamente corretto, dato che entrò alla Magnum già nel 1949 e che in quel periodo pubblicava su tutte le più importanti riviste del mondo le immagini provenienti dai più diversi scenari di crisi, a cominciare dall’estremo oriente, dando corpi e volti alle sofferenze umane in un periodo in cui la televisione non lo poteva ancora fare. Eppure proprio nel ruolo di fotoreporter Bischof si sentiva assai a disagio. Lo si capisce in primo luogo dalla prospettiva da cui guarda i conflitti, sempre un po’ in disparte, con uno scarto rispetto all’evento che fa la notizia del giorno, una prospettiva ben diversa da quella che poteva avere un Robert Capa: una prospettiva però che sa cogliere in profondità le tensioni che di quei conflitti sono la causa e le sofferenze che da essi derivano, dunque non meno preziosa. In questo senso è esemplare l’immagine scelta dagli organizzatori della mostra all’Helmhaus per il manifesto, quella scattata nel 1951 ad Hiroshima di un ragazzino in impaziente attesa dell’imperatore che sta per visitare la sua città devastata dalla bomba atomica. Ma il disagio di Bischof nel vestire i panni del fotoreporter lo si legge anche nello straordinario impatto che ancora oggi hanno sullo spettatore i suoi reportage forse più belli probabilmente perché i più liberi e maturi, quelli che realizzò in America del Nord fra il ’53 e il ’54 per pagarsi poi il viaggio in America Latina che gli sarà fatale. Bischof negli anni ’30 seguì i corsi di fotografia della Kunstgewerbeschule di Zurigo perché in quelli di belle arti, ai quali avrebbe voluto iscriversi (non senza qualche ragione, come dimostrano alcuni disegni nella mostra dell’Helmhaus) non c’era più posto. E frequentò i fondamentali corsi di Hans Finsler, gli stessi che più tardi avrebbe seguito anche René Burri: non a caso le loro opere dei rispettivi anni di formazione presentano significative somiglianze. La formazione di Bischof si concluse di fatto nel ’45, quando professionalmente gli fu finalmente possibile lasciare lo studio di posa per entrare nel mondo. La riapertura delle frontiere rappresentò per lui un richiamo irresistibile. Il primo viaggio in bicicletta lo portò a visitare le distruzioni della guerra nella Germania meridionale. Ne fu sconvolto. Da allora per quattro anni girò l’Europa a fotografare la ricostruzione, a capire come popoli diversi elaboravano uno stesso lutto e cercavano con le poche forze rimaste di tornare a nuova vita. Spesso viaggiava per conto di un’organizzazione umanitaria svizzera impegnata in vasti progetti di ricostruzione, ma cominciò anche a pubblicare le sue fotografie su riviste sempre più prestigiose: Du, Observer, Life, Illustrated, Epoca e così via. Le immagini di quel periodo, che spesso documentano come la vita riprendesse possesso dei luoghi di devastazione materiale non meno che morale, sono caratterizzate da forti contrasti e da luci di taglio in composizioni la cui drammaticità appare estremamente naturale. Fra il ’51 e il ’52 Bischof percorse in lungo e in largo l’Asia: dapprima visitò l’India devastata dalla carestia e con alle porte l’imminente cozzare della modernità contro le tradizioni più radicate. Formalmente queste immagini non si distanziano molto da quelle del periodo precedente, anche se si manifesta un forte interesse etnografico che troverà compiuta espressione in America Latina. Poi fu la volta del Giappone, paese nel quale Bischof andò avantutto in cerca degli aspetti più autentici di una cultura di cui rimase affascinato. Ma era in realtà la ricerca di un’armonia nell’imperturbabile fluire di una cultura e di una tradizione millenarie che lo attirava: un’armonia necessaria per il Giappone dopo lo choc della bomba atomica, ma non meno utile allo stesso Bischof dopo la scoperta delle immani devastazioni e sofferenze degli anni precedenti. Vennero in seguito la Corea, con la guerra fotografata di scarto, dal punto di vista degli sconfitti, e l’Indocina, in cui Bischof colse le conseguenze gli eventi bellici soprattutto negli occhi dei bambini e dei ragazzi. In mezzo ci fu Hong Kong, con le sue ormai già laceranti contraddizioni che fecero da preludio all’ultimo periodo, quello americano. Sono dunque le foto scattate in America quelle che più colpiscono per la lucidità dello sguardo: dal nord al sud, da New York al Perù, anche qui sia per documentare le espressioni più tipiche e profonde di culture diverse, sia per cogliere le tracce di radicali trasformazioni di cui fra il ’53 e il ’54 ancora si coglievano soltanto le opportunità, ma dei cui aspetti problematici le fotografie di Bischof appaiono oggi come lucidissimi testimoni. Gli Stati Uniti colti dall’obiettivo del fotografo zurighese sono effettivamente il paese delle infinite possibilità, e Bischof ne rende perfettamente il fascino e il limite. Esemplare la sconvolgente immagine dell’addetto alla manutenzione del Golden Gate di San Francisco che, alla fine del lavoro, è completamente arancione fino all’ultimo centimetro di pelle come il ponte che ha appena verniciato. Ma in bilico sulla stessa linea, fra fascino e rifiuto, ci sono anche le automobili colorate che si fanno largo nel grigio delle città, il manager cupo ritratto sullo sfondo di una New York che appare così lontana, il mutilato che chiede l’elemosina ad un angolo di strada a Chicago. Eppoi le geometrie della modernità disegnate dalle nuove costruzioni, dalle strade ai grattacieli agli svincoli, geometrie che nelle foto a colori sono esaltate al massimo delle loro potenzialità. Infine l’America Latina: dal Messico (dove incontrò Frida Kahlo) a Panama, fino al Perù, per cercare nuovamente quella serenità che soltanto il confronto con culture millenarie potevano offrirgli. La mostra sul fotografo Werner Bischof è aperta all’Helmhaus di Zurigo (Limmatquai 31) fino al 17 aprile (dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18, giovedì fino alle 20, chiuso il lunedì). L’ingresso è libero. È pure uscito un bel volume (“WernerBischofBilder”, Benteli Verlag, Berna) di 464 pagine che raccoglie oltre 350 fotografie riprodotte in grande formato: si tratta della raccolta più completa dell’opera di Bischof mai pubblicata finora.

Pubblicato

Venerdì 7 Aprile 2006

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