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I calcoli sbagliati degli Americani sulla Cina

di

Franco Cavalli

La politica aggressiva di Trump contro la Cina ha indubbiamente delle ragioni di tipo elettorale: sollecitare il nazionalismo dell’americano medio, dare l’illusione alla vecchia classe operaia delle zone siderurgiche del paese (fondamentali per vincere la sfida presidenziale) che con i dazi imposti alla Cina riporterà a casa molti posti di lavoro, far credere ai molti americani che poco o niente sanno del mondo che i loro problemi
siano dovuti agli atteggiamenti infidi e sfruttatori del gigante asiatico e di tanti altri paesi.


Come nel caso degli enormi regali fiscali fatti alle grandi aziende, è però evidente che anche in questo suo atteggiamento aggressivo verso la Cina Trump è ora sostenuto dalla stragrande maggioranza dell’élite capitalistica statunitense, compresa la tanto decantata “democratica” Silicon Valley. Difatti non è solo Donald Trump, ma bensì tutto l’establishment economico americano che teme di essere spodestato tra un paio di decenni dalla Cina e di perdere così quella supremazia mondiale che gli Stati Uniti e il dollaro tuttora hanno. Oltre all’aggressiva politica dei dazi, questo orientamento è sottolineato da una serie di episodi illuminanti. Cito in proposito soltanto il recente arresto arbitrario di una delle dirigenti di Huawei, la marca elettronica cinese che sta rendendo la vita difficile a Google e simili, o il tentativo di Washington di impedire a tutto il mondo occidentale, come già è stato fatto in casa ma anche in Australia e in Nuova Zelanda, di far capo alla tecnologia cinese per l’introduzione prevista tra 2-3 anni del G5 nella tecnologia telefonica. A Washington si guarda difatti con crescente preoccupazione agli enormi investimenti che la Cina sta facendo nel settore della ricerca, in particolare in quello dell’intelligenza artificiale, ma anche al faraonico progetto con una spesa di 1.000 miliardi di dollari (!) della Nuova Via della Seta, che dovrebbe di molto favorire l’espansione commerciale della Cina fin verso l’Europa occidentale, l’Oceano Indiano, l’America centrale e le coste orientali dell’Africa.


Washington si rende ora conto di aver sbagliato i calcoli con la Cina: i grandi ideologi della politica estera statunitense si erano difatti immaginati che lo sviluppo economico e la relativa apertura verso l’esterno avrebbe portato, come era stato il caso per l’Unione Sovietica, ad un’implosione politica del gigante asiatico. Invece è piuttosto il contrario che sta capitando. Ragionevolmente uno si immaginerebbe che a questo punto gli Stati Uniti cerchino di eliminare le proprie debolezze strutturali: basti pensare al sistema scolastico che fa acqua da tutte le parti o alle infrastrutture (strade, ponti, ferrovie) tra le più pietose del mondo sviluppato. Questo presupporrebbe però che non si tolgano bilioni di dollari allo stato per regalarli alle grandi fortune private, come ha invece fatto Trump. Come è spesso capitato nella storia, c’è quindi il pericolo che l’élite americana faccia ricorso a quell’unico settore dove la supremazia statunitense è tutt’ora schiacciante: le armi. Non per niente gli Stati Uniti stanno seminando basi militari tutt’attorno alla Cina. Questa è una delle ragioni per cui Noam Chomsky continua a sostenere che l’organizzazione politica più pericolosa dell’attuale momento storico non è l’Isis, ma bensì il Partito Repubblicano statunitense.

Pubblicato

Mercoledì 30 Gennaio 2019

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