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La mano invisibile

I capitalisti si possono nascondere, i salariati pagano sempre

di

Silvano Toppi

L’economia è per i poveri, i ricchi possono farne a meno, aveva già capito l’aforista Nestell Bovee più di un secolo fa. I ricchi l’economia se l’aggiustano, potremmo aggiungere.


Nei pensatoi delle organizzazioni economiche si vuol dimostrare che l’affermazione secondo la quale i capitalisti (i detentori del capitale) sarebbero stati fiscalmente risparmiati in Svizzera non è sostenibile. Vale la contraffermazione: sono stati  “stangati”! Lì per lì sa di fantozziano (“ma allora ci hanno preso per il culo!”): per quanto la sinistra ha continuato a protestare, per quanto i “capitalisti”, nonostante abbiano accumulato all’inverosimile (e più ancora in crisi pandemica), avrebbero guadagnato di più se il fisco non li avesse de...capitati.


Con un grafico si dimostra così che dal 1995 il tasso di imposizione medio sui salari versati è stato piatto, attorno al 22 per cento. Anche se bisogna ammettere che potrebbe essere “leggermente più elevato” poiché l’imposta sul reddito non è l’unica tassa sui salari (gli oneri sociali – come le quote Avs, Ai, Ac – vi incidono pure ugualmente). L’evoluzione dell’onere fiscale sui redditi da capitale (che, oltre le imposte pagate direttamente dalle imprese, comprendono le tasse pagate dagli azionisti o da altri detentori di sostanza) risulta invece molto più elevata di 25 anni fa.


In termini concreti, se le imposte sul capitale rappresentano oggi il 36 per cento di tutte le entrate fiscali dello Stato, 25 anni fa ne rappresentavano il 30 per cento: un balzo del 6 per cento. La parte delle imposte sui salari (compresi gli oneri sociali) è invece diminuita del 5 per cento, pur non essendo diminuita l’occupazione. La conclusione è quindi il classico cdd, come dovevasi dimostrare: di che si lamentano i salariati, sono i capitalisti i colpiti!


Tante sono però le svirgolate di cui non si tien conto o che si tacciono. Chi “estrae” più soldi? si interrogherebbe a questo punto una nota economista, Mariana Mazzucato. Il fatto che la parte delle imposte sui salari sia diminuita nelle entrate fiscali del 5 per cento non è per il motivo che si è avuto riguardo dei salariati o siano state loro abbassate le imposte, ma perché i salari, rispetto al capitale, o sono rimasti fermi al palo o persino relativamente diminuiti oppure, per dirla altrimenti, perché il fattore-lavoro è stato molto meno considerato e deprezzato per favorire il capitale. Mettendo anche in concorrenza i lavoratori su piano internazionale, dislocando dove si “estraeva” valore dal lavoro quasi a costo zero.

 

Il fatto che in 25 anni la maggior contribuzione del capitale alle entrate fiscali aumenti solo del 6 per cento sta invece a dimostrare due cose: o che è sfuggita ma non certo evaporata buona parte dell’accumulazione innegabile avvenuta di capitali e di patrimoni in questi anni (anche perché il capitale e i patrimoni, a differenza del salario, possono nascondersi o sottrarsi al fisco e vanno dove gli conviene per moltiplicarsi indisturbati) o che il capitale è stato effettivamente via via sgravato e tassato meno. Con certezza assoluta: le due cose assieme.


Non si dovrebbe almeno dimenticare, per decenza, che imponendosi la tendenza di ricorrere sempre più all’imposizione indiretta per risolvere i problemi (tipo Iva e Avs, o tasse per l’ambiente ecc.) l’incidenza del gravame fiscale – com’è dimostrato, ma mai si dice – è più demolitrice del reddito a base salariale, in un’economia domestica, che del reddito da capitale (per non parlare, poi, dei premi delle casse malati non proporzionali al reddito). Quindi ha ragione quell’aforisma di Bovee.

Pubblicato

Giovedì 17 Febbraio 2022

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