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«Ho comprensione per i condannati»

di

Claudio Carrer
Il lavoro non può essere considerato solo profitto. E i dirigenti di un'azienda che omettono di adottare misure di sicurezza accettando il rischio della morte o del ferimento dei dipendenti vanno puniti severamente. Sono i grandi insegnamenti contenuti nella recente storica sentenza con cui i giudici del Tribunale di Torino hanno condannato (per la prima volta nella storia per omicidio volontario con dolo eventuale) l'amministratore delegato dello stabilimento Thyssen Krupp di Torino per il rogo che il 6 dicembre 2007 uccise sette operai.

Una sentenza dunque destinata a fare scuola nei manuali di diritto e a scuotere le coscienze di molti padroni: «È il salto più grande di sempre in tutta la giurisprudenza in materia di incidenti sul lavoro. Deve far sperare i lavoratori e far pensare gli imprenditori», ha commentato il procuratore Raffaele Guariniello, le cui richieste di pena sono state accolte in pieno dalla Corte. Una sentenza «giusta», «un primo passo verso il ristabilimento della giustizia per i nostri sette compagni di lavoro uccisi in nome del profitto», hanno invece commentato i colleghi "sopravvissuti" alla strage che nel processo erano parte civile. La sentenza è stata in particolare accolta con un pianto liberatorio da Antonio Boccuzzi, l'ex operaio 38enne salvatosi quasi per miracolo dal devastante incendio e oggi parlamentare del Partito democratico, considerato l'ottava vittima della tragedia Thyssen, non solo per le ustioni riportate al volto e a una mano ma anche per il danno di natura psichica che nessuna medicina o terapia potrà mai cancellare.
«È una sentenza storica - dichiara Boccuzzi ad area- e mi auguro che sia un punto di partenza da cui possano trarre vantaggio anche altre realtà, come le vittime dell'Eternit, che stanno vivendo procedimenti simili. Sono convinto inoltre che essa possa fare da deterrente soprattutto per quegli imprenditori che non tengono alla salute e alla sicurezza dei propri lavoratori».
«Alla Thyssen di Torino sono entrato quando avevo 21 anni, ci stavo bene. Almeno nel periodo antecedente la decisione di chiudere lo stabilimento, che è coincisa con quella dei dirigenti di rinunciare a qualsiasi tipo di investimento, anche nel settore della sicurezza. E questo è grave, perché ci si è dimenticati che in quello stabilimento oltre alle macchine continuavano a esserci degli uomini, delle persone. È questo che ha portato all'incidente del 6 dicembre». Una tragedia annunciata: «In noi operai era forte la percezione di pericolo, anche per il solo fatto che lavoravamo fianco a fianco con le imprese che smontavano le macchine».
Il pensiero a quelle condizioni di lavoro non fa che accrescere lo sconcerto di Boccuzzi di fronte alla mancata assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti condannati. Come Marco Pucci (tredici anni e sei mesi) che ha definito la sentenza un «enorme errore giudiziario» frutto di un «processo mediatico» e a cui Boccuzzi, nonostante tutto, ha replicato con un cordiale invito a partecipare ad un convegno che si terrà lunedì nella capitale piemontese: «Se vorrà venire, lo accoglieremo di nuovo con garbo, per ascoltare, in un ambiente sereno, senza "assurde amplificazioni mediatiche", le sue ragioni e discutere insieme sulla cultura della sicurezza sul lavoro, che ancora manca in Italia, ma inizia finalmente a diffondersi».
Signor Boccuzzi, dove trova la forza di invitare al dialogo un responsabile della tragedia?
