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«Ho tutelato i cittadini»

di

Gianfranco Helbling
Si termina con la consigliera di Stato Patrizia Pesenti la serie di incontri che area ha dedicato ai cinque candidati socialisti in lizza per il governo ticinese. Pesenti, classe 1958, è stata eletta in Consiglio di Stato nel 1999, assumendo la direzione del Dipartimento della sanità e della socialità. Attualmente è pure presidente del governo. Avvocato di formazione, Pesenti è stata per 14 anni magistrato dei minorenni e ha rappresentato il Ps sia nei Consigli comunali di Lugano e Gentilino che nel Comitato centrale del Pss. Patrizia Pesenti, è vero che questa elezione per il Consiglio di Stato è già decisa in partenza? In politica non c’è nulla di scontato, men che meno un’elezione. Più si va verso un elettorato di opinione, meno il risultato appare scontato. Non è una semplificazione eccessiva la riduzione che si sta facendo di queste elezioni ad un confronto fra Plr e Ps, rispettivamente fra Masoni e lei? In governo Masoni ed io rappresentiamo due modi diametralmente opposti di intendere il ruolo dello Stato. E non mi stupisce affatto che il dibattito elettorale si svolga attorno a questo confronto. Il tema delle risorse finanziarie a disposizione dello Stato è cruciale. Gli altri partiti farebbero meglio ad occuparsene anche loro. La collega Masoni la accusa di spendere troppo. Lei che bilancio fa del suo lavoro da questo punto di vista? In questi quattro anni in governo ho potuto consolidare la spesa per una politica sociale, sanitaria e familiare che era tempo di adeguare ai bisogni dei cittadini. Si tratta di progetti che in parlamento sono passati quasi sempre all’unanimità e contro i quali non ci sono stati referendum. Non solo: l’ipotesi della destra di tagliare le spese dello Stato di 120 milioni, che avrebbe comportato rinunce a servizi essenziali ad esempio nella sanità e nella scuola, è fallita nonostante fossi da sola in Governo a difendere questa posizione. Sono riuscita ad aumentare i salari del personale sociosanitario, negli ospedali e nelle case per anziani, abbiamo aumentato il personale all’Osc, abbiamo ridotto da 42 a 40 ore l’orario lavorativo nell’Eoc, cosa che poi si è diffusa a tutte le altre strutture sociosanitarie. Queste sono espressioni di una politica attenta alla qualità del servizio pubblico. Sono contenta di poter dire che in questi quattro anni abbiamo consolidato la spesa pubblica. Purtroppo il Ticino resta ancora un cantone che per i suoi cittadini spende meno (pro capite) degli altri cantoni svizzeri. Questo non è un buon segno. Sandro Lombardi ambirebbe alla guida del Dss per verificare in che misura sia possibile ridurre i costi della sanità e della socialità in Ticino. Cosa gli dice? Che la sua è un’aspirazione legittima. Ma per incominciare i costi della sanità dipendono dalla politica della Confederazione: vedremo ora cosa saprà fare Pascal Couchepin, collega di partito di Lombardi. Quanto alla socialità, si fa sempre più pressante il problema dell’invecchiamento della popolazione. È questa una delle maggiori sfide che gli stati industrializzati devono affrontare. A dire la verità, Lombardi, studiando i conti preventivi e consuntivi del Cantone, potrebbe già oggi suggerire al Dss come contenere i costi, facendo uso degli strumenti di cui dispone ogni parlamentare. Ma io in quattro anni non ho mai visto una sola proposta concreta di risparmio provenire dal parlamento. Ho visto invece il parlamento che, ogni volta che si votava il preventivo, mi affibbiava qualche spesa in più. Cosa propone in alternativa alla ricetta di sgravi fiscali per rilanciare l’economia del Ticino? È certo innanzitutto che lo Stato non deve aumentare le tasse nei momenti di crisi economica. In secondo luogo non deve aumentare troppo il proprio deficit, perché