Sanità e giustizia sociale
Le elezioni frenano la lobby delle casse malati
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L’avvicinarsi delle elezioni federali di ottobre e la paura di pagarne un prezzo in termini di consensi hanno dissuaso la maggioranza di destra del Parlamento dall’aumentare drasticamente la franchigia minima della cassa malati da 300 a 500 franchi, ma non ha (in un primo tempo) impedito l’adozione da parte delle due Camere di una misura fortemente antisociale e ugualmente punitiva nei confronti delle persone malate e degli anziani, imposta dalla potente lobby degli assicuratori malattia che notoriamente detiene ampi poteri nel legislativo elvetico: un meccanismo perverso che prevede l’adeguamento automatico delle franchigie all’evoluzione dei costi della salute e che porterebbe già con l’entrata in vigore della relativa modifica della Legge sull’assicurazione malattie (LaMal), ad un primo aumento di 50 franchi.

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21.03.19
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L'ultima edizione

26 Febbraio 2019
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Ultime rubriche

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Palazzo & dintorni
Documentazione Argo 1-Ccf e spese di rappresentanza dei Dipartimenti: accesso negato.

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Perché il Dipartimento di Norman Gobbi ha consumato 31mila franchi di spese di rappresentanza, mentre gli altri Dipartimenti ne hanno utilizzati mediamente meno di 2.500? Per rispondere alla domanda, area ha inoltrato al Consiglio di Stato richiesta di accesso ai dati sulla scorta della Legge Trasparenza. L’accesso è stato negato «poiché si tratta di una richiesta di informazioni generalizzata con finalità esplorativa», scrive il Consiglio di Stato. area aveva richiesto la documentazione relativa ai cinque Dipartimenti per la medesima voce contabile, così da poter stilare un confronto. Visto il diniego, in Commissione di mediazione formuliamo una proposta di compromesso: di poter consultare almeno la documentazione relativa ai due dipartimenti che consumano maggiormente nelle spese di rappresentanza, Territorio e Istituzioni. Tanto più che i due dipartimenti nel preventivo di quest’anno hanno indicato una spesa di ben 71mila franchi nelle Istituzioni, di 40mila invece in quello diretto da Claudio Zali.

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21.03.19..
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Lavoro e dignità

