La politica del gambero: per ogni passo avanti ne fa almeno due indietro. Ecco cos’è la politica svizzera dell’immigrazione. L’ultima prova di questo strano modo di adeguarsi all’evoluzione della realtà rimanendo ancorati a prassi superate, è il progetto di nuova legge sugli stranieri presentato la scorsa settimana dalla consigliera federale Ruth Metzler. Diversi sono stati finora i tentativi di revisione totale della vecchia «legge federale sulla dimora e il domicilio degli stranieri» (Ldds) del 1931, tutti naufragati o in parlamento o in votazione popolare: segno che la materia è delicata e va affrontata senza correttivi e mezze misure che provocano soltanto accanite resistenze, ma con decisione, aspettando magari il momento opportuno. Con quella legge quadro – concepita per dare una base giuridica ai provvedimenti di polizia ritenuti opportuni secondo le circostanze – il Consiglio federale ha potuto gestire la politica dell’immigrazione con una certa libertà, a suon di ordinanze e di regolamenti, cioè in un modo che oggi viene considerato illegittimo. Ma invece di approfittare dell’occasione – praticamente imposta dall’accordo bilaterale con l’Unione Europea sulla libera circolazione delle persone – per procedere a una revisione veramente fondamentale della vecchia legge, il Governo ha preferito apportarvi solo qualche miglioramento qua e là ed integrarvi la politica condotta finora, senza nessun reale rinnovamento. A dimostrarlo concretamente, c’è la ripresa pari pari della prassi adottata fin dal 1991 in fatto di ammissione: per i cittadini dell’Ue e dell’Aels valgono gli accordi europei di libera circolazione; tutti gli altri, per poter immigrare in Svizzera, devono essere persone qualificate, accademici o tecnici, che servono all’economia. A questo modo di rinnovare la legislazione che non rinnova la politica, ha reagito prontamente il Ps svizzero. «È urgente ammettere che la Svizzera è un paese d’immigrazione», scrive un comunicato della presidenza del Ps. La Svizzera «non può affrontare i propri problemi demografici ed economici, se prima non prende atto che ormai da decenni è diventata un paese che dipende dall’immigrazione e che, verosimilmente, lo rimarrà per i decenni futuri». Invece, «il Consiglio federale assume ancora un atteggiamento restrittivo nei confronti dell’immigrazione». E per ostacolare l’immigrazione dai paesi non membri dell’Ue e dell’Aels, salvo le eccezioni suddette, «è inevitabile che la legge si regga su numerose disposizioni di polizia tendenti ad un maggiore controllo delle persone». Tuttavia il Ps – la cui politica di migrazione è contestata al suo interno dall’ala sinistra – riconosce che la revisione proposta dal Consiglio federale «introduce diversi miglioramenti in rapporto alla legislazione esistente». Tali sono l’allentamento degli ostacoli posti al libero cambiamento di professione, posto di lavoro e cantone di domicilio, come pure il facilitato ricongiungimento familiare, visto come uno strumento di promozione dell’integrazione. Da parte sua, il Ps auspica che venga fatto ai datori di lavoro obbligo «di partecipare finanziariamente alla formazione del loro personale straniero e di contribuire al finanziamento delle attività che promuovono l’integrazione». In modo esplicito vengono però condannate – e in questo il Ps è in perfetta sintonia con Acor Sos-razzismo, molto attivo nella Svizzera francese (vedi riquadro) – le norme di sorveglianza e di repressione previste dal progetto di legge e le sanzioni «sproporzionate» ad essa collegate. Tali norme, secondo Acor SOS-razzismo, rischiano di far «moltiplicare il numero dei clandestini». Particolarmente deprecato è il potere conferito «agli ufficiali di stato civile di rifiutare di celebrare un matrimonio che essi considerino come un’unione di comodo». Una revisione tutta da buttare di Françoise Gehring Amato «Cronaca di un crimine annunciato: il razzismo di Stato». Il titolo scelto dall’associazione romanda Acor Sos-Razzismo (vedi area del 6 luglio 2001) per demolire la nuova legge sugli stranieri è eloquente: le nuove norme sono in aperto contrasto con la Convenzione dell’Onu sull’eliminazione delle forme di discriminazione razziale. In effetti il progetto di legge divide in due categorie i migranti dal momento che ne legittima la differenza in base all’origine nazionale o etnica e al grado di assimilabilità, determinante per la concessione o meno di un permesso di soggiorno. La nuova legge, sottolinea giustamente Acor Sos-Razzismo, ha come unica ambizione la chiusura ermetica delle frontiere agli immigrati non europei. Basti vedere la lista delle restrizioni a cui sono sottoposti. Ma quel che è peggio, sempre secondo l’associazione, è che la riforma della legge aggrava la repressione dei «sans papiers», che finiranno per moltiplicarsi. I clandestini prenderanno, inevitabilmente, il posto degli stagionali. Di fronte a discriminazioni così palesi che legittimano, di fatto, il razzismo di Stato, Acor Sos-Razzismo è pronta ad impugnare l’arma del referendum qualora si presenteranno le condizioni.

Pubblicato il 

15.03.02..

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