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Hebron, convivere con l'odio

di

Fabrizio Poretti
Per gli ebrei di Hebron “strage” ha un significato particolare: rievoca il massacro mediante il quale i palestinesi scacciarono gli ebrei dalla città nel 1929. Molto spesso quindi la loro incrollabile militanza ha radici lontane: è una reazione, non al terrorismo arabo di oggi ma alla tragedia del 1929, cui fanno continuamente riferimento. Quello del ’29 non è stato però l’unico massacro di Hebron: nel 1994 il dottor Baruch Goldstein, un colono che abitava a Kiryat Arba, uno degli insediamenti vicini al centro cittadino, entrò nella moschea sparando sui musulmani in preghiera. Anche se alcuni coloni condannano il gesto di Goldstein, nel complesso gli ebrei di Hebron lo hanno giustificato in quanto atto preventivo di salvezza, o comunque di autodifesa nella loro lotta per la sopravvivenza e stentano a considerarlo una vera e propria strage indiscriminata. Del resto, dal canto loro i palestinesi di al-Khalil/Hebron negano in parte la strage del 1929. Con la spartizione di al-Khalil/Hebron concordata da Netanyahu e Arafat nel 1995 la città si era ritrovata definitivamente spaccata in due: una parte sotto il controllo palestinese e l’altra sotto il controllo israeliano. Ciò ha comportato numerose difficoltà tecniche che hanno permesso alla missione multinazionale civile d’osservazione Tiph (Presenza internazionale temporanea nella città di Hebron) di installarsi in città solo a partire dal 1997, dopo un primo tentativo fallito. La presenza dei coloni nel cuore della città la distingue da tutte le altre: al-Khalil/Hebron non è Jenin o Tulkarem, città circondate o occupate temporaneamente dai soldati israeliani e non direttamente dai coloni. La città vecchia, in cui si trova la tomba di Abramo (tomba dei patriarchi e/o moschea di Abramo) è sotto il controllo militare israeliano. L’edificio rimane diviso in due: una parte è adibito a moschea l’altro a luogo di raccolta per gli ebrei. Infatti Hebron è religiosamente molto importante per gli ebrei. Il gruppo messianico ebraico Gush Emunim (Blocco dei fedeli) è guidato dal rabbino Moshe Levinger che è convinto che la città sia ebraica da quando il re Davide la ha dichiarata capitale (www.hebron.org.il). «Questo luogo diventerà di nuovo una città ebraica. Diecimila ebrei vivranno di nuovo qui nei prossimi dieci, venti anni», queste le parole del rabbino. Altri gruppi religiosi ebraici rivendicano il territorio – esclusiva degli ebrei. Quando alcuni anni fa, un gruppo di coloni avevano fatto saltare in aria un negozio palestinese del centro, il comandante delle Brigate Israeliane Noam Tivon li aveva definiti «un gruppo di hooligans». Ancora oggi questi giovani – in parte provenienti anche da fuori Hebron – piombano in città e distruggono vetrine, muri, finestre, danno fuoco ai negozi, occupano temporaneamente proprietà e terreni palestinesi, senza nessun rispetto nemmeno per l’esercito del loro Stato. Le loro provocazioni esasperano una popolazione palestinese sempre più allo stremo delle forze e al limite della sopportazione: i ragazzi-coloni fanno di tutto per ostacolare e intralciare i pochi spostamenti concessi ai palestinesi, mentre a loro tutto è permesso. I soldati israeliani del resto sono spesso tesi e poco motivati, perché i coloni maltrattano anche loro, a volte addirittura con sputi in faccia e insulti. Molti di questi “hooligans” hanno dalle 50 alle 70 denunce pendenti, ma purtroppo di rado la giustizia fa il suo corso, ora più che mai. Lo stesso comandante Tivon aveva presentato un rapporto che illustra molto bene il risultato di questa politica d’occupazione e di provocazione: 30 bombe esplose, 10 pugnalate inferte e 40 palestinesi uccisi (almeno 700 i feriti, alcuni anche gravi). Sei i morti israeliani: 3 coloni e 3 soldati, 6 i feriti. Mustafa Abdel-Nabi Natshe, il sindaco palestinese della città racconta pacatamente che a al-Khalil e in tutto il perimetro dei villaggi attorno, c’è ormai una specie di “abitudine” all’assedio: la città infatti conta da tempo al suo interno molti insediamenti israeliani. «Qui», continua il sindaco, «il presidio è dunque permanente e non c’è stato bisogno di invadere tutta la città, come invece è successo a Betlemme, Nablus o Gerico. La presenza israeliana è già da tempo un dato di fatto». Per gli stranieri i contatti con i coloni ebrei sono difficili perché essi vedono nella presenza della stampa, delle missioni internazionali o delle osservatori di Ong o Og possibili portavoce dei palestinesi. Secondo i dati raccolti dal Cpt (Christian pacemaker teams) il numero degli abitanti della vecchia città è sceso da 2 mila 500 a mille – 30 mila palestinesi sono sotto completo controllo dei soldati israeliani (al-Khalil/Hebron conta complessivamente 200 mila abitanti). Intanto la costruzione