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di Angelo Mastrandrea
Lo chiamano il “passo Amazon”. «Svelto, veloce ma mai di corsa», lo raccontano così i lavoratori del centro di distribuzione di Passo Corese, un paesino tra le colline della Sabina 30 chilometri a nord di Roma dove la multinazionale del commercio elettronico ha aperto il secondo hub italiano. Lo devi tenere dal momento in cui timbri il cartellino con l’apposito badge, mentre sali o scendi le scale senza abbandonare il corrimano, ti dirigi alla postazione seguendo il percorso pedonale o svolgi le tue mansioni, fino a fine turno. Se non lo fai, rischi un feedback negativo, una sorta di ammonizione che peserà sul rate, il tuo punteggio personale, e in definitiva sull’assunzione, se non hai un contratto a tempo indeterminato. Il gergo di Amazon è rigorosamente anglofono: i lavoratori a termine sono identificati con un green badge, quelli fissi con uno blu, al pianterreno ci sono l’inbound, il reparto di scarico delle merci, e l’outbound, quello di impacchettamento. «Gli instructor ti insegnano i movimenti smart, ora stanno introducendo la job rotation per cercare di alleviare la stanchezza, però poi ti chiedono ritmi insostenibili ed è chiaro che finisci per sbagliare postura», spiega una lavoratrice che, a furia di prelevare merce dagli scaffali – «fino a seicento pezzi all’ora» – dopo un anno si è ritrovata con una mano a pezzi. «Per quello che faccio io devi piegarti per sette ore e mezza. All’inizio hai dolori dappertutto, poi però ti abitui, magari prendi qualche antidolorifico e vai avanti, fino a quando cominci a fare le visite mediche e scopri i malanni», racconta ancora.
Lei è una picker, a ogni inizio turno ascolta da un manager, a ritmo di musica «scelta appositamente per gasarti», gli obiettivi di giornata, sale alla Robotic storage area al primo piano, entra in una gabbia metallica dove legge le ordinazioni da un computer, prende gli oggetti dagli scaffali robotizzati – dove sono stati sistemati dagli stower – e li mette in apposite ceste che sistema su un nastro trasportatore diretto all’outbound. I ritmi sono serrati, specie nella fase di fast start a inizio turno, lei non parla con nessuno fino alla pausa, quattro ore e mezza dopo, salvo rispondere ai controllori che «passano a verificare il mio lavoro e a farmi notare ogni mancanza». I tempi sono contingentati al punto che pure andare in bagno più di una volta può significare il fallimento dell’obiettivo di consegna giornaliera. Un risultato negativo che puntualmente viene fatto notare. «Una volta mi hanno chiesto conto del perché fossi andata troppe volte in bagno, ho dovuto mostrare l’assorbente per far vedere che avevo le mestruazioni», ricorda Giorgia Nescatelli, una sua ex collega di reparto che dopo appena ventiquattro giorni si è dimessa volontariamente perché «è un lavoro molto usurante dal punto di vista psicologico».
Quella che mi descrive un pugno di lavoratori di Passo Corese che ha accettato di parlare è la catena di montaggio ai tempi del capitalismo delle piattaforme, raccontata da chi ci lavora. Dentro Amazon non si muore di lavoro perché l’attenzione alla sicurezza è quasi maniacale, ma ci si ammala lentamente di disturbi muscolari o scheletrici. Tra i lavoratori di Passo Corese circola una battuta: “Qui dentro ci vorrebbe il dispenser di Oki”, uno dei più potenti anti-infiammatori in circolazione nel Belpaese. L’azienda lo sa e per questo ha stipulato convenzioni con palestre e centri di fisioterapia, mentre all’interno sono a disposizione un medico, un infermiere e pure uno psicologo.
In Italia la multinazionale fondata da Jeff Bezos, con una capitalizzazione a Wall Street da oltre mille miliardi – seconda solo ad Apple – ha investito 1,6 degli 83 miliardi spesi in tutta Europa (non in Svizzera, dove ha deciso di non aprire una propria sede). Nel centro di distribuzione di Passo Corese, lavorano in duemila, ma nei periodi di picco di consegne – come a Natale o per il Black Friday – si sfiorano i tremila, grazie al lavoro su chiamata con un “monte ore garantito”. Federico Mattei, 24 anni, studente universitario di Antropologia, ci ha lavorato quattro mesi. Alcuni suoi ex colleghi gli hanno affidato un elenco di denunce da portare all’esterno. Si va dai turni alienanti ai controlli, fino alla gestione del tempo e alla meritocrazia solo sbandierata. «Se vuoi sperare di essere confermato, il tuo rate deve essere alto, e questo scatena una competizione perversa tra i precari», spiega. Si fa di tutto per superare gli obiettivi e ingraziarsi i manager, una sorta di capiarea, o i leader, che stanno un gradino sotto i primi.
Soprattutto, quello che dall’interno ci tengono a far sapere è che «qui non esistono i sindacati». Amazon propaganda ai suoi dipendenti l’idea di essere una “grande famiglia” nella quale ci si batte per un obiettivo comune: la soddisfazione del cliente. Gli ordini vanno eseguiti nel tempo di consegna previsto, e perché tutto proceda senza intoppi è necessario che il lavoratore sia efficiente e in buona salute, e che non ci sia conflittualità interna. In meno di due anni di vita, i lavoratori di Passo Corese non hanno mai scioperato né si sono organizzati per far valere le loro richieste, com’è invece accaduto nell’altro grande hub italiano, quello di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove i sindacati hanno protestato per chiedere l’assunzione di 1.951 lavoratori a termine, mentre gli assunti senza scadenza sono 1.651. Il 26 febbraio, alla protesta dei driver di Amazon a Milano è intervenuto Maurizio Landini. «Come consumatori, ci dobbiamo interrogare sulle condizioni di lavoro di coloro che fanno il servizio che abbiamo richiesto», ha detto il neosegretario della Cgil.
A Passo Corese invece è tutta un’altra musica. “Work hard, have fun, make history” (lavora duro, divertiti, fai la storia), è il motto scritto a caratteri cubitali nella sala che a settembre scorso, per festeggiare il primo anno di vita dello stabilimento, ha ospitato il cantante spagnolo Alvaro Soler, star del talent show “Tú sí que vales”, esibitosi davanti ai dipendenti che facevano la ola.

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21.03.19..
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Migrazione & giustizia
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«Chiudere i bunker! Rompere l’isolamento! Liberi/e tutti/e!». Con queste parole d’ordine, il Collettivo R-esistiamo ha fatto irruzione nel pacificato scenario cantonale sul tema della migrazione, portando un punto di vista radicalmente diverso alla visione dominante sulla questione dei richiedenti l’asilo in Svizzera. La Sem ha deciso di non più utilizzare i bunker in un futuro prossimo, dopo le denuncie pubbliche e la raccomandazione di chiuderli formulata dalla Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (Cnpt). «Le persone vanno trasferite immediatamente in alloggi sopraterra per ragioni mediche» affermano oltre una sessantina di medici ticinesi che ha sottoscritto l’appello lanciato dal Collettivo R-esistiamo, le cui firme sono state consegnate ieri 21 marzo al Dipartimento sanità e socialità. Intanto un ex collaboratore della Croce Rossa del bunker di Camorino è indagato per appropriazione indebita.