questo avrebbe pessime conseguenze sull’economia del proprio paese. In terzo luogo però lo Stato deve attuare investimenti che possano essere concretizzati il più presto possibile, non quando l’economia è già in ripresa. L’ideale è quindi progettare in momenti di alta congiuntura per poi investire, dare occupazione e creare indotto in bassa congiuntura. Questo significa avere una politica che ragiona in termini di fasi congiunturali. In quarto luogo, lo Stato deve avere i mezzi per poter investire, rispettivamente per mantenere il livello si spesa in fase recessiva, così da funzionare da motore del rilancio. Invece in Ticino il Parlamento ha deciso di sopprimere 350 posti di lavoro: una decisione che rallenta la ripresa economica. Insomma: le crisi economiche si combattono al meglio in alta congiuntura, mettendo fieno in cascina. In questa legislatura invece si sono svuotate le casse dello Stato. Siamo in piena recessione con un deficit troppo alto. E le previsioni per i prossimi tre anni sono ancora peggiori. Bisogna avere una politica che sappia anticipare i problemi: cosa che da noi non è stata fatta negli ultimi otto anni. Quali sono i reali problemi del ceto medio? Attraversiamo una crisi economica. Tutte le persone che non sono ricche hanno dei problemi per arrivare alla fine del mese. Questo anche perché il costo della vita in Svizzera è veramente alto, mentre in Ticino il livello medio dei salari è più basso che nel resto del paese. Se lo stato tagliasse, come voleva il Dipartimento finanze, la spesa pubblica e i cittadini dovessero pagare di tasca propria certi servizi nella sanità e nella scuola, si impoverirebbero di colpo. Come ridare più sicurezza sociale alla popolazione, in particolare ai lavoratori e alle lavoratrici? I miei margini di intervento sono limitati, soprattutto da quando, negli anni ’90, il dipartimento che dirigo ha ceduto l’Ufficio del lavoro. Noi ci occupiamo di lavoro in rapporto alla salute, sottolineando come il lavoro incida sulla salute delle singole persone e di conseguenza sui costi sanitari e sociali di cui la collettività deve farsi carico. In particolare i nuovi modi di lavorare flessibili e precari hanno conseguenze negative proprio sulla sicurezza sociale delle persone. E temo molto che questa crisi economica porterà con sé un’ulteriore precarizzazione, dopo quella che già abbiamo visto a seguito della crisi degli anni ’90. Per chi lavora in modo precario è devastante, perché non sa mai su quanto potrà contare nei prossimi mesi, per non parlare dei prossimi anni. Diventa impossibile pianificare la propria vita e si vive perennemente nell’ansia. Se potessimo con il Dss fare anche una politica del lavoro si potrebbero arginare gli effetti dannosi di questi nuovi modi di lavorare. Purtroppo proprio in questo momento di crisi economica, lo Stato sta conducendo una politica sciagurata: invece di dare sicurezza in termini di posti di lavoro il parlamento ha deciso di sopprimere 350 impieghi, proprio mentre lo stesso Stato protestava per i licenziamenti nelle ex regie federali. Cosa rimprovera all’attuale gestione dell’Ufficio del lavoro da parte del Dfe di Masoni? Si limita a gestire le contingenze, ma non vi è in Ticino una attenzione per i grandi cambiamenti che ci sono stati nei modi di produrre e quindi di lavorare, una vera e propria rivoluzione silenziosa. Due socialisti in Consiglio di Stato sono possibili? Sono auspicabili. La nostra forza elettorale media in Svizzera ci consentirebbe per lo meno di ambire concretamente a questo obiettivo ad ogni elezione. Per avere due consiglieri di Stato però la sinistra deve finirla di dividersi in innumerevoli formazioni. Come si sente ad avere come avversaria in lista la presidente del Ps Anna Biscossa? Bene.

Pubblicato

Venerdì 28 Marzo 2003

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