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Honduras, 359 giovani morti in un carcere. E allora?

di

Franco Cavalli
Lo scorso 14 febbraio per un incendio nel carcere di Comayagua (non lungi dalla capitale honduregna Tegucigalpa) ben 359 prigionieri, in massima parte giovani, sono periti arsi vivi, asfissiati o calpestati durante indescrivibili scene di panico. Questo orribile episodio è tipico sia della situazione socio-politica di quei paesi che del modo con cui le notizie vengono filtrate dalle agenzie di stampa occidentali. I grandi media quasi non ne hanno parlato. In Svizzera, giornali quali il Tagesanzeiger hanno relegato la notizia tra le "notizie varie" dandole quasi lo stesso spazio dedicato ai 10 vitelli bruciati in un incendio avvenuto a Friborgo.
Lodevole eccezione è stata la rubrica Modem della Rsi che vi ha dedicato mezzora: il giornalista che parlava da Tegucigalpa ha riferito che il tono dei commenti dei quotidiani locali non era molto distante dal dire "in fondo era solo feccia, è stata fatta una certa pulizia". Non meraviglia quindi che l'allarme ai pompieri sia stato dato con oltre mezz'ora di ritardo e che quest'ultimi abbiano dovuto aspettare a lungo davanti al carcere perché le guardie erano occupate "a far ordine per garantire la sicurezza".
Molti dei prigionieri appartenevano alle cosiddette maras, i gruppi giovanili violenti che stanno terrorizzando il Centro America. I loro caporioni sono in buona parte  emigrati ispanici espulsi dagli Stati Uniti e assoldati in seguito quale manovalanza dai narcotrafficanti. Anche perciò l'Honduras è diventato il paese al mondo col più alto tasso d'omicidi: più di 80 su 100 mila abitanti ogni anno, cioè cairca 50 volte più che in Svizzera o a Cuba. Evidentemente ciò riflette una situazione sociale disastrosa, con una disoccupazione giovanile superiore al 60 per cento, in un paese che da sempre è dominato da una piccola oligarchia di straricchi e dalla lunga mano di Washington, che vi intrattiene un'enorme base militare (da cui nel passato partivano i Contras per attaccare in Nicaragua i sandinisti).
Un paio d'anni fa il presidente Zelaya, un borghese "illuminato", cercò di cambiare la situazione iniziando varie riforme, tra cui quella agraria. Immediatamente fu deposto da un colpo di stato militare organizzato dalla Cia e "tollerato" (si fa per dire…) da Hillary Clinton. Elezioni farsa e truccate riportarono poi al potere quale nuovo presidente Porfirio Lobo, rappresentante di una delle famiglie più potenti dell'oligarchia dominante e strenuo fautore della pena di morte. Ed ora di morti ne ha avuti!
Diventa quindi comprensibile perché le agenzie di stampa occidentali hanno fatto di tutto per minimizzare l'impatto della notizia… Che contrasto con le paginate che poche settimane fa sono state dedicate alla morte, sicuramente tragica, di un detenuto (non per ragioni politiche) nelle carceri cubane, che da mesi faceva lo sciopero della fame e che era stato ricoverato in ospedale con troppo ritardo. Ma si sa, a Cuba né le oligarchie, né i narcotrafficanti e ancora meno Washington hanno qualcosa da dire. E ciò evidentemente non va bene…

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Venerdì 2 Marzo 2012

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