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21.03.19
Equità & Giustizia
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Domenica 10 marzo, più di 500 donne di ogni età e provenienti da tutta la Svizzera si sono riunite alla Maison du peuple di Bienne per le Assise nazionali femministe, dove è stato lanciato formalmente l’appello allo sciopero del prossimo 14 giugno. Un toccante momento di riflessione tra donne sulla condizione femminile nel mondo, dal quale è emersa una grande solidarietà capace di andare oltre ogni frontiera, ogni credo politico e religioso.

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21.03.19
Esteri
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Accoglienza, diritti civili, parità di genere, ambiente, lavoro. L’altra Italia ha ripreso a battere qualche colpo, da Milano a Napoli, dal Veneto alla Calabria, passando per Roma. Mentre il governo giallo-nero arranca tra Tav, flat tax, via della seta e migranti e resiste solo grazie all’attaccamento al potere di due forze teoricamente antagoniste ma fattualmente simili, e grazie all’inconsistenza dell’opposizione, dalla società, dai territori e dalle nuove generazioni sale un soprassalto di vitalità.

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21.03.19
Migrazione & giustizia
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Non c’è pace al bunker di Camorino. Dopo il caso Argo 1, un’inchiesta che dura ormai da due anni sul responsabile dell’agenzia sicurezza e tre poliziotti della Cantonale per aver ammanettato per ore un ragazzo minorenne al tubo della doccia, un nuovo procedimento penale è stato aperto per appropriazione indebita nei confronti di un collaboratore della Croce Rossa Ticino, responsabile della gestione del Centro richiedenti l’asilo sotterraneo. Il Ministero pubblico ha confermato l’apertura di un procedimento per reati patrimoniali nei confronti dell’addetto della Croce Rossa, specificando che «i reati presunti non riguardano i cittadini stranieri presenti nella struttura».Non è dunque chiaro al momento se la presunta appropriazione indebita sarebbe stata effettuata ai danni dello Stato o della Croce Rossa. Contattata da area, quest’ultima preferisce non commentare.

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20.03.19
L'intervista
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«Le condanne pronunciate all’epoca non corrispondono più all’attuale senso di giustizia. La lotta condotta allora per la democrazia merita di essere riconosciuta». Sono parole del Consiglio federale, espresse una decina di anni fa quando decise di riabilitare gli oltre 800 svizzeri che combatterono negli anni trenta in Spagna per la Repubblica contro le truppe del generale fascista Franco. 170 morirono sul campo, mentre quelli che rientrarono in Svizzera furono condannati in base all’articolo 94 del Codice penale militare che al suo capoverso uno recita: «Se uno Svizzero si arruola in un esercito straniero senza il permesso del Consiglio federale, è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria». È il medesimo articolo per cui è stato processato a Bellinzona dal tribunale militare la scorsa settimana Johan Cosar.

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26.02.19
Il caso
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La conclusione di partenariati con imprese e istituzioni controverse, la presenza del suo presidente nel Consiglio di fondazione del World Economic Forum, oppure il finanziamento delle attività tramite delle “obbligazioni umanitarie”: la direzione presa dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) sotto la presidenza di Peter Maurer interroga. Per alcuni osservatori l’indipendenza e la neutralità della più prestigiosa istituzione umanitaria internazionale è messa a rischio. Così come la sicurezza dei delegati sul terreno.

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26.02.19
Lavoro
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Il lavoro domestico e di cura (dei figli e dei familiari bisognosi) è da sempre e ancora oggi affidato alle donne, un lavoro invisibile che non viene riconosciuto, non dà alcun diritto, non è retribuito e non viene valorizzato, ma semplicemente è un lavoro che viene dato per scontato, quasi facesse parte del Dna di ogni donna.

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26.02.19
Italia
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E anche la Sardegna, i Caraibi d’Europa, è persa. Lo striptease italiano continua a ritmo frenetico, via il Friuli, Trento e Bolzano, l’Abruzzo, il Molise, anche l’isola più bella ha lasciato il centrosinistra per gettarsi, o ritornare dopo una pausa democratica, tra le braccia delle destre. L’artefice dell’incubo italiano ha nome e cognome: Matteo Salvini.

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26.02.19
La vignetta

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