Vede, io provo comprensione per la situazione che stanno vivendo Pucci e gli altri condannati: in fondo sono uomini, uomini che hanno sbagliato ma pur sempre uomini, per la prima volta confrontati con un percorso giudiziario e con un futuro in cui si intravede quasi certamente la galera. Capisco dunque le sue parole, anche se naturalmente non le condivido, perché contengono un grave attacco al lavoro della magistratura. Al pari del commento negativo alla sentenza espresso dal presidente degli industriali torinesi. Il che è sconcertante, perché Confindustria, invece di commentare le sentenze, dovrebbe assumere un ruolo di protagonista per affrontare la problematica degli infortuni sul lavoro. Purtroppo Confindustria non è nuova a questa attitudine: basti pensare che subito dopo il varo della legge per la salute e la sicurezza dei lavoratori, anziché mettere in moto un meccanismo virtuoso, ha chiesto e ottenuto dal Governo di fare passi indietro sul fronte delle sanzioni. Dimenticando che un imprenditore che trasgredisce, così come qualsiasi uomo che trasgredisce, è giusto che venga punito. Perché così lo si educa a non trasgredire nuovamente e si crea un deterrente per gli altri. Sarebbe dunque auspicabile ripristinare l'impianto sanzionatorio e adottare un sistema premiante per le aziende che fanno realmente sicurezza sul lavoro, come prevedono due progetti di legge che ho proposto alla Camera dei deputati.
Se il processo Thyssen si è concluso con questa sentenza lo si deve soprattutto alla tenacia di Raffaele Guariniello. Cosa si sente di dire di questo magistrato?
Nella nostra immane tragedia abbiamo avuto la fortuna di avere avuto l'attenzione di Guariniello, che si è preso a cuore il caso ed ha avuto il coraggio di contestare, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana in casi di infortuni sul lavoro, il reato di omicidio volontario con dolo eventuale. Non sono ancora riuscito a ringraziarlo personalmente ma spero di poterlo fare al più presto. Ho un'enorme ammirazione per lui, per le sue competenze ma anche per il suo lato umano.
Grazie a lui e all'intervento del presidente della Repubblica siamo tra l'altro riusciti a sventare un attentato alla giustizia nel processo Thyssen, in particolare a impedire l'adozione di una norma legislativa secondo cui l'accertamento di una responsabilità penale ai livelli inferiori della dirigenza di un'azienda avrebbe fatto decadere ogni altra responsabilità dei livelli superiori. Una norma che sembrava fatta su misura per questo processo.
A tre anni dalla sua entrata in Parlamento, il bilancio è dunque positivo?
Fin dal primo momento ho interpretato questo mandato come una missione e ho voluto che la mia candidatura avesse il consenso dei familiari dei miei colleghi uccisi e ho posto come condizione che nel programma del partito venisse introdotto un capitolo sulla sicurezza sul lavoro. Da quando sono in Parlamento, ho elaborato diversi progetti di legge nell'ambito della tutela della salute dei lavoratori: oltre a quelli già citati, anche una proposta, largamente condivisa dai vari schieramenti, di istituire una giornata nazionale sulla sicurezza sul lavoro, individuando come possibile giorno il 6 dicembre, data dell'incidente alla Thyssen. Posso dunque senz'altro affermare che ne è valsa la pena accettare questa sfida.
Lei sta per avviare una causa civile contro la Thyssen per danno biologico di natura psichica permanente. A tre anni dalla tragedia, qual è il suo stato di salute?
Sono ancora in cura psichiatrica e sto ancora imparando a convivere con quanto accaduto quella notte. Del resto non voglio nemmeno dimenticare, non ho mai messo in preventivo di farlo. Prendo antidepressivi che mi danno la forza di andare avanti. Una forza che mi danno anche giornate come quella della sentenza, il sostegno della gente che incontro per strada, il mio peregrinare in giro per il paese a fare convegni sul tema della sicurezza sul lavoro. E naturalmente i familiari dei miei colleghi morti, con i quali sono sempre in contatto e insieme formiamo una sorta di famiglia allargata. Il dolore, a volte, unisce.

Pubblicato

Venerdì 6 Maggio 2011

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