di recinti e di muri di separazione da parte dei 400 coloni e dell’esercito continuano. «Siamo intrappolati nelle nostre case, i coprifuoco sono continui, non posso più mandare i miei figli a scuola e a volte non ho abbastanza da dar loro da mangiare, cosa dovrei fare? Abbandonare la casa cosicché i coloni o i soldati me la occupino per sempre? Cosa fate voi per aiutarci? Nulla. Sono stufa di vedere stranieri in giro che promettono a vanvera», così si esprime la signora Sharabati che vive nella vecchia città vicino ad Avraham Avinu uno dei quattro insediamenti costruiti su/o/in case palestinesi. La disperazione – secondo alcune voci di impiegati raccolte nel comune palestinese – ha provocato forti motivi ideologici di resistenza a tutti i costi verso i progetti espansionistici e di colonizzazione. Secondo loro, molti residenti della città vecchia dicono un po’ sotto voce che hanno imparato la lezione nel 1948: meglio resistere alla pressione israeliana e tenere occupata la propria casa. Secondo fonti israeliane ben trenta attentatori provenivano proprio da questa città, più della metà dalla parte vecchia. Questo ha spinto l’esercito israeliano a effettuare delle misure di punizione collettiva contro tutti gli abitanti della città. Un circolo vizioso di violenze e ritorsioni che non portano certo alla pace anzi assottigliano sempre di più il benché minimo spiraglio di dialogo. Senza guadagni la pace è possibile Nel futuro di Hebron/al-Khalil ci sono tre scenari possibili. Il primo è che l’esercito tenti di allontanare con la forza i coloni, il che scatenerebbe quasi certamente una mini-guerra civile. È improbabile che il governo attuale (Sharon ha confermato la sua volontà di mantenere i coloni a Hebron) o quelli futuri azzardino questa mossa. Sono già falliti i tentativi di evacuare quelli dei piccoli insediamenti in Cisgiordania, appare quindi praticamente impossibile allontanare 400 coloni da una città così importante per la religione ebraica, visitata da molti israeliani solidali con i coloni di Hebron. Inoltre alcune lobby americane-ebraiche-ultraortodosse finanziano in parte la permanenza dei coloni sui luoghi sacri, quindi l’esercito non interverrà contro di loro. La seconda possibilità è che l’esercito si ritiri e abbandoni i coloni al loro destino. A Hebron c’è chi la giudica una soluzione potenzialmente possibile. Ma nella situazione attuale Israele non è disposto a fare concessioni ai palestinesi lasciando sul terreno degli “israeliani indifesi”. L’esercito in una situazione di emergenza come quella attuale non può ritirarsi da postazioni tanto strategiche. Al limite, potrebbe ritirarsi per dimostrare alla comunità internazionale che i palestinesi sono dei terroristi disposti a uccidere civili israeliani non protetti dall’esercito della stella di Davide. L’ultima opzione (quella più plausibile al momento) è mantenere lo statu quo, il che, visto il clima, significa permettere che continuino gli scontri. In una situazione di oppressione, occupazione e privazione dei diritti fondamentali, i palestinesi che vivono nella parte della città occupata dai coloni sono pronti a tutto pur di cacciarli. I coloni armati fino ai denti a loro volta sono pronti a tutto pur di mantenere nella città una presenza ebraica, seppur minoritaria. Tutte le opzioni purtroppo provocheranno altri spargimenti di sangue. Del resto c’è da aspettarselo in una città come Hebron-al-Khalil, dove le stragi, anziché essere considerate avvenimenti storici, sono viste come premonizioni e come logica conseguenza della vita quotidiana. Ci sarebbe a ben vedere una quarta opzione: l’intervento internazionale. Truppe straniere stanziate in Palestina potrebbero costituire innanzitutto quel valido cuscinetto di interposizione che da una parte bloccherebbe i kamikaze palestinesi e dall’altra impedirebbe ai carri armati e ai bulldozer dell’esercito israeliano di continuare a demolire e distruggere. Ma queste truppe potrebbero anche aiutare una popolazione stremata e senza risorse a ricostruire case e strade, a ridare un minimo di vitalità all’agricoltura e alla pastorizia, rimettendo in moto almeno quell’economia di sussistenza che ora è devastata. Le truppe di interposizione sono state espressamente richieste dal segretariato generale dell’Onu e dall’Unione europea. I popoli palestinesi ed israeliano hanno un fortissimo bisogno di pace e, come il “Documento di Ginevra” - distribuito ai cittadini israeliani e pubblicato sui maggiori quotidiani palestinesi – ha mostrato e dimostrato, essa è concretamente possibile. Il terrorismo si combatte affrontandone le sue cause: ingiustizia, miseria, fame, sopraffazione. Certo, un intervento di questo genere non procura né petrolio né voti; ma “solo” la pace.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2004

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